I 10 ritorni di fiamma che hanno fatto la storia I 10 ritorni di fiamma che hanno fatto la storia
5) ANDRIY SHEVCHENKO E KAKA’ Due fenomeni veri, che insieme ad Inzaghi facevano paura a qualsiasi difesa d’Europa: entrambi vincitori del Pallone d’Oro grazie... I 10 ritorni di fiamma che hanno fatto la storia

shevakaka

5) ANDRIY SHEVCHENKO E KAKA’

Due fenomeni veri, che insieme ad Inzaghi facevano paura a qualsiasi difesa d’Europa: entrambi vincitori del Pallone d’Oro grazie a quel Milan stellare guidato da Carlo Ancelotti; poi però per motivi di soldi il Milan li dovette vendere, ma si sa che al Milan sono nostalgici, a tal punto che Adriano Galliani spesso cita Venditti (“certi amori non finiscono”) quando gli si parla di ritorni in tinta rossonera.
La storia dei ritorni di Shevchenko e Kakà è molto simile, tanto che li abbiamo riuniti in un unico punto: amati dai tifosi alla follia, tornarono entrambi dopo delle esperienze assolutamente indecenti per il tasso tecnico dei due giocatori, ma soprattutto dopo aver fruttato milioni su milioni di euro al Milan.
Il ritorno di Shevchenko in rossonero frutterà soltanto due reti, di cui nessuna in Serie A, mentre Kakà farà un pochettino meglio, con 7 gol in campionato, che però non frutteranno ai rossoneri la conquista delle coppe europee.
Tutto sommato i ritorni di questi due grandi campioni hanno dimostrato che alla fine aveva avuto ragione Galliani cedendoli per camionate di soldi a club più ricchi dei rossoneri.

DICANIO

4) PAOLO DI CANIO

Un amore travagliato, quello che lega Paolo Di Canio alla Lazio: gli inizi fanno pensare ad una grande storia, a un legame eterno tra un uomo e una maglia: il suo primo gol decide il derby, non proprio una partita qualsiasi, e nemmeno un derby qualsiasi, dato che è il primo dopo il ritorno in A, distante ben tre anni dal precedente. Ma non si capisce bene cosa accada, e il giovane Paolo lascia la Lazio: vagherà con buoni risultati tra Juve, Napoli e Milan, prima di andare a cercare fortuna all’estero: farà innamorare i tifosi del Celtic, seducendoli e abbandonandoli dopo appena una stagione per accasarsi al West Ham. Anche qui c’è un ottimo rapporto con i tifosi, ma Paolo sente che non è casa sua, e dopo qualche altro giro deciderà di tornare a vestire quella maglia che ama davvero, quella della Lazio, addirittura tagliandosi lo stipendio fino ad un quarto. L’inizio non è esaltante, e i critici vanno a nozze: è vecchio, non è un top player, è un flop. Di Canio incanala tutto ciò per poi riscaricarlo nel derby, che timbrerà con un gol nella stessa porta, a sedici anni di distanza dal precedente, con tanto di esultanza sotto la curva sud. Lo scandalo calciopoli, che investe anche la Lazio, e qualche discussione di troppo con Lotito terminano questa seconda giovinezza, e Paolo va a giocare le sue ultime stagioni alla Cisco Roma, ma quelle due reti, intervallate da 16 anni, resteranno sempre nel cuore dei tifosi laziali.

