Romelu Lukaku, l’uomo delle rivincite Romelu Lukaku, l’uomo delle rivincite
La giocata più importante di Romelu Lukaku in questi Mondiali, in cui pure ha già festeggiato quattro volte una marcatura, di sicuro non è... Romelu Lukaku, l’uomo delle rivincite

La giocata più importante di Romelu Lukaku in questi Mondiali, in cui pure ha già festeggiato quattro volte una marcatura, di sicuro non è un gol.

Sull’ultima azione dei tempi regolamentari dell’ottavo di finale tra Belgio e Giappone, il numero nove del Belgio taglia in mezzo all’area liberando lo spazio sull’esterno per il compagno, e poi si butta come un treno verso la porta giapponese.

Il pallone arriva dalle parti di Lukaku, che però non batte a rete, ma lo fa passare, elegantemente, sotto le sue gambe, aprendo la via della porta a Nacer Chadli, che può così segnare il gol che manda il Belgio ai quarti di finale, una liberazione dopo una partita da incubo.

Anche quella, come in tante altre occasioni, è stata una piccola rivincita per Lukaku: un modo per mettere a tacere tutti quelli che dicevano che lui sa solo segnare, e solo quando le cose non sono troppo difficili. Un modo per dimostrare di essere decisivo anche senza per forza dover sfondare la porta.

Ma, fino a qualche anno prima, smentire e zittire i suoi critici era l’ultimo dei problemi. L’infanzia di Romelu Lukaku è stata tutt’altro che semplice, e mettere insieme il pranzo con la cena era di solito il problema più grande.

Almeno fino al giorno in cui il piccolo – ma non troppo – Romelu ha deciso che sarebbe diventato un calciatore professionista, per tirare fuori dai guai la sua famiglia. Semplicemente, quel ragazzino che già cominciava a crescere come un gigante, un giorno andò dalla mamma e le disse che ci avrebbe pensato lui, che avrebbe giocato nell’Anderlecht e avrebbe sistemato tutto.

Da quel giorno, la rabbia con cui Lukaku scende in campo ad ogni allacciata di scarpe non lo ha mai più abbandonato.

Una rabbia fomentata dalle domande inquisitorie dei genitori degli altri ragazzini. Genitori che vedevano presentarsi al campo quello che doveva essere coetaneo dei loro figli, ma che in realtà era un gigante in mezzo alle formiche.

E più chiedevano di vedere la carta di identità di Lukaku, più lui si arrabbiava, più segnava, più moriva dalla voglia di annientare quello che gli si parava davanti. È stato lì, in quei campetti, in mezzo agli altri bambini e alla cattiveria dei loro genitori, che Romelu Lukaku è diventato un carro armato.

Con in testa una sola missione.

Prendersi la sua rivincita, passare sopra tutto e tutti. Dimostrare di essere il migliore.

Una missione che lo ha accompagnato fino ad oggi, una missione che lo ha portato a togliersi grandi soddisfazioni, e a prendersi altre rivincite, per esempio. Come quella su José Mourinho, con il quale non era riuscito a sfondare al Chelsea, ma che poi è stato convinto a spendere vagonate di milioni per riaverlo con sé al Manchester United.

Romelu Lukaku, poi, le sue rivincite è costretto a prendersele partita dopo partita.

Anche contro la sua gente.

Uno dei passaggi più intensi del suo bellissimo pezzo su The Players’ Tribune dice così: “Quando le cose vanno bene, sui giornali leggo articoli che parlano di Romelu Lukaku, l’attaccante belga. Quando le cose non vanno bene, parlano di Romelu Lukaku, l’attaccante belga di origini congolesi“.

Piccole sottigliezze che scivolano sulla pelle di quel carro armato con il numero nove. Piccole sottigliezze che per lui diventano benzina gettata sul sacro fuoco della sua rabbia agonistica.

Stasera, Romelu Lukaku dovrà prendersi sulle spalle il Belgio e portarlo di peso in finale, di peso nella storia.

Le sue spalle sono larghe, c’è posto per tutti. Anche per quelli che Romelu Lukaku ha dovuto convincere a suon di gol.

Valerio Nicastro
twitter: @valerionicastro

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