Emiliano Mondonico e una sedia entrata nella storia Emiliano Mondonico e una sedia entrata nella storia
Arrivare secondi è la cosa più brutta che esista. Uno è meglio che venga eliminato al primo turno. Perchè arrivi in finale, arrivi secondo,... Emiliano Mondonico e una sedia entrata nella storia

Arrivare secondi è la cosa più brutta che esista. Uno è meglio che venga eliminato al primo turno. Perchè arrivi in finale, arrivi secondo, e ti accorgi che non conti più niente.
Emiliano Mondonico

A volte basta un gesto per entrare nella storia. Un gesto totalmente inaspettato, fuori dal contesto, qualcosa di mai visto. Eppure un gesto semplice, senza fare rumore, senza alzare la voce. Basta una sedia alzata al cielo. E’ il 13 maggio del 1992. Ajax e Torino sono in campo allo Stadio Olimpico di Amsterdam, si stanno giocando la Coppa Uefa. Nella finale di andata, al Delle Alpi di Torino, non ci sono stati vincitori nè vinti. Un 2-2 che però costringe il Torino a vincere in Olanda, o a pareggiare con almeno 3 gol. E’ il Torino di Enzo Scifo, Gianluigi Lentini, Walter Casagrande, e, per noi, di Pasqualone Bruno. E’ il Torino guidato in panchina da Emiliano Mondonico.
E’ il Torino, alfiere del tremendismo granata, che ha eliminato clamorosamente in semifinale il Real Madrid di Hierro e Butragueno. E’ il cuore Toro da esportazione, formato europeo. Che ora è a 90 minuti dal trionfo europeo, ma ha bisogno di un gol, almeno un gol, un maledetto gol, quel 13 maggio ad Amsterdam.

E il Toro, ad Amsterdam, ci va senza paura. Attacca, a testa bassa. Attacca, come se non ci fosse un domani, come se da quel gol e da quella partita dipenda la sopravvivenza di ognuno dei giocatori in campo. L’atmosfera è tesa, la voglia di vincere tanta. Ma il Torino non deve vedersela solo con l’Ajax. E’ una partita che sembra maledetta. Al 20′ Walter Casagrande raccoglie di testa una pennellata di Lentini. Indirizza un bolide verso la porta dei lancieri, un bolide che sembra destinato a finire in fondo al sacco. Ma gli dei del Pallone, seduti in tribuna all’Olympisch Stadion, decidono di schierarsi dalla parte di Stanley Menzo, portiere dell’Ajax. Palo. Un rumore sordo, secco, come un tonfo. Lo stesso tonfo che quel palo fa nelle pareti del cuore dei tifosi del Torino.




E’ una partita stregata, è una partita iconica della storia intera del Torino, lastricata di delusioni, sofferenze e lacrime. Il primo tempo si chiude sullo zero a zero, ma i granata non rinunciano ad attaccare. Fino al momento della storia. Roberto Cravero si incunea in area di rigore, tenta di saltare Frank De Boer. Cade a terra. Non ci sono ancora moviole, replay, ricostruzioni al computer. Con il senno di poi, oggi, possiamo dire che il rigore probabilmente non c’era. Ma le cose vanno vissute sulla propria pelle, prima di poter parlare. Dalla panchina sembra rigore, abbastanza netto. Dalla panchina si alza Emiliano Mondonico. Anzi, è Emiliano Mondonico ad alzare la panchina. All’Olimpico di Amsterdam non ci sono ancora le panchine classiche, nè tantomeno quelle specie di poltroncine da cinema che ammiriamo oggi. All’Olympisch Stadion di Amsterdam, la panchina nient’altro è che una serie di sedie tradizionali, di quelle con le stanghette in metallo.

Emiliano Mondonico non ci pensa due volte. Prende una sedia e la solleva al cielo. E’ la protesta di chi è convinto di aver subito un torto inequivocabile, è il gesto di ribellione di chi si crede vittima di un errore arbitrale abbastanza palese. E’ la rivolta contro un sopruso. Un gesto genuino, di cuore, di pancia, di puro istinto. E’ l’attimo che consegna alla storia Mondonico e la sua sedia.

Il Torino continua ad attaccare, l’Ajax regge arroccato nella propria metà campo, nella propria trequarti. Roberto Mussi, alla mezzora della ripresa, lascia partire una cannonata da oltre 30 metri. Ma quel giorno, forse, in porta poteva starci anche la sedia sollevata da Mondonico, il pallone non sarebbe entrato lo stesso. Il tiro di Mussi viene deviato. Menzo è fuori causa, può solo guardare il pallone sfilargli alle spalle. Palo. E dei del Pallone che sghignazzano sotto i baffi.

Ma non è finita qui. C’è tempo per un’ultima ingiuria a quei burloni degli Dei. Minuto 89, la palla arriva sui piedi di Gianluca Sordo, ragazzino entrato in campo al posto di Cravero, che, in quella maledetta azione si era pure fatto male. Gianluca Sordo che, a un minuto dalla fine, si ritrova sui piedi un pallone che può voler significare la storia. Gianluca Sordo che si gira, chiude gli occhi e tira. Chiude gli occhi, sperando di sentire le urla dei suoi compagni, l’abbraccio dell’esultanza. E invece, ancora una volta, mentre gli spettatori olandesi trattengono il fiato, l’unico rumore che riecheggia nell’aria di Amsterdam è il sordo incocciare del pallone contro il legno, quello della traversa, stavolta. E’ l’ultima beffa del destino in una giornata maledetta.




Roberto Policano, in arte Rambo, mentre il tempo è agli sgoccioli, prende a calci Stefan Pettersson, che sta perdendo tempo sulla bandierina del calcio d’angolo. Lo svedese lascia il campo in barella con un braccio rotto. Non c’è più tempo per farlo, quel maledetto gol. L’arbitro fischia 3 volte e l’Ajax si porta a casa la Coppa. I lancieri alzano le mani al cielo, i granata se le mettono in faccia per coprire le lacrime.

Mondonico deve accontentarsi di entrare nella storia con la sua sedia sollevata al cielo, quella sedia che il Mondo avrebbe preferito fosse una coppa. Deve beccarsi anche una giornata di squalifica in campo europeo, giornata che, ad oggi, il Mondo non ha ancora scontato. E che noi ci auguriamo sconti, prima o poi, nella sua vita. Come un risarcimento per quel torto subito. Non tanto dall’arbitro, quanto dal destino.

Valerio Nicastro
twitter: @valerionicastro

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