veron

3) JUAN SEBASTIAN VERON

Dubito che un ragazzino di oggi possa capire il vero valore della Brujita, chiamato così semplicemente perchè il padre, bandiera dell’Estudiantes, era soprannominato la Bruja, la strega. Non è il calciatore impomatato, testimonial di prodotti per bellezza e scarpini color evidenziatore. Veròn era tutt’altro, tenace guerriero di centrocampo e uomo dentro e fuori il rettangolo di gioco. La sua storia d’amore è ereditaria, dato che nasce calcisiticamente nell’eterno amore di Juan Ramon Veron, l’Estudiantes, seppur in un periodo poco felice per la squadra, che coincide con la retrocessione. La sua carriera esploderà, 10 anni da migliore al mondo, tra campionati Italiano ed Inglese. Ma uno come lui non è un irriconoscente, non si dimentica del suo vero amore, e nel 2006 torna ad abbracciare El Leon, l’Estudiantes, e non come ultimo atto di una carriera, ma come un nuovo inizio. È ancora un giocatore di classe mondiale, vince un campionato di Apertura ma soprattutto la Libertadores nel 2009, dopo che l’ultima era stata sollevata da suo padre. Prosegue ad altissimi livelli ancora per qualche anno, addirittura si guadagna la convocazione ai Mondiali 2010, in una spedizione non troppo fortunata per l’Argentina. Nel 2012 appende le scarpette al chiodo e si da al dilettantismo, ma ancora una volta il suo amore per l’Estudiantes ha la meglio, e torna per la terza volta a casa, giocando un ultimo anno. L’amore stavolta è corrisposto, la Brujita nel momento dell’addio ha un posto assicurato come Direttore Sportivo, e nel 2014 viene eletto presidente onorario, massimo attestato d’amore da parte dei suoi tifosi.

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2) DIDIER DROGBA

Il centravanti ivoriano è uno che nel grande calcio europeo arriva relativamente tardi, a 25 anni, ma alla sua prima stagione come attaccante dell’Olympique Marsiglia stupisce tutti quanti, tanto da avere i club più importanti d’Europa addosso: è Josè Mourinho che la spunta dicendogli che soltanto andando al Chelsea sarebbe diventato un attaccante del livello dei vari Henry, Van Nistelrooy o Ronaldo.
Io non so se Drogba sia più forte di questi tre nomi citati da Mourinho, so che sicuramente lo è per i tifosi del Chelsea che lo amano alla follia per quel suo modo di lottare su ogni pallone e trasformare in oro anche le palle più sporche.
Quando Mourinho se ne andrà dal Chelsea Drogba resterà come uno dei senatori della squadra, ed il suo nome resterà inciso nella storia dei Blues come eroe della finale di Champion’s League di Monaco di Baviera, la prima ed unica vinta dal Chelsea, dove Drogba segna il pareggio nei supplementari, e soprattutto segna il rigore decisivo per la vittoria in casa del Bayern Monaco.
Da avversario Drogba è tornato in maglia Galatasaray a Stanford Bridge, ed i tifosi lo hanno accolto con una sua gigantografia e la scritta “ALWAYS IN OUR HEARTS”, striscione che a tutt’oggi si trova ancora in pianta stabile nello stadio dei Blues, perchè dal 2014, anno del suo ritorno, non è stato mai tolto dai suoi tifosi.

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1) JUAN ROMAN RIQUELME

Il primo posto non poteva essere che suo, dell’ultimo vero diez, della più grande espressione di romanticismo applicato al calcio dei giorni nostri. Non devo spiegarvi io chi è Riquelme, anche perchè dubito che sarei capace di riuscire a scrivere di una persona, prima ancora che di un giocatore, del genere: ciò che ha fatto va al di là delle mie capacità di sintesi . Una cosa però posso raccontarla, ed è la storia d’amore che lo lega al Boca. Pensare che aveva scelto gli Xeneizes quasi per caso, quando nel 1995 era ad un passo dal vestire la maglia del River, scelta che avrebbe cambiato molto della carriera del Mudo. Nei primi sei anni di Boca fa capire cosa significhi giocare per quella maglia, contribuisce a due Libertadores e al successo nella ormai defunta Coppa Intercontinentale, quando nel 2000 batte il grande Real fornendo due assist per Martin Palermo. A quel punto la sua carriera si trasferisce in Europa, proprio al Barca acerrimo rivale di quel Real che aveva sconfitto, ma in blaugrana non riesce ad esprimersi al meglio e finisce al Villareal. Gioca bene e segna un bel po’, ma non si sente a casa. Vuole tornare, e nel 2007, a quasi cinque anni dall’addio, torna a giocare con la maglia del Boca, accolto come un eroe. È difficile da spiegare quello che ha instillato nel cuore dei tifosi da quel momento fino al 2014, anno dell’addio, e temo che una Libertadores e due campionati non bastino a riassumere l’amore per il calcio e per il Boca, ne’ tantomeno le capacità dell’ultimo vero diez.

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