Le parole non si buttano lì per caso. Non si lasciano in mezzo ad una stanza solo per riempire il vuoto del silenzio. No,...

Le parole non si buttano lì per caso. Non si lasciano in mezzo ad una stanza solo per riempire il vuoto del silenzio. No, come urlava Nanni Moretti in faccia alla giornalista che lo intervistava in Palombella Rossa, le parole sono importanti. E se ti chiamano Fenomeno, in un calcio in cui di calciatori forti, anzi fortissimi, era pieno il mondo, beh, allora tocca credere davvero a quelle parole.

Dimenticate le ultime tristi versioni viste in campo, se siete giovani e non avete avuto la fortuna di viverlo a pieno. Dimenticate l’ironia sulla pancia e i tristi ultimi ritorni in campo. Dimenticate tutto e ripensate alla metà degli anni ’90, quando Luis Nazario De Lima rivoluzionò, di punto in bianco, il calcio così come lo conoscevamo. Era un gioco, un semplice gioco. Poi, semplicemente sbarcò un alieno che buttò a gambe all’aria tutte le nostre convinzioni. In un lampo, lo stesso lampo che, con la maglia numero 9 addosso, si spostava per il campo, veloce come il vento, agile come una gazzella, potente come un leone.

Si, perchè questa è stata la rivoluzione di Ronaldo. Fino a quel momento, fino al 1994, anno in cui quel brasiliano con la faccia rotonda sbarcò in Olanda, con la maglia del PSV, il calcio era sempre stato lineare. Con qualche eccezione, certo. Gli attaccanti possenti, quelli che facevano della potenza il loro punto di forza, erano lenti, macchinosi. I fantasisti, quelli che inventavano e accendevano le scintille, erano agili, ma piccoli, leggerini, maltrattandoli perdevano la loro efficacia. Le ali correvano, dribblavano, slalomeggiavano, ma poi, magari, non vedevano più di tanto la porta.

È il miglior attaccante che abbia mai visto, nessuno ha mai avuto la sua velocità d’esecuzione. Ronaldo è il mio eroe, mi sono sempre piaciuti Zidane, Ronaldinho e Rivaldo ma Ronaldo è il migliore di tutti.

Lionel Messi

Poi, invece, d’improvviso, arrivò Ronaldo. La rivoluzione del football. Velocità, potenza, istinto del gol. Tutto riunito in un solo uomo. C’è un’immagine, di Ronaldo, che è la sintesi perfetta, un capolavoro pubblicitario, un manifesto della Pirelli che però racconta anche tutto il calciatore Ronaldo. Il Fenomeno è di spalle, in una sorta di blasfemia che però gli si può perdonare, al posto del Cristo di Rio. Le braccia larghe come nella sua classica posa dopo un gol, il piede sinistro alzato, in un equilibrio che solo lui può mantenere. La potenza è nulla senza controllo, questo recita il claim. Ronaldo è tutto qui.

Quando il Fenomeno sbarca in Italia, dopo un anno indimenticabile al Barcellona, abbiamo la fortuna di ammirarlo da vicino, abbiamo l’onore di poterci affezionare a lui, indipendentemente dalla maglia che indossa. Vedere da vicino un calciatore che in campo fa quello che vuole, piantato su quelle cosce enormi, vederlo sbilanciare gli avversari, far cascare a terra come birilli i poveri derelitti che provano a fermarlo è uno spettacolo straordinario. Ronaldo, quando arriva in Italia, è senza ombra di dubbio il calciatore più forte del mondo. E’ un proiettile che sa benissimo dove andare, è un treno che non fa fermate, che va dritto in porta. E non c’è possibilità di farlo deragliare.

Se Ronaldo si gira e scappa, non ti resta che sparargli.

Lele Adani

Ai Fenomeni, poi, si perdona un po’ tutto. Gli si perdona la sua (secondo alcuni) poca voglia di allenarsi, gli si perdona qualche uscita serale di troppo, gli si perdona qualche scappatella. Ma quando poi uno in campo fa quello che vuole, cosa vuoi dirgli?  Ronaldo, fino al 12 luglio del 1998, sembra destinato ad entrare nella leggenda del calcio, con un tavolo a lui riservato nel ristorante dell’Olimpo, al fianco del Padre, del Figlio, dello Spirito Santo. Fate posto, dannazione. Il 12 luglio 1998, la maledetta finale dei Mondiali di Parigi.

Quella che Ronaldo rischiò di non giocare mai, perchè poche ore prima se la vide brutta, bruttissima. Dribblò la morte, quel pomeriggio. Un malessere mai chiarito, una partita giocata imbottito di medicinali e senza che praticamente si reggesse in piedi. Una brutta figura che non si poteva concedere a un Re. Una gogna, mediatica e non, che non si meritava, il Fenomeno. Da quel momento, il Fenomeno è cambiato. Forse, lo abbiamo salutato per sempre.

Certo, intendiamoci. Dopo quella maledetta serata, ha vinto un altro mondiale da capocannoniere, ha segnato valanghe di gol, ha fatto la storia del Real Madrid dei Galacticos. Ma non è mai più stato il Ronaldo Fenomeno che avevamo potuto ammirare prima di quel Mondiale. Anche perchè, qualche anno dopo, il suo ginocchio fece crac, uno di quei crac che fanno male fino all’anima.

Uno di quei crac che ti fanno dubitare dell’esistenza di un Dio, o quantomeno ti fanno credere che si diverta a fare i dispetti a quegli uomini che, come Icaro, osano volare troppo vicini a lui. Il giorno in cui Ronaldo, dopo un doppio passo dei suoi, crolla al suolo, stramazzando, è un giorno triste. Stramazza al suolo dopo un doppio passo contro la Lazio, lo stesso doppio passo con cui, proprio contro la Lazio, aveva saltato Marchegiani per andare a depositare in rete il gol della vittoria in Coppa Uefa.

Una struttura muscolare incredibile, la capacità di accelerare fino ai venti, ventidue all’ora senza problemi. Totalmente ambidestro, con una capacità indimenticabile di curare il particolare alla massima velocità. Non è guidare una Lamborghini Murcielago, è essere una Lamborghini Murcielago.

Federico Buffa

Oggi abbiamo la fortuna di poter ammirare tanti campioni. Campioni che a Ronaldo, il Fenomeno, devono tutto. Perchè la rivoluzione del pallone è anche e soprattutto merito suo. Merito del primo vero calciatore moderno. Merito di colui che ci fece capire che a calcio si poteva giocare anche mettendo insieme talento, velocità e forza fisica. Merito dell’alieno che venne a insegnarci il nuovo modo di giocare a calcio. Il modo in cui giocavano a calcio gli Dei dell’Olimpo.

Valerio Nicastro
twitter: @valerionicastro