La Lazio del 1974, una banda di folli che entrò nella storia La Lazio del 1974, una banda di folli che entrò nella storia
Ci sono nel calcio delle regole, delle leggi universali che, bene o male, garantiscono il funzionamento di questo universo a noi tanto caro. Delle... La Lazio del 1974, una banda di folli che entrò nella storia

Ci sono nel calcio delle regole, delle leggi universali che, bene o male, garantiscono il funzionamento di questo universo a noi tanto caro. Delle regole che di tanto in tanto vengono violate, da qualche folle, da qualche visionario. Delle regole che sono fatte per non essere rispettate alla legge, per regalare a noi poveri cristi un momento di illusione, per farci credere che un altro calcio, e un altro mondo, siano possibili.

E poi c’è una storia. Una storia pazza, folle, senza logica. La storia di una squadra pazza, folle, senza logica. La storia di una squadra che prese queste regole e leggi universali del calcio, le appallottolò e le buttò nel cestino. Una squadra speciale, una squadra come non ce ne saranno mai più nel calcio. La Lazio che nel 1974 vinse uno scudetto che nessuno credeva possibile, la Lazio che toccò il baratro e risalì guidata da Tommaso Maestrelli, la Lazio che con Chinaglia e la sua banda di pazzi scatenati dimostrò che si poteva vincere anche facendosi beffe della logica e della razionalità. Puntando tutto sul cuore e su qualsiasi altra cosa ci sia dentro di noi.

Pulici, Petrelli, Martini, Wilson, Oddi, Nanni, Garlaschelli, Re Cecconi, Chinaglia, Frustalupi, D’Amico. Una formazione che i tifosi della Lazio, a quarant’anni di distanza da quel 1974, sanno recitarti ancora a memoria. Una poesia indimenticabile. Il primo scudetto biancoceleste, solo due anni dopo la promozione in serie A.

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Erano altri tempi, era un’altra Italia. Solo in quei tempi, solo in quell’Italia si poteva scrivere una simile pagina di storia. Nell’Italia degli anni di Piombo, un’Italia perennemente spaccata, dilaniata, che sta faticosamente abituandosi a versare sangue e lacrime.

Quella Lazio non era una squadra qualsiasi. Come l’Italia di quegli anni, anche lo spogliatoio della Lazio era spaccato, dilaniato. Due gruppi di calciatori che quasi si detestavano. Da una parte Chinaglia, Wilson, Pulici, Oddi e Facco. Dall’altra Martini, Re Cecconi, Frustalupi, Garlaschelli, Nanni. Una polveriera pronta ad esplodere. Perchè questi le pistole le maneggiavano per davvero. In ritiro, quando improvvisavano una specie di poligono, o quando poi decisero di passare a sparare a delle sagome, quando decisero che i barattoli non bastavano più. Fino a quando un giorno, quando colpirono un casolare vicino al ritiro con una schioppettata, capirono che forse si rischiava grosso.

Volavano pistole, e gli allenamenti erano vere e proprie battaglie. Si dice in giro che la domenica i parastinchi non erano obbligatori. Il giovedi nella partitella d’allenamento invece guai a dimenticarseli. Sempre gli stessi, sempre contro. E le botte volavano, eccome se volavano. E si dice in giro che quelle partite, tra calcioni e fallacci, non finissero se la squadra di Chinaglia non avesse almeno pareggiato

Ma quell’anno, quella squadra, ogni domenica dava vita ad un miracolo. Ogni domenica quella squadra si dimenticava di essere spaccata a metà. Caricata dai settantamila e più dell’Olimpico, sul campo ruggiva, si mangiava gli avversari. E quando qualcuno alzava le mani su un compagno, anche se era delle fazione opposta dello spogliatoio, accorrevano in tanti per difenderlo.

