Salvador Cabañas, da campione a panettiere con un proiettile nel cranio Salvador Cabañas, da campione a panettiere con un proiettile nel cranio
Siamo ad Itauguá, piccolo centro nel dipartimento Central del Paraguay. Siamo a una trentina di chilometri dalla capitale Asunciòn, nel bel mezzo dell’America Latina,... Salvador Cabañas, da campione a panettiere con un proiettile nel cranio

Siamo ad Itauguá, piccolo centro nel dipartimento Central del Paraguay. Siamo a una trentina di chilometri dalla capitale Asunciòn, nel bel mezzo dell’America Latina, tra quelle vene aperte meravigliosamente decantate da Eduardo Galeano in tutto il loro tragico splendore.

Tra i vicoli e le stradine del barrio Sagrada Familia, c’è una famiglia intenta a fare quello che fa da sempre, di generazione in generazione. Il pane. Tra loro un ragazzo, poco più che trentenne, con la faccia un po’ ingrassata, gli occhi segnati da una vita pesante, quella di chi ogni mattina prende in spalla sacche e cassette e gira per il barrio, per la città, consegnando il pane. Quel ragazzo lo conoscono tutti, tra quelle strade. Quel ragazzo, una volta, era l’orgoglio della sua gente. Quel ragazzo, una volta, era un campione. Giocava in Messico, nel Club América. Nello stadio Azteca, si, proprio quello di italiagermaniaquattroatre, tutto attaccato. Giocava per la sua nazionale, giocava per la Selección, quella con la maglia a strisce biancorosse e i pantaloncini blu. Quel ragazzo che oggi consegna il pane nel barrio, si chiama Salvador Cabañas, e un tempo era l’orgoglio del Paraguay. Prima che una notte, una maledetta notte, cambiasse tutto.

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Si, perchè quando arrivi in alto, forse, ti credi invincibile. Non può essere diversamente, quando hai il mondo ai tuoi piedi. Letteralmente, perchè con quei piedi, Salvador Cabañas fa proprio quello che vuole. Non sembra avere il fisico dell’atleta. Il culo basso, sembra quasi che abbia un po’ di pancetta. Eppure, quando parte, non lo fermi. Quando decide che deve segnare, lo fa. Il padrone del Club América è lui, decisamente lui. Nel gennaio del 2010, il gennaio di quella notte, quella maledetta notte, Salvador Cabañas è convinto che il mondo sia per davvero ai suoi piedi. Ha trascinato da poco la Selección ad uno storico successo per 2-0 sul Brasile. Le porte del Mondiale sudafricano stanno per spalancarsi, e Salvador sembra destinato ad essere una delle stelle più lucenti di quel torneo. Almeno per chi lo abbia mai visto giocare. Nel gennaio del 2010, Salvador Cabañas sembrava invincibile. E forse lo era.

Ma quando l’Inferno decide di spalancare le proprie porte, non c’è nulla da fare. Nemmeno se ti chiami Salvador Cabañas e credi di essere invincibile. Il 25 gennaio del 2010, a nemmeno 6 mesi da quello che doveva essere il suo Mondiale, cambia tutto. Ci sono di mezzo un bar di città del Messico, un imprenditore messicano dal grilletto facile, una pistola ed un proiettile. Un proiettile che si dirige a tutta velocità verso la testa di Cabañas, neanche fosse uno dei suoi bolidi all’incrocio. Un proiettile che si incastra e resta lì, nella sua testa. Dietro il cranio. Salvador Cabañas è stato colpito, dopo un diverbio con un narcotrafficante. Che, si dice, avesse anche criticato le prestazioni sportive del ragazzo. In ogni caso, da quel momento, da quel 25 di gennaio, è troppo tardi per migliorarle le prestazioni sul campo.

Le porte dell’Inferno si sono ormai aperte. Cabañas lotta con tutte le sue forze per restare vivo. E siccome non è uno che si tira indietro quando c’è da lottare, resta vivo. Ma il pallone, per i primi mesi, resta solamente un lontano ricordo. Da una parte la carriera da predestinato, i dieci gol in dieci partite nella Libertadores 2007, il Pallone d’Oro Sudamericano, i gol in Copa America con la maglia della Nazionale. Dall’altra il ragazzo impacciato e sovrappeso con un proiettile ancora incastrato nella testa, che non riesce più a coordinare i movimenti, non riesce più a stoppare il pallone. Che non è più il campione che tutti avevano ammirato. In mezzo, come in tante storie, una notte. Quella notte del 25 gennaio, che solo per qualche misterioso motivo non è diventata notte fonda, per sempre. Se lo chiedi a Salvador Cabañas, il motivo, ti risponderà semplicemente alzandosi la maglietta e mostrandoti il suo avambraccio destro. Con il Cristo tatuato sopra. Una motivazione valida, forse sufficiente a spiegare chi ha deciso che Salvador dovesse restare su questo pianeta insieme a noi.

Quella notte, però, si porta dietro delle ripercussioni tremende. E non solo per quel proiettile conficcato nel cranio. Quello, dicono i medici, non dovrebbe spostarsi. Il Club América, però, rescinde il contratto di Cabañas. L’incidente è avvenuto in circostanze extracalcistiche. Non hanno intenzione di farsi carico del suo ingaggio, nè tantomeno di stargli dietro. The show must go on, addio e grazie di tutto Salvador. La moglie chiede il divorzio, in combutta con l’avvocato gli porta via praticamente tutto. Dopo quella notte, dopo quella maledetta notte, Salvador Cabañas si trova nudo. Senza squadra, senza amore. Forse, anche senza quel sacro fuoco dentro che gli aveva permesso di diventare l’eroe del Paraguay.


A gennaio del 2012, due anni dopo, il 12 de Octubre, la sua prima squadra, che ora milita nella serie B del Paraguay, gli offre un contratto. Piano piano, quel sacro fuoco sembra poter tornare a bruciare. Ma Salvador Cabañas non è lo stesso, e forse non lo sarà mai più. Gli manca qualcosa, gioca come se da un momento all’altro dovesse aprirsi una voragine in mezzo al campo, per inghiottirlo e trascinarlo all’inferno. Il posto che gli spetta, da quella notte di due anni prima. Cambia un paio di squadre, ma lo sa anche lui. Non tornerà mai più el Mariscal, il maresciallo. Quello che segnava più di tutti in Copa Libertadores.

Salvador Cabañas torna a casa sua, ad Itaguà. Accende la televisione, in campo c’è la Selecciòn. Chiude gli occhi. Ascolta gli inni nazionali, immagina il profumo dell’erba tagliata di fresco e le voci dello stadio che era pronto ad esplodere per una sua magia. Poi, appena l’arbitro fischia l’inizio della contesa, Salvador Cabañas spegne la tv e si infila nel letto. Domani mattina la sveglia suona alle 4. C’è tanta farina da impastare e un camioncino da guidare per portare il pane alla sua gente.

Valerio Nicastro
twitter: @valerionicastro