Simone Zaza: surfando sul destino Simone Zaza: surfando sul destino
Tip tap. Tip tap. Tip tap. Tip tap. Tip tap. Chissà quante volte Simone Zaza, chiudendo gli occhi, ha rivisto quella maledetta rincorsa di... Simone Zaza: surfando sul destino

Tip tap. Tip tap. Tip tap. Tip tap. Tip tap. Chissà quante volte Simone Zaza, chiudendo gli occhi, ha rivisto quella maledetta rincorsa di quella notte a Bordeaux, quando di fronte c’era Manuel Neuer e davanti la prospettiva di portare l’Italia ad un incredibile semifinale degli Europei. Sei mesi fa, eppure sembra una vita. Sei mesi, e la carriera di Simone Zaza è improvvisamente appesa a un filo, un filo che sembra essere diventato incredibilmente sottile. Un filo che, se tagliato, butterebbe Simone giù per le montagne russe ad occhi chiusi.

Tip tap. Tip tap. Tip tap. Tip tap. Chissà quante volte Simone Zaza, chiudendo gli occhi, ha pensato che quel rigore sarebbe entrato dentro la porta, perché Neuer, in fondo, era andato dall’altra parte. Sarebbe bastato prendere la porta, magari colpire la traversa quel poco che bastava per baciarla e far finire la palla in fondo alla rete, e magari staremmo raccontando un’altra storia. Ma i se e i ma sono l’alibi dei deboli. E Simone Zaza, nel corso della sua carriera, debole non lo è mai stato.

Di sicuro, se quel rigore fosse entrato, staremmo parlando di altro. Magari l’Italia sarebbe andata a casa lo stesso, chi lo sa, ma Simone avrebbe affrontato l’estate a testa alta. Non sarebbe diventato, suo malgrado, la vittima di tante prese in giro, di tante parodie, di tanti sfottò. Non avrebbe dovuto sopportare cose come Dirk Nowitzki, leggenda del basket mondiale, che si prende la briga di prenderlo per i fondelli durante un match di beneficenza.

Tip tap. Tip tap. Tip tap. Tip tap. Se quel pallone fosse entrato dentro, quel balletto sarebbe diventato un marchio di fabbrica. Un segno distintivo. Un marchio dell’italianità da portare in giro per il mondo. “Guarda, Neuer, ti abbiamo fatto gol e ti abbiamo pure preso per il naso. Prendi e porta a casa“. Chissà quanti di noi avrebbero cominciato a tirare i rigori in quel modo.

Purtroppo, però, per noi e per Simone Zaza, quel rigore è finito alle stelle. E se noi, bene o male, entro qualche settimana ce ne siamo dimenticati, lui se lo sta portando ancora sul groppone. E aspetta ancora l’occasione di poterselo togliere di dosso, occasione che, sei mesi dopo, non è ancora arrivata. Anzi, sei mesi dopo la carriera di Simone Zaza sembra aver imboccato un vicolo cieco. Il West Ham lo ha praticamente rispedito al mittente, rifiutandosi di farlo giocare pur di non arrivare alle 20 presenze obbligatorie per il riscatto. La Juventus, con le parole di Marotta di ieri, gli ha sbattuto praticamente la porta in faccia.

Ora, neanche 12 mesi dopo quello che -per tutti- è stato il gol scudetto, quel siluro di sinistro che ha beffato Reina in Juventus-Napoli del 13 febbraio, un giorno prima di San Valentino, Simone Zaza deve ripartire da capo. Non gli fa paura saltare nel buio, di questo siamo certi. Non gli fa paura perché tante volte, nella sua carriera, si è già trovato con le spalle al muro, scaricato, costretto a dimostrare quello che è in grado di fare.




Simone Zaza ha già surfato sulle onde del destino, anzi, contro le onde del destino. In questo circo che è il mercato di gennaio, lui aspetta solo un’occasione, una maglia da mettere addosso -preferibilmente in Italia-  e un campo da mangiare. Un campo da aggredire, da falciare, da calpestare con tutta la rabbia che ha in corpo.

Perché, statene pur certi, Simone Zaza muore dalla voglia di cancellare dalla mente di tutti, soprattutto dalla sua, quel maledetto calcio di rigore. E allora, tagliate pure il filo, lasciate che Simone abbia la sua possibilità. D’altronde non ha fatto niente per non meritarsela. Qualche centimetro più in basso e sei mesi fa sarebbe stato un eroe. Questo è quello che Simone Zaza muore dalla voglia di dimostrare: dategli un’opportunità, non ve ne pentirete.

Valerio Nicastro
twitter: @valerionicastro

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