Non è solo un derby. Non è solo una finale di Champions League. E’ uno scontro ideologico. E’ un po’ una di quelle battaglie...

Non è solo un derby. Non è solo una finale di Champions League. E’ uno scontro ideologico. E’ un po’ una di quelle battaglie cui si assiste negli ultimi minuti di un film epico, uno di quei combattimenti catartici tra il bene ed il male, tra i buoni e i cattivi, tra due modi diversi di vedere e interpretare il mondo.

Da una parte ci sono quelli in bianco, quelli che la maglietta non se la sporcano. Dall’altra parte, quegli altri il bianco l’hanno strisciato con il rosso, un colore a caso: quello del sangue, della passione, del cuore.

Da una parte c’è il capello brillantinato e mai fuori posto di Cristiano Ronaldo, dall’altra c’è la barba selvaggia di Arda Turan, uno che il paragone con Leonida di 300 non lo fa venire in mente per caso.

Da una parte c’è il capello biondo e piastrato di Sergio Ramos, uno che forse dal parrucchiere ci passa metà della settimana. Dall’altra c’è il riporto da competizione di Godin, che però con quella fronte un pochino spelacchiata i tifosi dei Colchoneros li ha già fatti godere.

Da una parte c’è la mascella importante di Bale, un po’ da Ridge di Beautiful: una di quelle facce da bravo ragazzo che ogni mamma desidera per il proprio figlio. Dall’altra parte c’è il profilo ruvido, sporco, asimmetrico di Diego Costa: una di quelle facce da malvivente che non vorresti mai incontrare in un vicolo poco illuminato.

Sulla panchina di quelli in bianco c’è un allenatore quasi mai sopra le righe, sempre composto, attento a misurare le parole. Sulla panchina di quegli altri c’è invece uno che non risparmiava nulla quando era in campo e che non aveva paura a sporcarsi i tacchetti quando ce n’era di bisogno, e che interpreta esattamente alla stessa sporca maniera il suo ruolo di condottiero.

Da una parte c’è la voglia di portare a casa la Decima, la Coppa dei Campioni numero dieci di una storia gloriosa, una storia che li ha visti quasi sempre protagonisti. Dall’altra parte c’è la fame, la brama, la voglia di mangiarsi campo e avversari di chi il più prestigioso trofeo europeo per club non se l’è mai portato a casa (ma , curiosità, è anche l’unico club al mondo ad aver vinto una Coppa Intercontinentale senza aver vinto la Coppa dei Campioni. Si, sono davvero speciali) e che potrebbe fare una doppietta clamorosa, con una squadra tutt’altro che favorita sulla carta.

A noi questa serata all’Estadio Da Luz di Lisbona piace immaginarla un po’ come la partita di calcetto del giovedì sera. Quando noi arriviamo al campo da calcetto alle 21.05, in ritardo, con ancora addosso la tuta da lavoro, con la schiena spaccata dal turno in magazzino, con la testa piena delle ramanzine del nostro capo. Infiliamo la nostra maglietta anonima e le nostre scarpe comprate 3 anni fa e oramai logore e scendiamo in campo. E troviamo loro: capelli piastrati, fascette in testa, maglietta originale con patch della Champions League, Nike Mercurial da 200 € ai piedi, tocchetti di prima, colpi di tacco, no look.

Noi, da delinquenti prestati al mondo del pallone, non abbiamo mai avuto alcun dubbio sulla parte dalla quale schierarci. Ah, un’altra cosa. Ci abbiamo pensato e ripensato, ma non siamo riusciti a capire cosa ci faccia Pepe dalla parte di quelli in bianco. Magari è un po’ come la storia del cavallo di Troia…

Valerio Nicastro
twitter: @valerionicastro