Demoni che affollano la testa, demoni che parlano. Demoni che raccontano di drammi lontani e non ne vogliono sapere di essere scacciati, per sempre....

Demoni che affollano la testa, demoni che parlano. Demoni che raccontano di drammi lontani e non ne vogliono sapere di essere scacciati, per sempre. Abidjan, siamo in Costa d’Avorio, città di poco più di cinque milioni di abitanti, la maggior parte dei quali costretti a vivere ai limiti dell’umana sopportazione.

E’ qui che il 15 agosto 1978 nasce il protagonista della nostra storia, in uno dei quartieri più malfamati della metropoli, una baraccopoli la definiremmo noi, bidonville la chiama invece chi ha subito anni di dominio francese.

Saliou Lassissi è un bambino come tanti da quelle parti: il padre che lo abbandona in tenera età, lasciando solo con la madre insieme ad altri 5 fratelli, non lo rende particolarmente diverso da altri ragazzi che vede crescere nel suo stesso quartiere.

Tutti dietro ad un pallone, rabberciato con qualsiasi materiale a disposizione, cercando di ricacciare indietro, quanto più lontano possibile, tutti i cattivi pensieri che adombrano la pur giovane mente.

Il fato, in questa storia, ha le sembianze di un commerciante, ma forse sarebbe meglio dire trafficante, di automobili che lo vede e decide che quel ragazzino non deve più stare in strada a tirare calci ad un pallone, bensì su un campo da calcio. E’ con questo incontro che inizia la vita da calciatore di Saliou.
Lassissi approda in Europa giovanissimo, a quindici anni è nelle giovanili del Rennes e a diciotto esordisce in prima squadra. E’ un giocatore fisicamente esuberante, non una novità per chi proviene da quel continente, poco disciplinato e guidato unicamente dal proprio istinto, il che, come scopriremo presto, è tutt’altro che una buona notizia.

A livello giovanile, con quel fisico più adatto ad essere posizionato davanti ad una porta di una discoteca che non al centro di una difesa, domina senza mezzi termini. Troppo forte fisicamente, sicuro di sé, e con una tecnica tutt’altro che disprezzabile. Gli occhi degli scout di mezza europa brillano, più di tutti quelli di Tanzi, allora presidente del Parma, che nonostante avesse in Rosa due difensori del calibro di Cannavaro e Thuram decide di portarlo alla sua corte.

L’avventura del difensore in Italia inizia nel 1998, sebbene Moggi avesse cercato di portarlo alla Juventus già due stagioni prima, senza riuscirci, in quanto Lassissi aveva firmato un doppio contratto, con la Juve, appunto, e con il Rennes.

Già dalle amichevoli estive si capisce che Lassissi non è uno tra i tanti, e non ci tiene nemmeno tanto ad apparire come tale. 30 luglio 1998, amichevole tra Parma ed Inter, significato pari a zero, la Gazzetta dello Sport, il giorno seguente, titolerà: “Lassissi, giovane stopper francese che avrebbe legittime aspirazioni alla Thuram ( elegante, rapido, forte) se soltanto fosse meno rissaiolo, soprattutto con Zamorano”.

Già ad ottobre del medesimo anno, dopo sole 4 partite e nonostante il giocatore abbia espresso il proprio parere, rigorosamente in terza persona (“Lassissi non è inferiore a Thuram”), viene ceduto in prestito alla Sampdoria. Anche qui imparano presto a conoscere il carattere fumantino dell’ivoriano: Sampdoria-Salernitana, fallo di gioco su Tedesco si scatena un parapiglia con Lassissi che mette le mani al collo di Rino Gattuso, sì avete letto bene. Non contento, dopo essere stato espulso, da una spallata all’arbitro Bedin e prende a schiaffi il proprio compagno Palmieri, reo di aver cercato di farlo ragionare. Cinque giornate, poi ridotte a tre, a quanto pare non abbastanza deterrenti se è vero che contro l’Inter ci ricasca: espulso per scorrettezze nei confronti di Nicola Ventola e altre 3 giornate di stop. Questa volta le mani al collo le sperimenta Zamorano.

