Serse Cosmi, l’uomo del fiume Serse Cosmi, l’uomo del fiume
Le nostre carte di identità dicono sempre più di quello che pensiamo. Serse Cosmi, ad esempio, si porta dietro il nome di un condottiero... Serse Cosmi, l’uomo del fiume

Le nostre carte di identità dicono sempre più di quello che pensiamo. Serse Cosmi, ad esempio, si porta dietro il nome di un condottiero persiano, ma solo per puro caso. Già, perchè quando il padre Antonio scelse per il suo bambino questo nome così particolare, non aveva in mente il despota che vinse alle Termopili, nossignore. Quando il padre Antonio andò all’anagrafe, tutto fiero, aveva in mente per suo figlio un gran faticatore. Un gregario del ciclismo. Uno che portava l’acqua ai grandi. Uno che portava l’acqua a suo fratello, perchè quando Antonio Cosmi, grande appassionato di ciclismo, andò all’anagrafe, tutto fiero, aveva deciso di dare a suo figlio il nome di Serse Coppi, fratello del più celebre Fausto, indimenticato campione del pedale.

Serse Coppi, come il fratello Fausto, lascia prematuramente questa terra. Anche Antonio Cosmi, a dirla tutta. Il giovane Serse Cosmi, nato a Perugia nel maggio del ’58, e rimasto orfano del padre a quattordici anni, deve imparare ben presto a cavarsela da solo. Un po’ come farà sul campo di calcio, insomma. Dove diventerà qualcuno solo e soltanto grazie a se stesso, solo e soltanto grazie al suo duro lavoro e alla sua infinita grinta. Come un gregario, come Serse Coppi.

Le prime panchine di Serse Cosmi non sono differenti da quelle di tanti altri allenatori di provincia, che dopo il lavoro indossano la tuta, si coprono bene e vanno ad urlare dietro a dei ragazzi a volte troppo svogliati per un paio d’ore, per poi tornare a casa, cenare, mettere il pigiama e ricominciare tutto uguale il giorno successivo. Le prime panchine di Serse Cosmi sono proprio dietro casa, alla Pontevecchio. Ma Serse Cosmi non è uno dei tanti allenatori di provincia. Ha grinta da vendere, ha tanta voglia di farsi un mazzo così e ha una qualità che solo in pochi possono vantarsi di avere: riesce a tirare fuori dai suoi ragazzi il 101%, riesce ad ottenere il massimo da ogni suo gruppo, anche quando bisogna sopperire alle lacune tattiche e alle carenze tecniche. Serse Cosmi porta in panchina l’arte di arrangiarsi e la eleva ad arte.

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La Pontevecchio, sotto la guida di Serse, vola dalla Prima Categoria all’Interregionale, vecchio nome dell’odierna Serie D. Serse Cosmi risponde alla chiamata del presidente Ciccio Graziani e va sulla panchina dell’Arezzo. Una piazza importante, ma in ricostruzione. Cinque, sei, settemila spettatori in D. Promozione in C2, lottando come solo le squadre di Cosmi sanno fare. Nel 1998, in uno spareggio playoff al cardiopalma, Serse porta l’arezzo in C1. Alla fine della partita di Pistoia contro lo Spezia, con l’immancabile cappellino e la camicia di lino 3 taglie più grandi fuori dai pantaloni, Serse corre, come un indemoniato sotto la sua curva. Arezzo era diventata ben presto casa sua. Lancia il cappellino ai suoi tifosi. L’uomo del fiume, come lui stesso ama definirsi, inizia ad affacciarsi alla ribalta nazionale.

