Saeed Al-Owairan, il Maradona del Deserto e i Mondiali del ’94 Saeed Al-Owairan, il Maradona del Deserto e i Mondiali del ’94
Nel 1994 l’Arabia Saudita partecipa per la prima volta ai Mondiali. Saeed Al-Owairan, “Il Maradona del deserto” racconta l’esperienza negli USA dell’Arabia Saudita, nel... Saeed Al-Owairan, il Maradona del Deserto e i Mondiali del ’94

Nel 1994 l’Arabia Saudita partecipa per la prima volta ai Mondiali. Saeed Al-Owairan, “Il Maradona del deserto” racconta l’esperienza negli USA dell’Arabia Saudita, nel libro “Cenerentola ai Mondiali” di Matteo Bruschetta.

“Al nostro arrivo negli USA, siamo stati accolti con curiosità e pregiudizi. Come quando, nel 1944, il principe Faisal aveva visitato New York, portando con sè il suo schiavo Merzouk (la schiavitù in Arabia fu proibita solo nel 1962). All’hotel Waldorf Astoria, dove alloggiava, venne oltraggiato non per avere uno schiavo con sè, ma perchè Faisal insisteva nel volerlo con lui al ristorante, dove i neri non potevano accedere.

Negli USA viaggiavamo accompagnati dai soliti clichè del calciatore arabo. Ci chiedevano quante mogli avevamo, quante volte al giorno pregavamo o quante migliaia di dollari di premio avevamo ricevuto. Attorno a noi non c’era molta fiducia poiché, dopo l’arrivo di Solari, avevamo disputato nove amichevoli, vincendone solo due contro Islanda e Trinidad e Tobago, non certo degli squadroni.

Eravamo inoltre una squadra molto giovane, in rosa c’erano solo due over-30: il capitano e bomber Majed Abdullah (34 anni) e il suo vice Mohamed Al-Jawad (31).

Eravamo stati sorteggiati nel girone F con Olanda, Marocco e Belgio, in pochi avrebbero puntato un dollaro sul nostro passaggio agli ottavi. L’esordio contro l’Olanda si giocò allo stadio Robert Francis Kennedy di Washington, il 20 giugno alle 19.30 locali, un orario più umano rispetto a tante altre partite, che per esigenze televisive si disputavano sotto il solleone di mezzogiorno. Avere pochi spettatori interessati a noi, aveva i suoi vantaggi.

Alla vigilia, su un giornale americano c’era scritto che gli olandesi ci avrebbero affettati come un kebab. Gli orange erano uno squadrone: Dennis Bergkamp, Frank Rijkaard, Ronald Koeman, i gemelli Frank e Ronald De Boer. Noi però li abbiamo affrontati senza paura. Invece di chiuderci in difesa, abbiamo giocato a viso aperto e al 18’ ci siamo portati in vantaggio, con un colpo di testa di Fuad Anwar. Il pubblico americano sembrò apprezzare la nostra mentalità, a giudicare dagli applausi alla fine del primo tempo. L’Olanda era in difficoltà e riuscì a pareggiare al 50′ solo grazie a un bolide da trenta metri di Wim Jonk. Abbiamo gestito i loro attacchi fino a cinque minuti dalla fine, quando un’uscita a vuoto del nostro portiere ha spalancato la porta a Gaston Taument.

Una sconfitta ingiusta, avevamo giocato alla pari contro un avversario più blasonato.

La seconda partita era al Giants Stadium di New York contro il Marocco e fu la prima sfida tra due nazioni arabe nella storia dei Mondiali. Anche i nordafricani avevano perso all’esordio, dunque un pareggio non serviva a nessuno. La partita fu divertente e aperta: a metà primo tempo eravamo già 1-1, il nostro gol lo realizzò Al-Jaber su rigore. La rete decisiva, poco prima dell’intervallo, la segnò ancora Fuad Anwar, con un tiro da fuori area, ma fu più che altro un regalo del portiere marocchino Khalil Azmi. Erano ventotto anni, da Corea del Nord-Italia 1-0, che una squadra asiatica non vinceva una partita ai Mondiali.

L’ultima sfida, a Washington contro il Belgio, si giocò invece a mezzogiorno e mezzo con 43 gradi di temperatura. Un forno, condizioni estreme per uscire di casa, figuriamoci per giocare a calcio. I nostri avversari avevano vinto le prime due partite, a noi un pareggio poteva bastare per qualificarci tra le migliori terze. I freddi calcoli però non ci interessavano, io e i miei compagni volevamo goderci il Mondiale e provare a vincere. Dopo cinque minuti dal via, ai limiti della nostra area Vincenzo Scifo ha controllato male un pallone, che è finito sui miei piedi.

Scorgendo un po‘ di spazio davanti a me, ho cominciato a correre, senza pensarci. Dirk Medved mi ha inseguito per una ventina di metri, ha affondato il tackle ma è andato a vuoto. Franky Van der Elst neanche ci ha provato. Sono arrivato sulla trequarti belga, dove Michel De Wolf è entrato in scivolata ma sono riuscito a evitare anche lui. Sono entrato in area e con una finta ho ubriacato Rudi Smidts. L’ultimo ostacolo era Michel Preud’homme, che avrebbe poi vinto il premio Lev Jašin come miglior portiere del torneo. Ho aspettato la sua uscita e, nonostante il disperato intervento di Philippe Albert, l’ho superato con un pallonetto di destro, non il mio piede preferito. Dieci secondi, settanta metri di corsa, otto tocchi, sei avversari saltati e per tutti sono diventato “Il Maradona del deserto“.