Ci sono tutte le premesse perché venga rispedito al mittente, senza ricevuta di ritorno. Torna così a Parma, dove gioca la stagione 1999-2000 scendendo in campo 14 volte. Alterna prestazioni convincenti, quando fa il suo senza voler strafare, cioè pochissime volte, ad altre disastrose in cui si crede Gesù Cristo sceso in terra chiamato ad insegnare i precetti difensivi a noi comuni mortali.

Non gli viene data fiducia nella stagione successiva, in cui finisce in prestito alla Fiorentina. Qui gli aneddoti si sprecano: dal doppio tunnel in allenamento a Gabriel Omar Batistuta, in preda a deliri di onnipotenza, alle mani in faccia con mister Malesani. Ma la più bella rimane la scorribanda in auto terminata con lo schianto contro un bidone dell’immondizia, terminata in grande stile con l’accusa di aggressione ad una vigilessa, accorsa sul luogo per constatare l’accaduto.

Le (dis)avventure di Lassissi corrono su un binario parallelo nei club ed in nazionale. Con la Costa d’Avorio, infatti, si rende protagonista di un episodio increscioso quando con una testata spacca il labbro di un suo compagno, la cui colpa sarebbe stata quella di aver sbagliato un passaggio.
Per questo motivo, oltre all’esclusione immediata dalla Nazionale, a Lassissi viene imposto l’obbligo di internamento in un campo militare, l’equivalente della nostra prigione se non addirittura peggio. Quando ad Antonio Caliendo, all’epoca suo procuratore, viene chiesto che fine abbia fatto il suo assistito questi si limita ad alzare le spalle e rispondere: “Non so nemmeno se sia vivo o morto”.

Verrà rilasciato solo in seguito ad una rieducazione civica durata parecchi giorni e all’obbligo di scusarsi con la nazione in diretta televisiva, cosa che puntualmente avverrà.

Torniamo un momento alle vicende con i club: dopo la stagione in maglia Viola, e forse proprio grazie alla buona prestazione contro la Roma, Sensi decide di aprire il portafoglio e portare alla corte di Don Fabio Capello, fresco vincitore di scudetto, il buon Lassissi, per una cifra di 20 miliardi di lire.

Il biglietto da visita del difensore? Arrivo in ritardo al primo giorno di ritiro e cazziata immediata di Don Fabio, al quale l’ivoriano pensa di porre rimedio regalando un orologio per ogni compagno e membro dello staff. Se pensate che, da questo momento in poi, possa essere tutto in discesa, bè vi sbagliate di grosso, amici miei. E’ proprio dall’avventura romana che tutti i demoni presenti nella testa di Saliou Lassissi, che fino a quel momento avevano fatto capolino uno alla volta, decidono di darsi appuntamento e rendergli la vita un calvario, anzi un vero e proprio inferno in terra.

E’ il sette agosto 2001, pochi giorni prima del suo compleanno, quando è in programma l’amichevole di lusso Roma-Boca Juniors: una palla innocua, per quanto chi giochi a pallone sappia che non esistono palle innocue in senso assoluto, solo da passare ad un compagno, alla peggio da accompagnare fuori. Saliou si mette a protezione del pallone quando da dietro, con un intervento sconsiderato, arriva Antonio Daniel Barijho che, con quell’intervento, si porta via tutto. Sogni, paure, speranze. Fantasmi e demoni, loro no, ritorneranno. Lassisi per poco non sviene: tibia e perone si sbriciolano neanche fossero passate sotto ad un rullo compressore.

Viene operato ma l’intervento non va come dovrebbe, si apre un contenzioso tra il giocatore e la società giallorossa, accusata di non averlo curato nel migliore dei modi.

Continuo a sentire dolore, soffro molto, non vivo più, dormo sul divano, mi sveglio come un barbone, dormo mezz’ ora a notte.

