Sebastiano Rossi, l’imbattibile Sebastiano Rossi, l’imbattibile
Nel calcio, più che in ogni altra cosa, il concetto di tempo è molto relativo. Un minuto ha cambiato le sorti di partite, di... Sebastiano Rossi, l’imbattibile

Nel calcio, più che in ogni altra cosa, il concetto di tempo è molto relativo. Un minuto ha cambiato le sorti di partite, di club, che fino al novantesimo erano sull’orlo del baratro e si sono poi ritrovati con l’argenteria in bacheca. Un minuto può scorrere velocissimo o non passare mai. Ora immaginate questo lasso di tempo e moltiplicatelo per 929. Novecentoventinove, avete capito bene. Non siamo impazziti, per lo meno non più di quanto lo fossimo già, stiamo solo provando a farvi immaginare quanto incredibile sia questa storia che vi andremo a raccontare.

Il protagonista è un armadio a due ante con fattezze umane, le rilevazioni indicano quasi due metri per 90 chilogrammi di peso e all’anagrafe risulta come Rossi Sebastiano, nato a Cesena il 20 luglio 1964.

Che gli piacesse sentire un pallone tra le mani, piuttosto che calciarlo, è una cosa chiara fin da subito. C’è solo un bivio da affrontare, pallacanestro o calcio, ovviamente nell’unico ruolo in cui il giocatore debba avvalersi degli arti superiori? Non è una scelta così scontata perché Sebastiano pare strizzare l’occhio verso la palla a spicchi, soprattutto in virtù di alcune offerte che gli sarebbero pervenute da importanti club. Alla fine, però,  il richiamo verso il pallone di cuoio è troppo importante per non essere assecondato. Cesena, la sua città natale, gli offre la prima possibilità di mettersi in luce, prima a livello giovanile e poi girandolo in prestito in realtà minori dove avrebbe potuto trovare spazio.

Forlì, Empoli e Rondinella prima di far ritorno alla società bianconera di Romagna, questa volta pronto a recitare un ruolo da protagonista. Quattro anni a difendere i pali della sua città, con la quale esordisce in serie A il 13 settembre 1987. E’ un portiere ancora da formare, ma del quale già si capiscono i tratti distintivi: l’imponente stazza fisica, unita ad un senso della posizione con pochi eguali, gli consentono di coprire quasi tutto lo specchio della porta. Ha un’altra qualità che connota tutti i grandi portieri, o meglio, non conosce una sensazione che per i portieri è peggio di qualsiasi altro difetto, la paura. Ci sembra di vederlo ancora oggi, se chiudiamo gli occhi per un istante, quel ginocchio altezza mento a sconsigliare qualsiasi operazione nelle immediate vicinanze. Questa è la mia casa, entrate a vostro rischio e pericolo. E, fidatevi, la gente che ha provato a sfidarlo non ha fatto una bella fine.

La stagione della svolta è quella del 1989, il giorno fatidico l’8 Gennaio. Al Manuzzi arriva il Milan di Arrigo Sacchi, il Milan dei fenomeni olandesi pronti a farsi beffa dell’agnellino sacrificale. Puoi aver preparato e studiato tutte le tattiche del mondo, giocare il calcio totale e creare valanghe di occasioni da gol, ma alla fine l’uomo con cui devi fare i conti è sempre lui, l’ultimo baluardo con i guantoni a protezione delle mani. Se decide che quel giorno non devi passare non passerai, soprattutto se quell’ultimo baluardo si chiama Sebastiano Rossi. Le cronache riportano una dozzina di tiri in porta dei rossoneri, tutti rigorosamente rispediti al mittente. Inclusa nel prezzo c’è anche la beffa, con l’unico gol in Italia della meteora Holmqvis che regala i due punti ai bianconeri.

seba1Arrigo Sacchi non si ferma alla sconfitta, guarda oltre e non ha dubbi: quel portiere nato a poco più di 70 km da lui, verrà a Milanello e difenderà la porta del Milan nelle stagioni a venire. E così sarà.

E’ il 1990 quando il Milan si assicura le prestazioni di Sebastiano Rossi, che inizialmente parte come riserva di Andrea Pazzagli fino a che quest’ultimo si trasferisce al Bologna, liberando lo spazio al portierono cesenate.

L’esordio con la maglia del diavolo è di quelli che farebbero tremare i polsi a qualsiasi bipede senziente sulla faccia della terra che non si chiami Sebastiano Rossi, ovvero il derby cittadino. Non solo gioca senza fare una piega, ma mantiene la propria porta inviolata consentendo al Milan di imporsi per 1-0 grazie alla rete di Van Basten.

I tifosi rossoneri iniziano ad apprezzare le sue parate, la sua sicurezza che si trasforma quasi in tracotanza. Di pari passo iniziano a far conoscenza anche con la parte oscura del suo carattere, quello cioè di una persona che se ritiene di aver subito un torto te lo deve rendere alla prima occasione utile. Se nella vita di tutti i giorni questo può portare a grossi guai, tranquilli vedremo anche quelli, nel rettangolo di gioco le cose non vanno diversamente.

In panchina Capello succede a Sacchi e  la porta di Seba Rossi è protetta da Maldini, Baresi, Costacurta e Tassotti, si è visto di peggio, di meglio non siamo così sicuri. Nasce il mito degli invincibili, in una stagione in cui la saracinesca rossonera verrà scardinata solamente 21 volte.

Quello che ai nostri occhi lo rende ancor più meritevole di stima incondizionata è il suo modo di vivere, di conquistarsi tutto con il duro lavoro nonostante più di qualcuno abbia cercato di accantonarlo, peraltro non riuscendoci quasi mai. Ogni anno partendo dalle retrovie, perché Antonioli è più affidabile, perché Pagotto da più sicurezza, perché Taibi deve giocare. C’era sempre un perché, che a Rossi importava meno della messa di Natale.