George Grun, capitano e libero dei belgi, accusò poi i suoi compagni di essere stati troppo soft, avrebbero dovuto stendermi con un fallo. La verità è che ci provarono, ma non ci riuscirono, andavo troppo veloce. Credo invece che i belgi ci abbiano sottovalutato: oltre a Grun, lasciarono in panchina i diffidati Vital Borkelmans e Josip Weber. Un errore di presunzione, che costò loro caro: finirono terzi nel girone e al secondo turno trovarono la Germania.

Il mio gol valse invece all’Arabia il secondo posto, alle spalle dell’Olanda. Agli ottavi ci aspettava la Svezia, che aveva chiuso il gruppo B dietro il Brasile. Prima della partita contro gli scandinavi, i giornalisti venuti nel nostro ritiro, al Crescent Court di Dallas, sostenevano che noi sauditi fossimo avvantaggiati dal fatto di giocare a mezzogiorno. Io e Al-Jawad gli abbiamo fatto presente che in Arabia le partite si disputano di sera, quelle condizioni erano disumane anche per noi, non solo per gli europei.

Le fatiche del girone si fecero sentire sulle gambe e, contro un avversario più esperto, abbiamo ceduto. Il gigantesco attaccante Kenneth Andersson ci fece soffrire: al 5′ regalò un assist a Martin Dahlin e nel secondo tempo segnò una doppietta, intervallata dall’inutile gol di Fahad Al-Ghesheyan. Uscire contro la Svezia, poi medaglia di bronzo, non fu comunque un dramma. Avevamo ottenuto un risultato storico: nessuna nazione asiatica aveva mai vinto due partite in un Mondiale e solo una, la Corea del Nord nel 1966, era riuscita a superare la fase a gironi.

Al ritorno in Arabia siamo stati accolti da eroi, io in particolare. Quel gol contro il Belgio mi cambiò la vita, prima nel bene, poi nel male. Come premio, Re Fahd mi regalò una Rolls Royce fiammante e una villa di lusso. Ma non fu l’unico a coccolarmi. Gli sceicchi facevano a gara per invitarmi nei loro palazzi, mi ricoprirono di soldi e regali. Ero diventato una celebrità e tutti volevano conoscere, stringere la mano o posare per una foto con “Il Maradona del deserto”. Ho fatto da testimonial per la Toyota, la Ford e la Coca-Cola, per un periodo la mia faccia si vedeva più in televisione che in campo. Persino il famoso manga giapponese Captain Tsubasa (Holly e Benji) creò un personaggio ispirato a me: il genio saudita Mark Owairan.

Nel 1994 sono stato premiato Pallone d’Oro del continente asiatico e diversi club europei volevano acquistarmi, ma il principe Faisal pose il veto al mio trasferimento. Il miglior calciatore del paese doveva rimanere a giocare nel campionato locale. Ero chiuso in una gabbia dorata, ma la gloria non durò in eterno. Come Icaro, sono volato troppo vicino al sole e le mie ali di cera si sono squagliate. Invece di allenarmi, preferivo i piaceri della vita mondana. Una volta, me ne andai due settimane a Casablanca, senza l’autorizzazione del mio club.

Quella vacanza mi costò una multa e un avvertimento, ma non presi la cosa troppo sul serio. Ho pensato di essere intoccabile, come Allah o Re Fahd, senza rendermi conto che ero solo un calciatore.
La mia vita cambiò nel febbraio 1996, durante il Ramadan 1416. Qualcuno, forse un dirigente, forse un compagno invidioso, fece una soffiata ai mutaween, la polizia islamica che punisce chi non rispetta la Sharia e i suoi principi morali. Mi arrestarono all’uscita di un night club al Cairo, in Egitto. Quella sera avevo bevuto qualche bicchiere in compagnia di amici e di “amiche” russe, un comportamento ḥarām (proibito), specie durante il Ramadan.

In Arabia Saudita rispettare la religione equivale a rispettare la legge e questo vale soprattutto per le star, che sono considerate degli esempi da seguire. Mi condannarono a tre anni di reclusione, da scontare in un centro di detenzione di Riyad. Non era una prigione per delinquenti comuni, ricevevo regolarmente le visite di familiari e amici e mi veniva consentito di allenarmi. La punizione più dura fu vedere i miei compagni giocare e vincere la Coppa d’Asia del 1996 negli Emirati Arabi. Volevo essere lì con loro e invece ero da solo dietro le sbarre”.

Matteo Bruschetta

Per leggere l’intero racconto dell’avventura di Saeed Al-Owairan e del’Arabia Saudita ai Mondiali del 1994, potete acquistare il libro “Cenerentola ai Mondiali” su Amazon in versione ebook o versione cartacea cliccando questo link.

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