Io domenica sera le partite non le volevo vedere, non le volevo sentire, non le volevo seguire. Non volevo saperne nulla. Il Fantacalcio l’ho...

Io domenica sera le partite non le volevo vedere, non le volevo sentire, non le volevo seguire. Non volevo saperne nulla.

Il Fantacalcio l’ho vinto la settimana scorsa (sempre sia lodato Keita Balde) e l’Inter non si gioca più nulla per l’ennesimo finale di campionato consecutivo.

È una bella domenica di fine maggio, sono a Roma e ci sono un sacco di cose da fare. La mia splendida metà mi ha comprato un biglietto per il festival del fumetto e sta per trascinarmi in un mondo meraviglioso.

Girando tra i vari stand mi imbatto in ogni genere di antieroi e di supereroi: Batman, Paperino, Dylan Dog, Andrea Pazienza, Gli Scarabocchi di Maicol e Mirko. In giro però c’è un altro genere di supereroe, ma non è una presenza fisica o cartacea.

Mi trovo a Testaccio ed è inevitabile vederlo ovunque. È sulle maglie di alcune persone che incontro, è negli occhi e nei cuori di tutte. Di lì a pochi minuti, solo qualche chilometro più in là combatterà la sua ultima battaglia.

La giornata scorre a meraviglia finché non è il momento di tornare a casa.

Io le partite non le voglio vedere, ma la serie A fa già le prove per lo spezzatino dell’anno prossimo e quindi so già che è troppo presto per trovarsi in un posto in cui c’è un televisore in grado di trasmettere calcio.

Apro la porta di casa e la prima cosa che vedo è la faccia commossa di un biondino che saluta chi lo ha sostenuto per un quarto di secolo. Faccio quindi i conti con la realtà: non è che non voglio vedere le partite, è che non voglio piangere. Perché amo il calcio, che è una cosa, e amo l’Inter, che per me è un’altra.

Il calcio è una passione, l’Inter è vita. Sì, negli ultimi anni la vita è stata una schifezza e se già mi commuovo per il biondino che indossa la maglia numero dieci, con colori che non sono i miei, non voglio proprio vedere salutare una delle poche luci, se non l’unica, degli ultimi anni nerazzurri. Inter – Udinese è l’ultima partita di Rodrigo Palacio con la maglia numero 8 a strisce nere e blu.

Io a Rodrigo voglio troppo bene, io la partita non la voglio vedere, non lo voglio vedere andar via.

El Trenza l’ho conosciuto che faceva le fortune del Boca Juniors, vinceva campionato e Copa Libertadores, eppure il ricordo più nitido che ho di quel periodo è la sconfitta nel mondiale per club contro il Milan nel 2007. Già in quella partita Palacio mostrava un po’ di dna nerazzurro, mettendo a segno una rete contro i cuginastri, anche se insufficiente per portare il Boca alla vittoria.

Rodrigo in quegli anni lì, sarebbe potuto andare quasi ovunque. Infatti dal 2006 il Barcellona comincia a cercarlo insistentemente e sarebbe stato un jolly offensivo perfetto. Solo che quell’anno esce fuori un certo Messi. Due anni dopo il Barca ci riprova, ma attaccanti esterni, con i giovani Bojan e Pedro in rampa di lancio, ce ne sono abbastanza.

Chissà come sarebbe andata.

Rodrigo Palacio avrebbe potuto vincere molto di più nella sua carriera. Eppure ovunque è andato è sempre stato amato. Anche nell’arrivo all’Inter la sua fortuna professionale non è stata delle migliori. Gasperini, che lo ha avuto a Genova per un anno e mezzo, lo vorrebbe con sé in nerazzurro come chiave di volta del suo modello tattico. Moratti non lo compra, il rapporto si rompe quasi subito e Gasperini viene cacciato. Vista la stagione dell’Atalanta quest’anno, chissà come sarebbe andata.

Palacio però alla fine all’Inter ci arriva per davvero, con un anno di ritardo, tre se guardiamo indietro al triplete. Io lo ammiro già per quel poco che ho potuto vedere, ma lui si guadagna definitivamente l’affetto di tutti sigillando la vittoria per 3-1 allo Juventus Stadium.

In 167 partite, Rodrigo Palacio mi ha fatto esultare ben 58 volte. Alcune volte mi ha fatto perdere il fiato, come questa.

Ha giocato forse in uno dei peggiori cicli della storia dell’Inter, ma si è sempre sacrificato per la squadra e ha spesso tirato la carretta, predicando in mezzo al deserto. È stato un vero interista e spesso ha ricordato a tanti cosa significasse esserlo. È stato forse meno di quello che poteva essere nella sua carriera, ma questo non ha fatto che renderlo ancora più interista.

Anche se so che è giusto, io non volevo vederlo andar via e non volevo piangere. E non l’ho fatto. Sembrerà strano ma il ricordo più bello che conserverò di lui è il rigore sbagliato che è costato la sconfitta nella semifinale di Coppa Italia dello scorso anno contro la Juventus, dopo una rimonta epica.

Inter-Juventus, il film della partita

Il senso più profondo di una vita, racchiuso in una notte.

Non è stato uno sport, non è stato un gioco. È stato un manifesto.

Su quella traversa si sono stampati tutti gli “è brillante, ma non si applica“, i “lo faccio domani“, i “dopo“, i “non lo so“. La storia di chi da sempre è destinato a qualcosa di grande, ma poi fa a pugni con la realtà. Non è la sfortuna, non è una questione di centimetri. È la natura di chi è nato per splendere per un periodo troppo limitato di tempo, di chi è costretto a comprendere davvero la felicità, definibile solo per la sua assenza.

Allora perché continuare? Perché non puoi farne a meno, perché quei “dopo” sono solo una forma di speranza diversa, perché sei in grado ancora di sognare, nonostante tutto.

Perché per tutti, per quelli che ami o che odi, ma soprattutto anche per te stesso, sarai sempre un perdente, ma certe sconfitte valgono una vita.

Buona fortuna Rodrigo, grazie per aver avuto la sfiga di essere interista.

Riccardo Rinaldi