Simone Barone e il non gol più bello della sua vita Simone Barone e il non gol più bello della sua vita
Corro. D’altronde è anche per questo che mi pagano, d’altronde è soprattutto per questo che sono qui, oggi. In questo pomeriggio di giugno, in... Simone Barone e il non gol più bello della sua vita

Corro. D’altronde è anche per questo che mi pagano, d’altronde è soprattutto per questo che sono qui, oggi. In questo pomeriggio di giugno, in questo meraviglioso stadio del nord della Germania. E’ soprattutto per i chilometri che ho macinato che oggi sono qui, ed è grazie a quei chilometri che indosso questa maglia col colore del cielo di notte. Questa maglia azzurra che sudo fino a rendere inutlizzabile. Questa maglia azzurra che onoro con ogni goccia di sudore che ho in corpo. Lo so, non sono stupido. Più che per i miei piedi, devo ringraziare i miei polmoni se oggi sono qui, se oggi posso correre.

E infatti corro. Il campo da calcio è lungo, alle volte può sembrare infinito. Ma, fidatevi, per quello che vedo davanti a me, potrei correre per dieci chilometri senza stancarmi. Il panorama è da sogno. Non ci sono montagne innevate, colline verdi, mari azzurri. Nulla di tutto questo. Eppure i miei occhi non potrebbero chiedere di meglio in questo momento. Quello che vedo davanti a me è una striscia infinita di prato verde, Pippo con la palla tra i piedi e Peter Cech tra i pali. Basta. Stop. Solo questo. Uno scenario insolito, una terra abbandonata a se stessa. Non succede quasi mai, ed è forse per quello che è tutto così bello. Tutto così bello che sembra un sogno. Ma io non ci posso pensare. Adesso devo correre.

Mancano cinque minuti alla fine della partita. Siamo avanti uno a zero, ma stiamo soffrendo. Anzi, stavamo soffrendo. Prima che qualcuno perdesse un pallone a centrocampo, in maniera improvvida. E poi ho fatto quello per cui sono qui. Ho fatto quello che mi ha chiesto il Mister. Quello per cui mi ha mandato in campo, il motivo per cui ha deciso che oggi doveva essere il giorno del mio esordio in un Campionato del Mondo. Ho visto quel pallone, mi ci sono avventato sopra, l’ho affidato a Simone. E poi, ho capito tutto. Ho visto, in un attimo, i loro due centrali ben oltre la linea del centrocampo. Cech abbandonato, solo, triste, 60 metri più avanti. Ero lontano, ma potevo vederlo, il terrore nei suoi occhi. La rassegnazione. La certezza che fra 20 secondi o giù di lì avrebbe dovuto piegare la schiena e insultare in una lingua a me incomprensibile i suoi due sciagurati compagni di reparto. Ma ora non posso pensarci. Simone ha lanciato in avanti il pallone a Pippo. Io devo correre. Solo e soltanto correre.

60 metri possono essere lunghi, ma mai quanto quel pomeriggio. Quel pomeriggio, in quei 60 metri, mi passa per la testa di tutto. Penso ai sacrifici fatti per arrivare fin qui, ad Amburgo, a giocarmi il passaggio agli ottavi di finale contro la Repubblica Ceca. Penso ai chilometri che ho dovuto correre in vita mia per guadagnarmi la maglia della Nazionale, e capisco che questi 60 metri sono un’inezia. I due sciagurati che hanno perso il pallone a metà campo non ci inseguono nemmeno. Hanno capito che sta per finire tutto. Hanno capito che stiamo per segnare il gol del 2-0 e stiamo per imbarcarli su un aereo destinazione Praga. Perlomeno il viaggio non durerà molto.

Corro, corro, corro, e intanto penso. Penso che devo cercare di rimanere dietro a Pippo. Aprirgli un varco, farmi vedere, disegnargli una linea di passaggio. Siamo arrivati al limite dell’area di rigore. Cech è in mezzo all’area. Ben oltre il dischetto del calcio di rigore. Dove un portiere non dovrebbe mai trovarsi. E se si trova lì, vuol dire che sono successi dei guai abbastanza grossi, o che stanno per succedere. Rallento la mia andatura. Non posso superare Pippo, altrimenti non potrà passarmi quella palla. La palla che dovrò solamente toccare. Dopo questi 60 metri, la cosa più facile. Un piattone semplice semplice, dentro una porta vuota. E poi potrò correre, ancora, senza pensare più a nulla. Potrò correre, cercare lo sguardo di mio padre, mia madre, mia sorella, della mia fidanzata in tribuna. Cercare quegli occhi e dedicargli il mio primo gol ad un Mondiale. Un gol ad un Mondiale, ragazzi. Io, Simone Barone, professione onesto mestierante di centrocampo, potrò scrivere il mio nome nel libro della Nazionale Italiana di calcio.

Ma devo restare dietro la linea del pallone. Non finire in fuorigioco. Ci siamo. E’ ora. Pippo deve fare solamente una cosa. Appoggiare alla sua destra quel pallone, ed aspettare. Aspettare che io la butti dentro e corra ad abbracciarlo. Adesso me la dà. Adesso. E’ un attimo. Mentre io preparo già il piattone, sperando di non fare una figura da cioccolataio in mondovisione, Pippo ha fatto un movimento. Verso sinistra. Si è portato avanti il pallone, proteggendolo con il corpo. Cech si è allungato, ha stirato ogni singolo muscolo del suo corpo per arrivare su quel pallone. Ma non ce l’ha fatta. E’ allora che capisco. E’ allora che capisco che Pippo Inzaghi, quel pallone, non me lo avrebbe mai, mai, mai e poi mai passato. Nemmeno se di mezzo ci fosse stato il destino dell’umanità intera. Pippo Inzaghi avrebbe preferito farselo strappare da Cech, quel pallone, piuttosto che consegnarlo spontaneamente a me. Pippo Inzaghi lo avrebbe preso con le mani e tirato in curva, o in Danimarca, quel pallone, pur di non farsi togliere la possibilità di segnare quel gol. Che scemo, avrei dovuto capirlo. Potevo risparmiarmeli questi 60 metri di corsa.

Mentre Pippo corre verso la bandierina del corner, per scivolare in una sguaiata e solitaria esultanza, io rallento. Vado ad abbracciarlo. Almeno a qualcosa è servita questa corsa. Sono stato il primo ad abbracciarlo. Sono stato il primo a festeggiare con lui il mio primo non gol al Campionato del Mondo.

Valerio Nicastro
twitter: @valerionicastro

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