Johannesburg, 2 luglio 2010. Il quarto di finale più pazzo della storia dei Mondiali di calcio, una partita che, se non l’hai vista, non puoi...

Johannesburg, 2 luglio 2010. Il quarto di finale più pazzo della storia dei Mondiali di calcio, una partita che, se non l’hai vista, non puoi farti raccontare. O meglio, te la puoi far raccontare, ma non ci crederai mai, penserai che ti stiano irrimediabilmente prendendo per il culo. Uruguay-Ghana: una di queste due si prenderà un posto in semifinale, e vada come vada, sarà un momento storico.

Una squadra africana non è mai stata così vicina a una semifinale mondiale. Solo il Senegal di Bruno Metsu, nel 2002, si era avvicinato così tanto. I tempi regolamentari finiscono sull’1-1, poi è nei supplementari che si consuma il dramma. E si concentra tutto in un attimo, un attimo di genio, di follia, di irresponsabilità. Un attimo in cui il cattivo si traveste da eroe, un attimo in cui la pazzia si trasforma in trionfo.

Perché in effetti solo uno come Luis Suarez avrebbe potuto pensare a una diavoleria del genere. All’ultimo, ultimissimo minuto dei supplementari, il ghanese Adiyah colpisce a botta sicura, superando Muslera. Il Pistolero, sulla linea, respinge con le mani. Con la disperazione di chi forse sta solo rinviando la sconfitta, rendendola più amara. Cartellino rosso, calcio di rigore, Uruguay disperato e con le spalle al muro: se Asamoah Gyan mette dentro il rigore, il Ghana è praticamente in semifinale, perché non c’è più tempo. E invece, siccome il dio del Pallone quella sera aveva voglia di divertirsi, il tiro del ghanese si stampa fragorosamente sulla traversa. E manda le squadre ai calci di rigore, quelli da tirare in apnea e ad occhi chiusi, quelli che più crudeli non potrebbero essere.

Ed è qui che entra in scena il protagonista della nostra storia. Perché una partita così, non può che finire nelle mani, anzi nei piedi, di uno matto come un cavallo. Di uno che, l’etichetta di “Loco” se la porta orgogliosamente stampata in faccia, insieme al numero 13 portato sulla schiena. E’ lui a prendere in mano il pallone, per l’ultimo calcio di rigore, quello che può mandare l’Uruguay in semifinale. Washington Sebastián Abreu Gallo, ma va bene anche solo Sebastián. Va bene anche solo Loco, in realtà.

El Loco Abreu prende il pallone, lo sistema sul dischetto, prende la rincorsa. Arriva sul pallone totalmente sbilanciato in avanti, facendo immaginare al portiere ghanese che tirerà forte e potente, da uno dei due lati. Poi, all’ultimo istante, rallenta, il tanto che gli basta per non inciampare nel pallone, e accarezza la sfera da sotto, con un tocco tanto delicato quanto strafottente. E’ il suo marchio di fabbrica, la Cavadinha.  Noto dalle nostre parti come Er cucchiaio. Ma se quello di Francesco Totti a Edwin van der Sar era un atto scellerato nato sul momento, una specie di invenzione irriverente tirata fuori dal cilindro per esorcizzare la paura, quello di Abreu non è nient’altro che la normalità.

Si, perché el Loco Abreu di rigori così ne ha tirati tanti. 25, secondo lui, che tiene nota di tutto. E solo due volte gli è capitato di farseli parare, ma solo perché ha sbagliato lui, non certo per merito del portiere, sia ben chiaro. Il personaggio Abreu è tutto in quel rigore. Non serve altro, per raccontare per quale diamine di motivo si porti appresso, da almeno 20 anni, quel soprannome che è diventato il suo orgoglio. Perchè essere el Loco non è certo motivo di infamia, sia chiaro.

Quella del Loco Abreu non è una semplice carriera. Piuttosto, una missione evangelica. Il tentativo di ricoprire tutto il globo terracqueo provando ad esportare il Verbo del suo calcio. Un Verbo fatto di visioni superiori, di invenzioni, di storie da raccontare. E che, se non ci fossero riflessi filmati salvati in qualche anfratto di Youtube, potrebbero sembrare leggende metropolitane. Come quella volta contro la Fluminense, quando indossava la maglia del Botafogo. L’arbitro fischia un calcio di rigore, el Loco va sulla palla e prova -naturalmente- la Cavadinha. Diego Cavalieri, che conosce il personaggio, se la rischia, rimane in piedi e para il rigore più facile della sua carriera. Passano pochi minuti, e l’arbitro fischia un altro penalty per il Botafogo.

Sul pallone si presenta -naturalmente, anche in questo caso- Sebastian Abreu. Che ovviamente ripropone la Cavadinha, questa volta segnando. Perché Diego Cavalieri sapeva che quello lì era matto, ma non pensava fosse così matto da tirare un rigore a cucchiaio qualche minuto dopo averne sbagliato uno proprio in quel modo. Ma che volete farci, non staremmo certo qui a raccontare questa storia, se non fosse così irrazionale.

A voler scrivere e tenere nota di tutte le maglie indossate in carriera dal giramondo uruguaiano, usciremmo di testa. Ventidue squadre, quattro continenti, dieci nazioni. Sudamerica, America centrale, Europa, Asia. Tutte irrimediabilmente affascinate dalla poesia del Loco. Che arriva, si mette la sua maglia numero 13 sulle spalle, e spiega il suo calcio. Non necessariamente il calcio più giusto del pianeta. Il suo, semplicemente.

Ventidue squadre, abbiamo detto? Ah, no, giusto: c’è un’ultima cosa da aggiungere. Qualche giorno fa, el Loco Abreu, a 40 anni compiuti da poco, ha annunciato di aver trovato la ventitreesima squadra della sua carriera. E’ il Bangu Atletico Clube, quarta serie brasiliana. Il contratto del Loco Abreu con i brasiliani scade a gennaio. Non contateci sul fatto che possa essere l’ultima squadra che avrà l’onore di prestargli la maglietta.

Non contateci affatto. Perché l’errore più grande che potreste commettere è dare qualcosa per scontato quando c’è di mezzo el Loco Abreu.

Valerio Nicastro
twitter: @valerionicastro