Rimpianto: ricordo nostalgico e doloroso di persone o cose perdute, di occasioni mancate. Così recita la definizione di una famosa enciclopedia, ricordando il significato...

Rimpianto: ricordo nostalgico e doloroso di persone o cose perdute, di occasioni mancate.
Così recita la definizione di una famosa enciclopedia, ricordando il significato primario di uno dei sostantivi che trova larghissimo impiego anche, se non soprattutto, nel mondo del pallone.

Persone o cose perdute, occasioni mancate. Quanti tifosi devono aver pensato esattamente queste cose al momento della cessione di un giocatore della propria squadra del cuore? Prima o dopo tutti, nessuno escluso. Perchè se si può provare ad adattare alla vita di tutti i giorni un famoso testo di un cantante pop, che recita appunto “nessun rimpianto”, nel mondo del calcio questo è quasi impossibile.

Provate, per esempio, ad andare da un tifoso dell’Inter e parlategli di Philippe Coutinho, vedrete poi se i suoi occhi non si veleranno di una patina di tristezza mista a malinconia. Certo, troverete anche il razionale, colui che proverà a spiegarvi il perchè di quell’operazione di mercato avvenuta nell’ormai lontano gennaio del 2013 e fruttata all’Inter una plusvalenza di circa 10 milioni di euro. La verità, però, è una e soltanto uno: vedere Philippe Coutinho fare una magia dietro l’altra, con la prestigiosa maglia del Liverpool sulle spalle, da tifoso dell’inter (ma anche da semplice amante del calcio italiano), deve fare un male cane.

Acquistato all’età di 16 anni, dal Vasco da Gama, Cou è arrivato in Italia solamente due anni dopo, al compimento della maggiore età. Già in questo biennio, i tifosi più informati sognavano, leggendo delle magie che il campioncino brasiliano dalla folta chioma riccioluta dispensava nel Brasileirão, ed i nomi ai quali veniva accostato, Ronaldinho su tutti.

Non riuscivo a crederci, un club come quello nerazzurro mi ha voluto a 16 anni, non era certo una cosa che succedeva a chiunque. Il mio sogno era quello di venire a giocare in Europa, il mio idolo Ronaldinho, volevo essere come lui

Il sogno ad un certo punto, e per definizione, è destinato a scontrarsi con la realtà. Nel caso di Philippe Coutinho la realtà è rappresentata dai soliti clichè e pregiudizi, tutti italiani, per i quali se non sei alto dall’1.80 in su e non hai una corazza al posto del fisico non vai da nessuna parte. Simili ragionamenti, se per un giocatore maturo e già affermato sarebbero destnati a scivolare via senza lasciare traccia alcuna, per un ragazzo di 18 anni possono essere pesanti come macigni.

Esile come un fuscello, troppo gracile, dove vuoi che vada con le nostre difese“? Solo quei pochi che avevano avuto la fortuna di vederlo in allenamento dicevano “Aspettate, dategli tempo. E’ vero, fisicamente soffrirà l’impatto con il nostro campionato ma quanti ne vedete con i piedi come i suoi”? In fondo, a pallone, si giocherebbe con quelli.
Coutinho in Italia pazienta ma gioca poco, complici anche alcuni guai fisici che non fanno altro che alimentare le teorie di chi non lo vede adatto al nostro calcio.

Quando gioca alterna prestazioni da bava alla bocca altre meno convincenti, come è normale che sia per uno di quell’età e alla prima esperienza fuori dal suo continente.
L’Inter lo manda in prestito nella sessione di mercato di gennaio all’Espanyol “per farsi le ossa”, come si dice sempre in questi casi, perchè dire “ti parcheggiamo da qualche parte in quanto con te non sappiamo cosa fare” non è mai troppo saggio. Con 5 gol in 12 presenze viene eletto giocatore rivelazione della Liga Spagnola.

Torna a Milano con la squadra nerazzurra guidata da Stramaccioni (dopo essere passati da Benitez a Leonardo, da quest’ultimo a Gasperini, sostituito a stagione in corso da Ranieri, a sua volta avvicendato dall’attuale tecnico del Panathinaikos), il quale a parole lo elogia ma il campo glielo fa assaggiare con il contagocce. Anzi, a gennaio del 2013, come detto, ne approva la cessione agli inglesi del Liverpool per 10 milioni di Euro più bonus.

Il resto è storia relativamente recente: “The Kid”, il ragazzino, si trasforma in “Little Magician“, il piccolo mago, diventando il faro della squadra prima di Rodgers e ora di Klopp.

Mi piace il calcio inglese, è intenso e tutti cercano di giocare bene a calcio. Io mi sento uguale a tutti gli altri, mi piace solo divertirmi con il mio modo di giocare, non mi interessa diventare una star.

In Inghilterra, in un calcio che non può certo essere definito meno fisico di quello italiano, Coutinho ha dimostrato di poter giocare e fare la differenza, essendo in grado, tra le altre cose, di ricoprire più ruoli (impiegato sia come trequartista che come esterno del tridente, a volte persino da interno di centrocampo).
Tanta, anzi tantissima la fantasia che sgorga dai piedi del piccolo mago, ma anche concretezza: già più di 30 reti realizzate con la maglia dei Reds in tutte le competizioni, una più bella dell’altra e nessuna di queste banale.

Costanza di rendimento ad alto livello che ormai lo pongono stabilmente lassù, tra le stelle della Premier League. Si può provare a spiegare tutto, cercare ragioni e snocciolare numeri, ma un pensiero non ce lo leva dalla testa nessuno: rimpiangere Coutinho rimane la cosa più normale, sincera e dolorosa da fare.

Paolo Vigo
Twitter: @Pagolo