Cuore, polmoni, grinta: Ringhio Gattuso Cuore, polmoni, grinta: Ringhio Gattuso
Il suo cuore, il suo coraggio hanno contribuito a forgiare la leggenda del Milan. Di tipi così, in giro ne ho visti pochi. (Ronaldinho)... Cuore, polmoni, grinta: Ringhio Gattuso

Il suo cuore, il suo coraggio hanno contribuito a forgiare la leggenda del Milan. Di tipi così, in giro ne ho visti pochi.

(Ronaldinho)

L’apparenza, nel calcio come nella vita, spesso inganna. Con Gennaro Gattuso, detto Ringhio, questo rischio non si corre. Basta guardarlo dritto in faccia (i più coraggiosi possono anche provare a guardarlo negli occhi, ma quello che succede dopo non è responsabilità nostra) per capire che con Ringhio non si scherza. Che se si vuole batterlo, bisognerà farsi un culo così. Basta guardare negli occhi Rino Gattuso per capire che uno come lui, non appena l’arbitro darà il fischio di inizio, darà tutto quello che ha e lo lascerà sul terreno di gioco. Basta guardare Rino Gattuso per capire che è uno che sa giocare solo e soltanto in un modo: con il cuore.

Gennaro Gattuso, nato a Corigliano Calabro il 9 gennaio 1978, il legame con le radici lo ha sempre avuto, e non ha mai avuto intenzione di mollarlo o di farlo perdere per strada, nemmeno, anzi soprattutto, quando è andato via da casa, sempre più verso il freddo Nord, fino a spingersi nella lontana Scozia. Molte volte le radici segnano chi siamo, disegnano i tratti salienti del nostro carattere, e lo stesso Ringhio ne è sempre stato consapevole:

Essere calabrese vuol dire dare sempre l’anima, sudare su ogni pallone. Guardate i calciatori calabresi che militano in serie A, sono tutti combattenti, gente che non si scorda da dove arriva, e che è orgogliosa delle proprie radici.

Anche quando scende in campo, la genuinità del personaggio resta intatta. Non sono serviti anni di militanza al Milan per perdere le buone abitudini prese sui campi di provincia. Quando deve tirare qualche impropero ad avversari, arbitri, compagni, allenatori, Rino Gattuso è proprio uno di noi:

Io penso e parlo in calabrese, è più veloce, è più comodo. Quando devo imprecare lo faccio in calabrese. Chissà quanti morti che t’è muort, morti ‘e mammete o vai a fare in du culu ho tirato durante la mia carriera.

rino1Eppure, dalla Calabria Rino va via quasi subito. A dodici anni, dopo che papà Franco (calciatore onesto, arrivato fino alla quarta serie, attuale serie D) gli aveva insegnato cosa fare con il pallone tra i piedi, ma soprattutto quando ce l’avevano gli altri, il Perugia lo porta via dalla terra natià. A casa Gattuso i sentimenti erano contrastanti. Felicità, certo, per essere stato scelto dal Perugia, con la strada verso il successo che sembrava aprirsi davanti al piccolo Rino, ma anche le lacrime di una mamma che a 12 anni non vuole vedere andare via il proprio piccolo.

Il piccolo invece va, e nel 1997 vince già lo scudetto Primavera con il Perugia. Quell’anno, vince anche il titolo di miglior giocatore della manifestazione, e riesce anche ad esordire in serie A: è il 22 dicembre 1996.

A Perugia, Gennaro ha un tutor particolare, un ragazzo che incontrerà spesso sulla sua strada e con il quale condividerà anche il successo più bello della sua vita, Berlino 2006. E’ Marco Materazzi:

Marco Materazzi è mio gemello. Cominciammo assieme a Perugia. Non avevo ancora la patente perché minorenne mentre lui aveva già un contratto da calciatore professionista. Lui è stato la mia chioccia, ogni tanto mi sganciava pure qualche banconota da centomila lire per aiutarmi, e mi portava in giro per Perugia con la sua macchina.

Nell’aprile del 1997, dopo qualche screzio con la dirigenza del Perugia, si svincola a parametro zero e inizia una nuova avventura. Era un calcio diverso, non si vedevano ancora orde di stranieri fare su e giù per il continente, e di italiani che giocavano all’estero ce n’erano davvero pochi. E in quell’aprile 1997 Gennaro Gattuso prese la strada del grande Nord, prese la strada di Glasgow, sponda Rangers.

Qui Ringhio si fa amare anche dal pubblico scozzese, un pubblico che, sin dai tempi di Sir William Wallace, è abbastanza esigente in fatto di grinta da buttare sul campo, che sia di gioco o di battaglia poco importa. E Ringhio il cuore dei protestanti se lo prende immediatamente, diventando uno degli idoli di Ibrox Park.

In Scozia il carattere del giovane Rino, se ce ne fosse stato bisogno, si forgia ulteriormente, e diventa granitico. Walter Smith, il tecnico che aveva creduto in lui, però va via, e al suo posto arriva Dick Advocaat, che vuole farlo giocare difensore. Rino non ci sta, lui sa benissimo quale sia il suo posto e quale sia il suo ruolo, così sorgono i contrasti che lo spingono a lasciare la Scozia per tornare in patria. Così, nell’ottobre del 1998 torna in Italia, a vestire la maglia della Salernitana.

Una stagione difficile, Ringhio gioca solamente 25 partite, che sono però sufficienti per entrare nel cuore di Salerno. D’altronde come fai a non innamorarti di questo furetto, che corre dappertutto per andare a recuperare un pallone, ogni pallone, come se da quello dipendessero le sorti dell’universo intero? Non ci si può non innamorare di Rino Gattuso se veste i tuoi colori, ma allo stesso modo, lucidamente, da avversario, non si può non provare stima immensa per lui. La sua grinta e il suo sudore non bastano però ad evitare la retrocessione, per un solo punto.

