Nell’estate del 2003, il nuovo presidente del Barcellona, Joan Laporta, dopo una campagna acquisti di tutto rispetto, che tra gli altri ha portato in...

Nell’estate del 2003, il nuovo presidente del Barcellona, Joan Laporta, dopo una campagna acquisti di tutto rispetto, che tra gli altri ha portato in blaugrana Ronaldinho, è alla ricerca della ciliegina da piazzare su una torta che negli anni successivi si rivelerà essere piuttosto gustosa. La ciliegina, quelli del Barcellona, l’hanno già trovata, in Portogallo. Nel fruttuoso vivaio dello Sporting Lisbona, che nella stagione ha messo in mostra due talenti parecchio interessanti.

Sono due calciatori che si inseriscono a pieno titolo nella tradizione degli esterni offensivi portoghesi, tradizione incarnata alla perfezione da Luis Figo, uno che però, di quei tempi, è meglio non nominare, dalle parti del Camp Nou. Due amici cresciuti insieme nelle giovanili dello Sporting, separati da 16 mesi all’anagrafe e -questo si scoprirà in seguito- un diverso approccio al calcio, all’allenamento e al modo di intendere la carriera da calciatore. Ma, nei piedi, forse, lo stesso talento.

Anzi, in quell’estate del 2003, se qualcuno avesse dovuto puntare su uno solo di quei due ragazzi, forse in tanti avrebbero fatto la stessa scelta del Barcellona. Laporta va a bussare al citofono dello Sporting e fa firmare a Ricardo Quaresma quello che -se il calcio seguisse logiche razionali- dovrebbe diventare il contratto più importante della sua carriera. Il trampolino di lancio per una carriera da protagonista assoluto.

Ma il bello del calcio è che, quando fai delle decisioni, ci sarà sempre un rimpianto, un rimorso, pronto a inseguirti per il resto della tua vita. E quando il Barcellona, in quell’estate, decise di puntare su Ricardo Quaresma invece che su Cristiano Ronaldo, senza volerlo ha cambiato forse i destini del calcio europeo e mondiale più di quanto possiamo immaginare.

La colpa -o il merito, fate voi- è anche e soprattutto di quel ragazzo con lo sguardo accigliato e l’espressione di chi è sempre pronto a prendere questioni con chiunque, per un motivo qualsiasi. Che poi, a pensare bene, è anche uno dei motivi per cui la carriera di Quaresma non è mai stata quello che sarebbe potuto essere, in effetti.

Come sono andate le cose lo sappiamo tutti: Cristiano Ronaldo ha fatto vedere al mondo cosa può fare il talento se combinato con l‘applicazione, l’abnegazione, l’etica del lavoro e lo spirito di sacrificio. Ricardo Quaresma ci ha dimostrato, ancora una volta, quanto gli artisti siano fragili. Perché sì, uno che su un campo di calcio è in grado di fare quello che ha fatto e che fa Ricardo Quaresma, non può che essere un artista. Con tutto quello che la fama di artista si porta dietro, compresa la possibilità che, da un momento all’altro, un impeto di rabbia possa rovesciare tutto quanto è stato fatto fino a quel momento. Un po’ la sintesi della carriera di O Cigano, in un certo senso.

La carriera di Quaresma può essere rappresentata come un’altalena continua. Al Barcellona, è lui stesso a tirarsi fuori dalla contesa. E’ qui che comincia il suo processo di autodistruzione, quando, dopo il primo anno di incomprensioni, dichiara che non avrebbe mai più giocato per Frank Rijkaard. Lui non ha bisogno di una visione tattica in cui essere inquadrato. Ricardo Quaresma è nato libero, ha imparato a giocare a calcio per le strade del suo quartiere, e vuole sentirsi libero di seguire solo e soltanto il suo istinto. D’altronde, il suo soprannome è O Cigano, per via delle origini gitane del padre. Insomma, un manifesto programmatico.

Nel 2004 viene ceduto al Porto. Quattro anni in cui dimostra che, se lasciato libero di inventare, di giocare e divertirsi, può essere un giocatore determinante. E’ in questi anni che il mondo impara a conoscere, per bene, la sua trivela. Che altro non è se non una continua sovversione, un ribaltamento dell’ordine costituito. Quando le leggi della fisica imporrebbero di mettere in mezzo un pallone con il piede sinistro, Ricardo Quaresma sfodera il suo colpo. L’ostinata volontà di decidere lui -e non il campo, o peggio ancora un allenatore- quale sia la cosa da fare in quel momento.

