Roy Keane: l’arte della vendetta Roy Keane: l’arte della vendetta
“Sono un mediano d’interdizione. La mia parte in squadra è questa, impedire che la palla filtri dal centrocampo. Conosco bene i miei punti di... Roy Keane: l’arte della vendetta

“Sono un mediano d’interdizione. La mia parte in squadra è questa, impedire che la palla filtri dal centrocampo. Conosco bene i miei punti di forza e quelli deboli. Non sono uno che scende in dribbling e insacca da 20 metri, come mi piacerebbe. Capita che mi porti in avanti, se la partita è aperta, e ci provi. Ma il mio lavoro è lanciare le punte: un lavoro senza fronzoli.”

Questo è quello che Roy Keane pensava del suo lavoro in campo. Un lavoro senza fronzoli, ma che non passava certamente inosservato. O, perlomeno, che non passava inosservato sulle gambe dei suoi avversari. Un lavoro per il quale i tifosi del Manchester United ringraziano Roy Keane ogni santo giorno che Dio manda in terra. Un lavoro al quale immaginiamo molti dei personaggi che scendono in campo dall’Eccellenza in giù si sono ispirati.

Però, come spesso accade nella vita, le persone che vivono così intensamente le passioni della loro esistenza, sono anche quelle che sono in grado di dedicarsi anima e cuore alla causa della propria squadra. Anche a costo di lasciarci per strada qualche pezzo di sè, e non in senso strettamente metaforico.

Roy Keane un pezzo di sè lo lascia per il Manchester United, sul campo. Stagione 1997-98, i Red Devils affrontano il Leeds. In uno scontro di gioco con Alf Inge Haaland, difensore norvegese, Roy Keane si rompe i legamenti. Il norvegese ha l’ardire di insinuare che Keane, a terra a contorcersi dal dolore, stia simulando l’infortunio.

La vendetta è uno dei motori dell’universo. O, quantomeno, uno dei motori dell’universo di quelli che ogni santo giorno si allacciano le scarpe, affilano i tacchetti e scendono a calcare campi in erba, terra, fango o qualsiasi altro materiale sul quale un pallone possa rotolare.

Ecco, Roy Keane è uno che il concetto di vendetta l’ha preso molto sul serio, essendoselo ritrovato nel DNA fin dalla nascita. D’altronde, il sangue irlandese non è mica roba facile da spiegare. Roy Keane è forse quello che, se dovessimo raccontare ai nostri figli cosa significa la vendetta, utilizzeremmo come esempio.

Si, perchè, dopo 4 anni, le strade di Keane e Haaland tornano ad incrociarsi. Non solo le strade, in verità, quanto le gambe. Roy Keane mette a segno uno dei colpi più lucidamente delinquenziali della storia del calcio. Interventaccio sul norvegese, uomo a terra, cartellino rosso quanto mai meritato. Roy Keane, prima di uscire, si avvicina ad Haaland che è riverso in terra e gli fa capire che forse no, non era il caso di mettersi a scherzare con uno come lui.

keane

« Avevo aspettato abbastanza. L’ho colpito dannatamente forte. La palla era là (credo). Beccati questo stronzo. E non provare mai più a ghignarmi in faccia che sto simulando un infortunio. »

Ma Roy Keane non è stato solo questo. Difficile da spiegare come un giocatore così duro possa essere entrato nel cuore di tanti appassionati. Più facile spiegare come sia entrato nel cuore dei tifosi della sua squadra: come fai a non farti scaldare il cuore da uno che è disposto a sputare sangue pur di onorare la maglia che indossa?

Avere a che fare con Keane non deve però essere stato facile per nessuno. Nemmeno per Sir Alex Ferguson, uno che qualche cosa dovrebbe averla vista nel corso della sua carriera ad Old Trafford. Sir Alex Ferguson che, nella sua autobiografia, spende parole dolci per l’irlandese:  “Aveva un atteggiamento intimidatorio da individuo feroce”. Musica per le sue orecchie.

Ma, sempre Sir Alex, sapeva che c’era solo un modo per affrontare Keane: prenderlo come viene. Accettarlo per come era, per come si comportava in campo e prendere per buono tutto quello che Keane faceva per la sua squadra e i suoi compagni, cioè tanto, maledettamente tanto.

« Roy Keane mi ricorda Bryan Robson, ma non sa controllare i tackle come Robson, che riusciva a farla franca anche con le entrate assassine, senza rimediare un cartellino giallo. Robson sapeva andarci piano, prima che arrivasse l’ammonizione. Roy non molla, e si becca il cartellino. E mi va bene così, non deve cambiare il suo gioco. »
(Alex Ferguson)

Valerio Nicastro
twitter: @valerionicastro

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