Per quanto il rapporto di amore tra Gattuso e Salerno fosse forte, era chiaro che il ragazzo non potesse scendere in serie B insieme alla squadra granata. Milan e Roma si contendono Ringhio, la spuntano i rossoneri, freschi vincitori di scudetto, e sarà la svolta per la carriera di Rino. Che può così mantenere la promessa che aveva fatto alla mamma prima di andare via da casa: giocare nella squadra Campione d’Italia.

Come una costante nella sua carriera, ovunque vada Ringhio diventa subito idolo, subito riferimento per i compagni, fedeli compagni di mille battaglie. Nel suo primo derby, non si fa scrupoli, non ci pensa due volte, andando ad affrontare a muso duro Ronaldo, che, con la delinquentata che non ti aspetti, era appena stato espulso per aver rifilato una gomitata ad Ayala. Il ventunenne Rino, al suo primo derby, va dal brasiliano, che in quel momento era praticamente il re di Milano, gli sventola l’indice sotto il naso e lo apostrofa così: «Gli hai fatto male pezzo di m…? e mo’ te ne esci».

AC Milan's Gattuso argues with Tottenham Hotspur's first team coach Jordan next to manager Redknapp during the Champions League soccer match in Milan
Con il Milan, oltre alla consacrazione, arrivano le gioie, i successi, i trionfi. Come a Manchester nel 2003, la prima Coppa dei Campioni, conquistata battendo ai rigori una Juve che forse quell’anno era più forte, ma dovette soccombere. Proprio alla Champions è però legata la serata più triste della carriera di Rino, uno degli incubi più grandi per i tifosi rossoneri: Istanbul 2005.

I fatti, probabilmente, li sapete tutti. Una coppa vinta all’intervallo che poi, per ragioni non spiegabili con leggi della logica e dell’umana ragione, va via con l’aereo del Liverpool. Una serata difficile da dimenticare, per tutti, anche per Ringhio: «non sarà facile dimenticare, non so neppure se riuscirò a continuare a giocare con la stessa determinazione di prima…» E se lo dice Gattuso, fidatevi, deve essere stata davvero un’amarezza indescrivibile.

Per quegli strani giri del calcio, il Milan e Rino avranno l’occasione di riscattarsi, di portarsi a casa la Coppa proprio battendo il Liverpool, come se fosse una rivincita, come se il destino avesse dato ai rossoneri la chance di redimersi. Il 23 maggio 2007 ad Atene i conti con la sorte sono saldati, il Milan si riprende la Champions e Ringhio è campione d’Europa per la seconda volta.

Gli anni al Milan sono indimenticabili, Rino è necessario tra tanti campioni con i piedi buoni, per i quali Gattuso ha sempre buone parole da mettere:

Kakà è un fenomeno al 100%. Se quest’anno non vince il Pallone d’oro glielo vado a comprare io.

Quando vedo giocare Pirlo, quando lo vedo col pallone tra i piedi, mi chiedo se io posso essere considerato davvero un calciatore.

E poi c’è la Nazionale, alla quale, come detto, porta il contributo fondamentale del Mondiale del 2006. Le sue randellate, i suoi palloni recuperati, il suo sudore, sono indispensabili per la squadra di Marcello Lippi che si laureerà Campione del Mondo nella magica notte del 9 luglio 2006. Anche se avrebbe dovuto giocare contro Zidane, un incubo. («Tutte le volte che giocavamo contro la Francia dovevo marcare Zidane. La notte prima della partita non dormivo e pregavo perché accadesse qualcosa di magico.»)

Una partita che Rino aveva rischiato di saltare, perchè alla vigilia della semifinale contro la Germania era in diffida. Ma a lui, come sempre, di essere protagonista in prima persona importava relativamente. Certo, siamo sicuri, avrebbe sofferto come un cane se avesse dovuto guardarla dalla panchina quella finale. Ma delle luci della ribalta Ringhio non ha mai saputo cosa farsene.

Metterei una firma grande come una casa pur di vedere l’Italia in finale anche senza di me. Non penserò al cartellino, perché se lo faccio non gioco come so fare. Sarà una prova di maturità; una prova con me stesso. Sembra però che l’ammonizione me l’hanno già data: non è che mi devo mettere la fascia di Rambo e andare a beccarlo per forza; me lo mangio il cartellino.

Referee Luis Medina Cantalejo of Spain (

Campione d’Italia, Campione d’Europa, Campione del Mondo. Il ragazzino partito nel 1997 da Corigliano Calabro ce l’ha fatta, ha conquistato il mondo del pallone. Un passo alla volta, senza gesti eclatanti, senza lustrini, senza dover farsi notare a tutti i costi. Solo con tanto sudore, solo lottando su ogni pallone, dal minuto 1 al minuto 90: «Il mio Pallone d’oro è rubare più palloni possibile».

Uno dei suoi 3 libri (che non fatichiamo a credere scritti con l’ausilio di un manipolo di preparatissimi ghost writer: non volercene Rino, ma anche Pirlo lo diceva sempre che il tuo maestro era morto alle elementari) si chiama “Se uno nasce quadrato non muore tondo“. E’ proprio vero, chi nasce Ringhio non può che vivere il calcio in uno e soltanto un modo: col cuore.

Perché recitare, fingere di essere quello che non sono non fa parte del mio sangue, io sono quello che la gente vede, senza filtri né maschere. Perché lo so bene che nella vita, come nel calcio, i palloni gonfiati fanno poca strada.

Valerio Nicastro
twitter: @valerionicastro

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