Shakhtar Donetsk: una squadra in esilio Shakhtar Donetsk: una squadra in esilio
La Donbass Arena era uno dei gioielli del calcio dell’Est: la sua costruzione era stata pensata per ospitare alcune gare degli Europei del 2012,... Shakhtar Donetsk: una squadra in esilio

La Donbass Arena era uno dei gioielli del calcio dell’Est: la sua costruzione era stata pensata per ospitare alcune gare degli Europei del 2012, organizzati in maniera congiunta da Polonia e Ucraina.

Lì, a Donetsk, in quell’estate del 2012 si giocarono Francia-Inghilterra, Ucraina-Francia, Ucraina-Inghilterra, il quarto di finale tra Spagna e Francia e la semifinale vinta ai rigori dalla Spagna sul Portogallo.

Un impianto moderno, un piccolo capolavoro architettonico che però, dal 2014, è inutilizzabile: dopo le rivolte e lo scoppio del conflitto del Donbass, tra le forze separatiste filo-russe e le milizie filo-governative, ci è andata di mezzo proprio la Donbass Arena, danneggiata in maniera non irreparabile dai colpi sparati a Donetsk, ma comunque colpita in maniera tale da renderla inutilizzabile.

Lo Shakhtar, da qualche anno, era entrato nella nobiltà del calcio europeo: guidato dall’intramontabile Mircea Lucescu, si era imposto come la squadra più forte d’Ucraina, e si era affacciata con successo in Europa, in entrambe le competizioni continentali, vincendo l’Europa League nel 2009.




Dal maggio del 2014, lo Shakthar ha così dovuto forzatamente abbandonare la sua casa: il quartier generale è stato spostato nella relativamente più tranquilla Kiev, mentre la squadra ha giocato le sue partite a Leopoli, quasi al confine con la Polonia. Una città abituata ad accogliere rifugiati, visto che negli ultimi 100 anni, tra vari cambi e spartizioni territoriali, ha fatto parte di Austria, Polonia e Unione Sovietica, prima di diventare territorio ucraino.

La Donbass Arena è rimasta in piedi, e dentro lo stadio ci sono ancora tutti gli oggetti e le carte negli uffici della squadra, manca solo la squadra, costretta ad andar via. Ma lo Shakhtar, in ogni caso, non ha abbandonato del tutto Donetsk, visto che da quando è scoppiata la guerra, il club del presidente Rinat Achmetov (uno degli uomini più ricchi d’Ucraina e, si vociferava, molto vicino all’ex presidente ucraino Yanukovich) ha continuato a dare aiuti umanitari alla popolazione della città.

In ogni caso, da quel giorno, la squadra dei minatori – questa l’origine del club – è costretta a vivere una sorta di esilio permanente; ma da gennaio c’è una novità.

Lo Shakhtar, infatti, si è avvicinato a casa: da gennaio 2017, non gioca più a Leopoli, ma a Kharkiv, città a 300 chilometri da Donetsk.

Qui, fino a qualche anno fa, giocava il Metalist, che nel 2012 arrivò addirittura ai quarti di finale di Europa League, ma che l’anno scorso è sparito dopo un fragoroso fallimento. Il Papu Gomez, che era arrivato qui qualche anno fa, proprio da Kharkiv scappò via, un po’ per paura della guerra – una situazione molto meno grave che nel Donbass, comunque – un po’ perché i soldi e gli stipendi cominciavano a scarseggiare.

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Anche per questo, oggi, a Kharkiv, comincia la nuova vita europea dello Shakhtar, contro il Napoli. Casa è più vicina, e gli arancioneri, in questi anni, non hanno mollato di un centimetro.

Certo, la squadra è parecchio cambiata: nell’ultimo decennio erano stati tanti i giocatori, soprattutto brasiliani (Fernandinho, Willian, Luiz Adriano e Douglas Costa, per fare i nomi più famosi), che avevano fatto grande lo Shakhtar. Acquisti di quel livello, non solo per la situazione economica, oggi sono difficili, ma la squadra – che ora non è più affidata a Lucescu ma al portoghese Paulo Fonseca – è ancora un osso duro per tutti.




Uno dei pilastri dello Shakhtar Donetsk, però, è ancora lì, e non ha alcuna intenzione di muoversi. È il capitano croato Darjo Srna, che già dal 2014 aveva avuto offerte da altre squadre europee, ma non ha voluto abbandonare la squadra – e i tifosi – nel momento del bisogno.

Ricordo l’ultimo giorno a Donetsk, era il 16 maggio del 2014. Ci venne detto di lasciare immediatamente la città, e io non ho preso niente da casa. Abbiamo preso solo le due macchine, i miei vestiti sono ancora appesi nel guardaroba. Ero l’unico a credere che sarebbe finita subito, dissi a tutti che saremmo tornati a Donetsk entro sei mesi“.

Quei sei mesi sono diventati più di tre anni, ma stasera, contro il Napoli, sarà un’altra storia. A Kharkiv – dove dovrebbe fare abbbastanza freddo – suoneranno le note dell’inno della Champions League. Non sarà la Donbass Arena, non sarà casa, ma in questi anni lo Shakhtar ha imparato a convivere con questo esilio forzato.

Tornare alla Donbass Arena, quando arriverà il momento, sarà allora ancora più dolce: per il momento, lo Shakhtar sogna di dare una gioia alla sua gente, anche se per adesso solo a 300 chilometri di distanza.

Valerio Nicastro
twitter: @valerionicastro