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Tredici anni nel calcio, così come nella vita, sono un’enormità. Quante cose possono cambiare in tredici anni, ci avete mai pensato? Più o meno... Riportando tutto a casa

Tredici anni nel calcio, così come nella vita, sono un’enormità. Quante cose possono cambiare in tredici anni, ci avete mai pensato? Più o meno tutte. Amori, lavoro, sogni e ambizioni.

Pochissime cose possono resistere all’incuria del tempo, simile ad un vento che accarezza, graffia, sgretola e plasma.

A proprio piacimento. Opporre resistenza serve a poco, quando non è deleterio: certe volte le cose bisogna lasciare che accadano, farsi trasportare dagli eventi per poi saper cogliere l’occasione giusta al momento giusto. E sperare che vada tutto per il meglio.

L’unica cosa che conta realmente, che si tratti di un pallone che rotola su un campo da calcio o, più in generale, di un percorso umano, è non abdicare ai propri principi per poter camminare, sempre e comunque, a testa alta.




Ci piace pensare che nella testa di Wayne Rooney, il ragazzo prodigio cresciuto nell’Accademy dell’Everton dall’età di 11 anni, ci fossero questi pensieri quando, otto anni più tardi, nella sua vita calcistica si presentò un bivio cruciale: rimanere fedele a quei colori, in ossequio al motto “Once a Blue, Always a Blue” o cambiare drasticamente rotta, virando al rosso della vicina Manchester?

Wazza ha optato per la seconda ipotesi: la più logica da un punto di vista lavorativo, la più difficile se, in fase di decisione, si tiene conto del muscolo involontario che alberga all’interno del petto.

La decisione di andare a Manchester, condizionata fortemente dall’amore smisurato che Sir Alex Ferguson ha sempre dimostrato nei suoi riguardi, non poteva essere rimandata. Troppo forte quel ragazzo tracagnotto, con un fisico più simile a quello di chi passa buona parte del suo tempo seduto al bancone del bar che non al campo di allenamento, per rimanere in una squadra che non fosse una big d’Europa.

A dispetto di un fisico non propriamente scolpito Wayne Rooney su un campo da calcio faceva tutto quello che avresti voluto veder fare da un giovane calciatore e meglio di chiunque altro: corsa, sacrificio, giocate d’alta scuola e gol.

“Wayne Rooney è senza dubbio il miglior giocatore che si sia visto in questo paese da 30 anni a questa parte” Alex Ferguson

Allo United il calciatore soprannominato Wazza vince tutto quello che un calciatore può vincere, alcuni dei trofei più prestigiosi addirittura più di una volta. Diventa il simbolo dell’era moderna dei Diavoli Rossi, capitano e recordman di gol e presenze sia nel club che nella Nazionale, almeno per quel che riguarda i ruoli di movimento.

Nei suoi anni ad Old Trafford divide il palcoscenico con alcuni degli attaccanti migliori a livello mondiale: Van Nistelrooy, Cristiano Ronaldo, Van Persie, Carlos Tevez e per ultimo Zlatan Ibrahimovic. Il suo modo di stare in campo è da costante esempio per qualsiasi giocatore che si affacci sulla soglia del “Teatro dei sogni”.

Forse proprio questo suo modo di interpretare il gioco, dando tutto senza risparmiarsi mai, a prescindere dall’importanza della partita e dalla posta in palio, ha fatto sì che gli anni per Wayne Rooney sembrassero scorrere al doppio della velocità rispetto a compagni ed avversari.

Così come la sua carriera è esplosa molto presto altrettanto si può dire del suo declino, arrivato ad un’età in cui moltissimi calciatori sono ancora al top, fisicamente e calcisticamente parlando.




Terminata l’era di Sir Alex Ferguson a Manchester anche la parabola di Rooney, sembra iniziare una lenta quanto inesorabile caduta, con poche possibilità di ripresa: se uno guardasse oggi la carta di identità e leggesse la data di nascita, 24 Ottobre 1985, farebbe fatica a darsi una spiegazione logica.

Oggi Wayne Rooney ha 32 anni ma già da qualche stagione il suo rendimento, e conseguentemente il suo utilizzo, hanno subito un brusco ridimensionamento: questione di fisico, di precocità e modo di intendere il pallone, come dicevamo in precedenza, questione indubbiamente anche di testa.

Il Wayne Rooney dell’ultimo periodo ha perennemente l’espressione di un uomo triste, imbronciato, che anche nei pochi sorrisi che regala fatica a nascondere l’amarezza. Amarezza tipica di chi sente di poter dare ancora qualcosa, di chi non si vuole opporre al vento, consapevole dei propri limiti, ma che al tempo stesso sente di avere ancora la forza per reindirizzare le vele verso una nuova meta.

Nuova per modo dire, visto che le vele sono spiegate in direzione del Mersey, la sua casa, là dove tutto è cominciato e dove tutto è destinato a finire.

Non sappiamo se questi due anni, ovvero la durata del contratto che Rooney ha firmato con l’Everton, saranno gli ultimi della sua carriera, anche se con tutta probabilità è possibile che sia così. Con la cessione di Lukaku si era liberato un posto in attacco e l’occasione, da ambo le parti, era troppo ghiotta per lasciarsela sfuggire.

Il dimezzamento dell’ingaggio, la scelta dettata dal cuore e la bellissima favola che potrebbe concludersi con il lieto fine, magari con un gol proprio allo United nella prossima sfida o, chissà, con un sigillo nel Merseyside Derby contro il Liverpool.

L’unica cosa di cui siamo certi è che, ad oggi, i Toffees hanno fatto un grandissimo mercato e questa ciliegina sulla torta, di nome Rooney, è una delle storie più belle di questa estate di calcio non giocato, in attesa che il campo possa esprimere il suo verdetto.

“Once a Blue, Always a Blue”. Perchè a tredici anni di distanza questa è forse una delle poche cose destinate a non cambiare. Almeno nel cuore di Wazza.

Paolo Vigo
Twitter: @Pagolo