Decide, contro il parere medico, di andarsene da Villa Stuart in quanto sostiene che i medici gli stiano somministrando le medicine sbagliate. Inizialmente rifiuta anche di sottoporsi alle sedute di agopuntura in quanto tutti quegli aghi piantati nel corpo gli fanno venire alla mente un rito Voodoo.
Sensi, spazientito da questi atteggiamenti del giocatore, decide che il giocatore con la Roma ha chiuso, per sempre. Nonostante il contratto triennale che lega Lassissi alla società giallorossa il campo non lo vedrà mai, nemmeno una volta guarito fisicamente, nemmeno con la primavera.

Tutto ciò scalfisce il fisico del difensore ma non sortisce alcun effetto sul suo ego smisurato.

Visto che non gioco, il presidente Sensi con me prende tempo. Potrebbe essere mio nonno, non voglio insultarlo ma nemmeno essere preso in giro. Una volta volevano darmi solo un mese su tre che mi dovevano. Gli ho risposto: o tutto o niente. Come pagano Batistuta devono pagare anche Lassissi. L’interesse per Legrottaglie? Non me ne frega niente, sono più forte di chiunque possa arrivare.

Termina finalmente il contratto con la Roma, ma l’inattività forzata di tre anni lo costringe a riciclarsi in campionati meno competitivi. Prova a tornare in Francia, da dove tutto aveva avuto inizio, ma al Nancy non trova spazio. Per un anno e mezzo fa perdere le proprie tracce, ufficialmente è tornato a giocare nel proprio paese, in realtà nessuno dice di averlo visto fino a quando non ricompare in Svizzera, alla corte di Petkovic, al Bellinzona.

Lassissi? Non si è integrato. Arrivò con un suv bianco e si presentò parlando in terza persona. Entrò in spogliatoio e disse al tecnico Vladimir Petković: “Qui bisogna ascoltare Lassissi. Lassissi comanda la difesa”. La comandò in una partita e la squadra subì 2 gol per colpa sua.

(Andrea Conti, fratello di Daniele Conti, suo compagno al Bellinzona)

Non sa che fare, si sente ancora forte e l’unico suo desiderio è quello di giocare a pallone. Torna in Francia, vuole allenarsi duramente e nell’anonimato più totale. A chi lo incontra e lo riconosce, o almeno pensa di farlo, nega persino la propria identità. “No, non sono io. Anzi, non so nemmeno chi sia questo Lassissi’, risponde ad un ragazzino che lo incrocia in un parco cittadino.

Riesce a strappare un ultimo contratto da professionista con l’Entente SSG, squadra francese, con la quale disputerà 14 partite mettendo a segno due reti. Maledetti fantasmi e demoni, ve l’avevamo detto che sarebbero ritornati. Eccoli qui, pronti a spezzare un nuovo sogno sul nascere. In una partita come tante, con un copione già visto e sentito tanto da poterlo mandare a memoria.

Cartellino rosso, tentata aggressione all’arbitro e botte al povero compagno di squadra che tenta di farlo ragionare. Esattamente come a Genova, non siamo poi tanto distanti se ci pensate.

Il calcio non è più cosa sua, non dovrebbe esserlo, per nessuna ragione al mondo.

Toupè, così veniva chiamato ad Abidjan, finisce in Polonia, in un campionato amatoriale, senza sapere nemmeno lui come abbia fatto ad arrivare fin lì.

Ci piace pensarlo in mezzo a quei campi fangosi velati di ghiaccio, con il suo sorriso a metà tra il malinconico e lo sfrontato, a dirigere una difesa formata da dopolavoristi che pendono dalle sue labbra. Qualcuno che gli domanda: “ma raccontaci, com’è giocare con Thuram, Veron, Montella e Totti”? Lassissi cambia per un attimo espressione ma non risponde. Lassissi è dannato, e tale rimarrà. Per l’eternità.

Paolo Vigo
Twitter: @Pagolo