E poi, c’era la campagna europea di quella Lazio. Un’avventura in Coppa Uefa finita nell’unico modo che sembrava possibile per quella squadra. Con una partita surreale, al limite dell’impossibile. Una storia da romanzo noir. Nei sedicesimi di finale, contro l’Ipswich Town. Andata in Inghilterra: 4-0 per la squadra di Bobby Robson. Al ritorno sembra tutto perduto, tutto inutile. Invece, in un Olimpico infuocato, dopo 26′ la Lazio è sul 2-0, con i gol di Garlaschelli e Chinaglia. L’impresa sembra possibile. Gli inglesi, con la qualificazione in pericolo, menano come fabbri indemoniati. L’arbitro, stando ai racconti dell’epoca, è sceso in campo in condizioni di alterazione psicofisica. Si, era ubriaco marcio.

E proprio l’arbitro, al minuto 67, decreta la fine dei sogni di rimonta dei biancocelesti concedendo un rigore quantomeno dubbio all’Ipswich Town. E’ l’inizio della fine. La Lazio mette in piedi una vera e propria battaglia. La partita finirà 4-2 per i biancocelesti, che saranno eliminati. Arbitro e calciatori ospiti verranno omaggiati calorosamente negli spogliatoi. All’uscita delle squadre, anche il pubblico cerca di fare la sua parte, lanciando frutta e verdura in campo. Leggenda vuole che uno scatenato Vincenzo D’Amico si fosse impegnato a raccogliere le arance arrivate dagli spalti per tirarle al direttore di gara.

L’Uefa deciderà di sanzionare la Lazio con la squalifica dalle coppe europee per un anno. Squalifica che impedirà alla squadra di Maestrelli di disputare la Coppa dei Campioni l’anno successivo. Si, la Coppa dei Campioni, perchè dopo quella assurda serata, la squadra biancoceleste si ricompatta, e riversa sugli avversari tutta la rabbia che aveva in corpo. E va a prendersi lo scudetto.

Se lo prende il 12 maggio del 1974, in un Olimpico stipato all’inverosimile. Ottantamila cristiani, molti con il biglietto, altrettanti senza, perchè quel giorno di rimanere fuori non se ne parla. Il Foggia oppone resistenza, il sogno sembra farsi più difficile di quello che era. Perchè da una storia del genere, da una squadra del genere, ti aspetteresti anche che sul più bello vada tutto in pezzi. Anzi, forse sarebbe proprio la conclusione più razionale per questo romanzo senza senso logico.

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E invece, al tredicesimo del secondo tempo, Garlaschelli se ne va sulla fascia, butta in mezzo un pallone. Il difensore del Foggia Scorsa lo prende con la mano. Rigore. Calcio di rigore. Prende il pallone Chinaglia. E chi se non Long John. Chi se non l’anima di quella squadra, il simbolo di questo gruppo. Quello che sarebbe stato citato da Rino Gaetano in “Mio fratello è figlio unico“. Quello che, ai tempi scelta rivoluzionaria per davvero, qualche anno dopo sarebbe partito per andare a giocare a calcio negli Stati Uniti.

Chinaglia posiziona la palla sul dischetto e prende la rincorsa. Un rigore brutto ma efficace, una botta secca che supera il portiere, spiazzato. Tutto il resto non conta, è gol. E’ gol, perchè quella storia doveva finire per forza così.

La partita finisce così. La Lazio è Campione d’Italia. Il lieto fine su cui nessuno avrebbe scommesso. Il premio per una squadra folle, pazza, irrazionale. Una squadra che nel calcio di oggi non avrebbe diritto di cittadinanza. Una squadra, che di lì a qualche anno, avrebbe perso alcuni dei suoi protagonisti. Come se il Padrone dell’Universo avesse voluto farci capire che il lieto fine è un palliativo per pochi poveri illusi. La vita è sempre la stessa disgraziata avventura. Tommaso Maestrelli, allenatore, vero artefice di quel miracolo, collante in quello spogliatoio esplosivo, sarebbe stato portato via da un tumore al fegato nel 1976.

Qualche mese dopo, Luciano Re Cecconi sarebbe morto in circostanze misteriose, colpito dai proiettili di un gioielliere. Uno scherzo finito male, un tragico errore, una fatalità. Il sipario che calò su quella Lazio. Su quella banda di folli che si fece beffe della ragione e dimostrò che ogni tanto anche i “cattivi” possono scrivere la Storia.

Valerio Nicastro
twitter: @valerionicastro

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