Per stare in porta servono nervi saldi, un carattere d’acciaio e pazienza, tanta pazienza. Nulla deve scalfirti, niente deve farti saltare per aria come...

Per stare in porta servono nervi saldi, un carattere d’acciaio e pazienza, tanta pazienza. Nulla deve scalfirti, niente deve farti saltare per aria come una scheggia impazzita, nessuno può farti perdere la bussola. A meno che tu non ti chiami Salvatore Soviero. In quel caso, la tua gente, i tuoi tifosi e i tuoi compagni saranno disposti a sopportare anche le tue debolezze, i tuoi momenti di follia e, soprattutto, il tuo carattere focoso. Perchè è proprio quel carattere, quella visceralità e quella voglia di difendere quella porta contro tutto e tutti a renderti speciale.

Perchè Sasà Soviero non è mai stato un portiere come tutti gli altri. Una carriera da onesto mestierante dei pali, passata alla storia più per i momenti di follia immortalati in tanti riflessi filmati su Youtube che per le gesta a difesa della sua porta. Una carriera in cui, però, Sasà ha sempre dato alle sue squadre, le oneste provinciali nella cui causa si è sempre immedesimato, tutto quello che aveva, e anche di più. Perchè quando dentro hai la voglia di spaccare il mondo, quando vorresti correre a perdifiato inseguendo tutti i palloni, puoi piazzarti a centrocampo e mordere le caviglie dei tuoi avversari. Ma se il destino ha deciso che il tuo posto è tra i pali, allora ti aspetta una vita da leone in gabbia. E quando non ce la fai più, quella gabbia si spalanca. Ed esce fuori tutto quello che hai dentro. Perchè quando arriva quel momento, non ci sono pali che ti possono trattenere.

Ed è lì che viene fuori il leone dalla gabbia. Ed è lì che il mondo fa la conoscenza di Sasà Soviero. Come in quel Brescia-Genoa della stagione 1999-2000, quando Sasà difendeva la porta del Grifone e un improvvido guardalinee ebbe la sciagurata idea di concedere un calcio d’angolo dubbio alle Rondinelle. «Chella latrina ‘e mammeta», così inizia quel monologo da 40 secondi entrato nelle orecchie di tutti. Uno sfogo viscerale, onesto, sincero, verso un uomo che secondo il portiere ha sbagliato una decisione, che ha messo in pericolo il lavoro di Soviero e dei suoi compagni. O come il giorno in cui tutto il mondo puntò il dito contro Soviero. Il giorno in cui gli dissero che era il cattivo esempio, il male del calcio, l’uomo da tenere lontano. Senza voler nemmeno sentire quello che Sasà aveva da dire. Senza nemmeno concedergli le attenuanti che avrebbe meritato.

Essere corretti non paga, tanto vale piantare un gran casino, almeno ti sei tolto lo sfizio.

Perchè se c’è qualcosa che un uomo come Salvatore Soviero vuole difendere, prima ancora della sua porta, è l’onore. L’onore della sua squadra, dei suoi colori, dei suoi compagni. Quello che successe il 17 aprile del 2004 al San Nicola è l’esempio perfetto di chi quando gioca non ci sta a perdere, mai. Nemmeno con la propria squadra in 9 uomini, nemmeno con la partita che sta finendo. Sasà Soviero si fa cacciare dall’arbitro perchè chiedeva che il gioco riprendesse velocemente. Sasà Soviero perde la testa perchè dalla panchina del Messina gli dicono “Ma chi te la fa fare a dannarti l’anima? Tanto siete già in serie C“. Niente più dell’onore. Si possono perdere le partite, ma non la dignità, non il diritto a essere rispettati. Ed è questo che Sasà voleva mettere in chiaro. Quando la gabbia si apre, si chiude la vena. Soviero che corre dritto verso la panchina del Messina, mulinando ceffoni e calci. Spingendo, scalciando, tirando. Nessuno lo riesce a tenere, perchè lui, in quel momento, è un uomo in missione.

Come il giorno dell’esordio in serie A, con la maglia della Reggina, al Granillo contro la Juve. Con quel gesto rivolto ad Alex Del Piero che lo invitava a non perdere tempo. La mano sfregata sull’orecchio, freneticamente. Il gesto universale per richiamare l’omosessualità.

Ma a lui non importa, non è mai importato. Perchè essere Sasà Soviero è anche e soprattutto questo. Difendere un’idea, prima ancora che una porta. Anche a costo di vedersi puntare contro gli indici dei moralisti. Anche a costo di passare alla storia dalla parte sbagliata. Ma chi difende un’idea, chi difende il suo modo di essere, non sarà mai dalla parte sbagliata. Almeno per noi.

Valerio Nicastro
twitter: @valerionicastro