Il primo ad accorgersi di lui, ai piani alti, è Luciano Gaucci. Aria di casa, aria di Perugia. Allenare la squadra della propria città, nella massima serie. Se non è un sogno questo, poco ci manca. Gaucci mette nelle mani di Serse quello che, a prima vista, sembra un’accozzaglia di gente reperita in giro a buon mercato. Cosmi li trasforma in un gruppo con una mentalità ben precisa, e che gioca anche un calcio divertente. Il 3-5-2 che oggi va tanto di moda, Serse lo giocava, con costrutto, quindici anni fa. Lancia un numero infinito di semisconosciuti alla ribalta nazionale. Gente come Materazzi, Liverani, Grosso, Baiocco, gli deve probabilmente un’intera carriera. Serse si lega alla squadra in maniera viscerale. Si mette in testa il mitologico cappellino rosso e si siede in panchina. Oddio, si siede. Si alza ben presto, si agita, inveisce. Contro arbitri, avversari, suoi giocatori. Questo è Serse, uno che nei 90 minuti di gioco lascia da parte tutto. E vuole vincere, solo vincere, con tutte le sue forze. Urla, sbraita, si sbraccia. A fine partita è come se avesse corso più di tutti i 22 in campo. Ma d’altronde, questo e solo questo è il calcio secondo Serse Cosmi. Dare tutto, gettare il cuore oltre l’ostacolo per superare i propri limiti. E poi, il gruppo sopra ogni cosa.

Sarà per questo che negli anni di Cosmi a Perugia transitano brasiliani, iraniani, coreani, senegalesi, cinesi, maliani. Tutti riescono a dare qualcosa, tutti. Nel 2003, l’ultima stagione di Cosmi a Perugia, addirittura l’Intertoto e la Coppa Uefa. Ma come Icaro, che osò volare troppo in alto, fino a far squagliare le sue ali di cera al sole, forse quel Perugia osò troppo. A fine anno, retrocessione in B. E Serse Cosmi dice addio. Grazie di tutto, ma è tempo di nuove avventure.

Nella stagione 2004-05, il Genoa ha bisogno di un uomo forte, per tentare di tornare in Serie A. La palude della serie B richiede forza di volontà, spirito di sacrificio e instancabili faticatori. E, sopra ogni cosa, bisogna costruire un gruppo che funzioni. Chi meglio di Serse per l’impresa? L’impresa Serse la fa. Ma il suo Presidente si fa beccare con una famosa valigetta tra le mani, e invece che dalla Serie A, tre mesi dopo il Grifone riparte dalla C.

Serse Cosmi, invece, riparte da una musichetta celestiale e stadi stracolmi di gente: si, perchè nell’estate del 2005 l’uomo del fiume prende casa ad Udine, dove lo aspetta la Champions League. Barcelona, Atene, Brema. Il girone dei friulani non è dei più semplici, ma la qualificazione alla fase ad eliminazione diretta sfugge solamente all’ultima giornata, con un Barcelona già primo e imbottito di riserve. Udine non è casa di Serse, troppo lontano il fiume. L’avventura al Friuli finisce a febbraio, mestamente.

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Un anno di pausa, poi Serse inanella avventure sfortunate sulla panchina di Brescia, Livorno, Palermo. Nella città siciliana resta solo per quattro giornate nella primavera del 2011. Dopo un sonoro 4-0 preso dal Catania nel derby, Zamparini decide che può bastare così. Sembra il triste epilogo di una carriera che sembrava destinata ad essere splendente.

Poi, a dicembre 2011, Serse Cosmi ricompare, all’improvviso, sulla panchina di un Lecce che annaspa, tragicamente, sul fondo della classifica. L’uomo del fiume arriva, con il cappellino con la visiera sostituito da una più matura coppola, e rivolta la squadra giallorossa come un calzino. A suon di urla, grinta e cuore, riporta il Lecce a contatto della zona salvezza, di quella linea di galleggiamento che sembrava solamente un miraggio. Poi, quando l’impresa sembrava a portata di mano, il Lecce crolla e scende lo stesso in B. Ma il pubblico salentino non può non apprezzare. E nella giornata che sancisce la disfatta tributa un lunghissimo applauso a Cosmi e ai suoi ragazzi. A dimostrazione del fatto che non c’è sconfitta nel cuore di chi lotta.

Delle ultime due avventure a Siena e Pescara non resta traccia negli annali della storia dello sport. Oggi Serse si divide tra i salotti televisivi e la carriera, ben lanciata, da dj. Ma ci piace immaginare che, ogni santo giorno, si metta il cappellino, si guardi allo specchio e sogni di tornare su una maledetta panchina di serie A, per urlare dietro ai suoi ragazzi, correre in campo ad inseguire un arbitro, festeggiare una salvezza insperata. Perchè l’uomo del fiume non può restare fermo al suo posto.

Valerio Nicastro
twitter: @valerionicastro

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