L’unica cosa certa era che quando gli attaccanti avversari si trovavano di fronte questa montagna la porta sembrava minuscola e i calci di rigore improvvisamente diventavano ostici come punizioni al limite dell’area.

La stagione ’93-’94 è quella che entrerà alla storia per il record, ma è anche quella che ci consegna la parte oscura di Seba, quella con cui non vuoi avere nulla a che fare se sei dalla parte sbagliata. E’ una stagione in cui il destino di Rossi si intreccia a quello del bomber russo del Foggia, Igor Kolyvanov. Già nel girone di andata, infatti, Seba Rossi sta puntando al record di imbattibilità di Adriano Reginato di 712 minuti. Le lancette sono ferme a 690 minuti e 59 secondi quando Igor trafigge il portiere rossonero al 60’ di Foggia-Milan. La partita è molto sentita, in campo piove di tutto compresi razzi e fumogeni. La ragione suggerirebbe di tenere a freno gli istinti e lasciar sbollire la rabbia. Ma la ragione, in quel preciso istante, può anche andarsene affanculo. Questo deve essere quello che è balenato nella mente di Rossi, per sommi capi. Quindi eccolo afferrare il fumogeno e rilanciarlo nella curva foggiana, accettando la sfida ad armi pari.

Nulla dura per sempre, tutte le belle cose devono finire.”
E quando cominciano?

Facciamo nostro questo scambio di battute tra Linus e Charlie Brown per esprimere il motto che ha  caratterizzato la carriera di questo grandissimo numero 1. Finita una sfida ne comincia subito una nuova, non c’è tempo per piangersi addosso o per recriminare.

E’ cosi che nel girone di ritorno, precisamente al 37’ di Milan-Cagliari, inizia una nuova striscia di imbattibilità. Vi ricordate all’inizio di questa storia quando vi chiedevamo lo sforzo di immaginare 929 minuti di gioco? Cosa può succedere in novecentoventinove di minuti di gioco? Tutto. Ed è quello che è avvenuto in quelle giornate fredde, a cavallo tra gennaio e febbraio, quando un portiere vorrebbe essere da tutt’altra parte che non piantato lì tra due pali, immobile, costretto a patetici balzi sul posto per non morire assiderato. Tutto è successo fuorché una cosa, ovvero quella sfera di cuoio nera e bianca non ha mai oltrepassato la linea di porta difesa da Sebastiano Rossi. Con tanti saluti a Dino Zoff, detentore del precedente record di 903 minuti.

Chi poteva interromperla questa striscia leggendaria? Bè se credete un minimo nei segni del destino un nome dovreste averlo, Igor Kolyvanov, sempre lui. Ancora lui. Come nella partita di andata.

“Avrei preferito andare avanti con il record, ma ancora una volta si è messo in mezzo Kolyvanov. Dedico il primato a mia mamma, alla mia fidanzata e alla Curva”:

Lo stadio si alza per applaudirlo e lui ricambia, salvo poi sentire anche gli insulti della parte foggiana. Ricambia anche quelli, abbassando le braccia rivolte al cielo indirizzandole verso organi posti nel basso ventre. Tutto questo è Sebastiano Rossi, signori.

sebarossi2Questi sono indubbiamente gli anni migliori, dal punto di vista personale, che poi vanno anche a coincidere con i trofei vinti dalla squadra rossonera, in Italia come in Europa. L’avventura con il Diavolo è destinata a continuare ancora per molti anni, fino al 2002 per la precisione, tra alti e bassi e con l’unica costante di essere sempre messo in discussione.

Quello che non cambia mai è il carattere irascibile, sempre pronto ad esplodere alla prima occasione utile. Come in quei minuti finale di Milan-Perugia della stagione ’98-’99, in cui Seba Rossi in un istante di follia si leva i guanti da portiere per indossare metaforicamente quelli da pugile. Dopo il rigore realizzato da Nakata si avventa su Bucchi, che ha l’unica colpa di volere accelerare le operazioni di rimonta della propria squadra. Gli sferra un colpo al volto da ko che gli costa anche 5 giornate di squalifica ed il posto da titolare. E’ questo probabilmente l’ultimo colpo di coda della sua carriera rossonera, nonostante alcune successive apparizioni nell’era di Abbiati e Dida.

Finisce la carriera a Perugia nel 2003, ma in realtà non ha mai smesso di far parlare di sè. Non sono i 5 campionati vinti e nemmeno la Champions a tenere banco, quanto  i suoi comportamenti extracalcistici caratterizzati da un’avversione ideologica nei confronti dell’autorità. Fioccano le denunce, nel 2007 per porto d’armi improprie, minacce gravi, lesioni e ingiurie. Nel 2011 patteggia una pena pecuniaria per aver aggredito con un pugno al volto un carabiniere, reo di avergli impedito di fumare il suo sigaro in un bar di Cesena. Nel 2014 esce il suo nome in un’indagine legata allo spaccio di cocaina in Emilia-Romagna.

Quello che ci rimane negli occhi e nella mente è un portiere fantastico, che non ha ricevuto la giusta consacrazione con la maglia della Nazionale solo per la presenza concomitante di altri fenomeni nel suo stesso ruolo. Capace di imporsi rimanendo se stesso  senza mai abbassare la testa, mostrando i pregi e non preoccupandosi minimamente di nascondere gli altrettanto evidenti difetti.

Tutte le volte che prendo un gol è come se mi tagliassero una mano, ogni volta che recupero un pallone in fondo alla rete per me è come morire.

Paolo Vigo
twitter: @Pagolo

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