L’altalena, però, funziona secondo regole precise. E quando Josè Mourinho lo vuole all’Inter, in un certo senso è quasi scontato che le cose non vadano in un certo modo. Quaresma arriva a Milano pronto a seguire le orme di Luis Figo, e prende il numero 77. Il 7 era già sulle spalle del suo connazionale. E da queste premesse, non può che essere un disastro annunciato. Mentre Cristiano Ronaldo vince il Pallone d’Oro, Ricardo Quaresma si intristisce sulla panchina dell’Inter, quasi dileggiato per quella trivela che diventa un marchio d’infamia, più che un colpo da prestigiatore. Quaresma diventerà Campione d’Europa, ma sarà un titolo che non sentirà mai suo. In mezzo, la disastrosa parentesi al Chelsea: arriva su richiesta di Scolari, ma il tecnico brasiliano dopo una settimana viene sostituito da Hiddink.

L’approdo al Besiktas, nel 2010, segna un nuovo cambio di passo. Qui un Quaresma più maturo dimostra di essere ancora in grado di fare la differenza, e non solo con i colpi a effetto. Ma ancora una volta, viene tradito dal suo carattere. Complice un eccesso di rabbia di troppo, una bottiglietta lanciata contro il suo allenatore e qualche dichiarazione fuori luogo, viene praticamente messo alla porta dopo due anni.

Quando nel 2012 firma con l’Al Ahli, negli Emirati Arabi Uniti, sembra chiaro a tutti che la carriera di Ricardo Quaresma sembra sia destinata a chiudersi così. Sono in pochi, forse nessuno, quelli che sono andati a quelle latitudini e poi sono ricomparsi nel calcio che conta. Quel calcio, per molti, è la tomba delle ambizioni di gloria. La fine dei sogni. Sembra impossibile, ma Quaresma riesce a fallire anche lì. E a quel punto, nell’autunno del 2013, la storia sembra già scritta.

Quaresma si ritrova senza contratto, senza squadra, senza futuro. La logica conclusione di questa storia sarebbe il ritiro dal calcio giocato, alla soglia dei 30 anni, con una valigia piena di rimpianti e di speranze mal riposte. Ma, come con una rabona delle sue, Ricardo Quaresma riesce ancora a sorprendere tutti, strappando un contratto con il Porto. Viene presentato di fronte alla folla festante, si gioca di nuovo la possibilità di rinascere, e forse vince. Torna a giocare in Champions League. Il 15 aprile 2015, segna una doppietta al Bayern nell’andata dei quarti di finale. Il Porto si illude con il 3-1 casalingo, salvo poi essere spazzato via dai tedeschi al ritorno. Ma con Quaresma, cose del genere possono diventare normali.

L’estate del 2015 vede però un altro colpo di scena. Il Porto non gli garantisce più una maglia da titolare, lui, però, vuole giocare per provare a strappare un posto per Euro 2016 con la maglia del Portogallo. Trova posto al Besiktas, per un altro ritorno di fiamma. E trova posto anche a Euro 2016, dove verrà incoronato Campione d’Europa, stavolta giocando e anche recitando un ruolo da protagonista, con il gol agli ottavi di finale contro la Croazia, nei tempi supplementari. Un titolo vinto da scudiero di Cristiano Ronaldo, ma che vale doppio, proprio perché vinto quando ormai tutto sembrava essere finito a gambe all’aria.

I treni, nel calcio e nella vita, passano in continuazione. Ma il bello di tutto questo circo è che non sappiamo mai quale sarà l’ultimo, se davvero avremo ancora la possibilità di saltare in corsa sul vagone giusto o se abbiamo mandato tutto a puttane per sempre. Di sicuro, Ricardo Quaresma a tutto questo non ha mai pensato. Chiamatela incoscienza, chiamatela follia. Ma loro, gli artisti, sono fatti così.

Vivono, incantano, a volte deludono, poi vanno via e lasciano negli occhi di chi li ha ammirati nostalgia, rimpianti ed emozioni. E’ la vita, bellezza.

Valerio Nicastro
twitter: @valerionicastro