I meno attenti ne avevano perso le tracce, pensavano che forse questo momento fosse già passato, da tempo. Non hanno nemmeno tutti i torti,...

I meno attenti ne avevano perso le tracce, pensavano che forse questo momento fosse già passato, da tempo. Non hanno nemmeno tutti i torti, un po’ perchè era finito a giocarsi gli ultimi scampoli di carriera nella NASL, un po’ perchè di lui, fuori dal campo, si è sempre parlato pochissimo.

Si, perchè le luci della ribalta non facevano per lui, raramente gli illuminavano quella faccia d’angelo da eterno ragazzino. Forse per questo vi sarete dimenticati, per un po’, di lui. Oggi, che per l’ultima volta ha indossato le scarpe con i tacchetti, però, quelle luci si sono dovute accendere per forza. Come qualche anno fa, quando era lui ad accenderle, le luci della ribalta.

Era lui a illuminare la scena, pur senza fare troppo casino. Stanotte, a 38 anni, di cui più di 20 anni passati a tirare calci a un pallone per mestiere, Raúl González Blanco, per tutti semplicemente Raúl, ha deciso di dire basta. E tutti noi, improvvisamente, ci siamo sentiti un po’ più vecchi, un po’ più poveri.

Difficile trovare troppe parole per descrivere Raúl.

Solo chi lo ha conosciuto bene è riuscito ad andare a fondo nell’animo di un ragazzo imperscrutabile che preferiva lasciar parlare il suo piede sinistro. Quello con cui ha segnato 323 gol con una maglia, quella bianca del Real Madrid, che forse non avrebbe mai dovuto vestire. Perchè il destino si è divertito parecchio, con questa storia. Raúl Gonzalez Blanco, figlio di papà elettricista e mamma casalinga, il calcio vero inizia a giocarlo con la maglia bianca e rossa dei Colchoneros. Poi, nel 1992, le difficoltà economiche dell’Atletico Madrid costringono il presidente Jesus Gil a una decisione sofferta e controversa: via, soppresse tutte le squadre giovanili, con effetto immediato e conseguente diaspora di tutti i giovani talenti del vivaio.

Una scelta che avrà conseguenze sulla storia, quella vera, dell’altra sponda di Madrid, quella che veste di bianco. Un gradito regalo accettato dalle Merenguese, che si godono e coccolano quel ragazzino riservato e silenzioso, ma che sotto sotto nasconde la stoffa del leader, di chi non ha paura. In prima squadra ci arriva subito, lanciato da Jorge Valdano negli anni in cui Emilio Butragueño. Due che in fatto di gol qualcosina la capiscono, se avete una passione per le coincidenze speciali.

L’esordio in Liga a 17 anni, poi, da lì, una lenta ascesa nelle gerarchie dell’attacco del Real. Che è lentamente e inesorabilmente diventato roba sua, e sua soltanto. Una storia d’amore che sembrava destinata a essere infinita e invece, come in quelle storie troppo belle, dolci e smielate per resistere per sempre, non lo è stata. Iniziano ad accumularsi i gol, i titoli in patria e in Europa. Il ragazzo con il numero 7 sulle spalle diventa prima importante, poi fondamentale, poi indispensabile. Il Real Madrid è Raúl, Raúl è il Real Madrid.

Sulla panchina del Real, tra gli anni ’90 e il 2000, si alternano allenatori, cambiano i compagni di squadra intorno a lui, qualcuno Galactico, qualcuno meno. Ma tutto continua a ruotare necessariamente intorno a Raúl, che nel frattempo si è anche messo al braccio la fascia di capitano ed è diventato una certezza. Una sicurezza, una tranquilla conferma. Ogni gol, e sono tanti, la stessa scena. Un bacio alla fede nuziale, un pensiero alla moglie Mamen, e un colpo sul cuore, per i figli. Il Real Madrid vince, mette titoli in bacheca, Raúl Gonzalez Blanco combatte in giro per l’Europa con Pippo Inzaghi per il record di gol in Champions League, prima dell’avvento di un argentino e un portoghese intenzionati a frantumare gli albi d’oro.

Qualche rimpianto, però, Raúl ce l’avrà. La nazionale, innanzitutto. Prima della Spagna acchiappatutto, del dominio europeo e mondiale, prima degli anni di vittorie delle Furie Rosse, c’è stata una Spagna triste, malinconica, sfortunata. Che di vincere proprio non ne voleva sapere. Era la Spagna di Raúl, capitano che non è mai riuscito ad imporsi sul palcoscenico internazionale con la maglia del suo Paese. Con un rigore sbagliato, a Euro 2000, ai quarti contro la Francia, che ancora pesa come un macigno.

E poi, c’è l’addio al Real Madrid. Anche quello, nel silenzio, senza fare polemica. Eppure, avrebbe avuto tutto il diritto di farla, qualche polemica. Nel 2010, a 33 anni, le Merengues decidono che Raúl non farà più parte dei loro piani futuri. Lui, che sente ancora di poter dare qualcosa al mondo del calcio, non fa una piega, lascia qualche lacrimuccia sul terreno del Bernabeu, ma continua per la sua strada.

Due anni in Germania, allo Schalke, a combattere con la tentazione di spacciarlo per finito. La dimostrazione? Una semifinale di Champions raggiunta nel 2011, con solo il tabellone ad evitare quello che sarebbe stato un incrocio clamoroso con il Real. I tedeschi, invece, beccano il Manchester United, mentre i Galacticos danno vita ad un confronto ad alta tensione con il Barcellona. Chissà come sarebbe stato, per Raúl, tornare a Madrid con un’altra maglia. Chissà se ce l’avrebbe fatta.

Poi, qualche anno negli universi paralleli del pallone. Qatar, Stati Uniti, per provare l’ebbrezza di qualcosa di diverso. Ma Raúl era ormai lontano dal calcio che contava. Di lui non si sono avute più notizie, perchè fuori dal campo non dava mai occasione di fare gossip. Non era Beckham, non era Ronaldo, il portoghese. Era semplicemente Raúl Gonzalez Blanco, un ragazzo con il gol nel sangue e la passione nel cuore.

Valerio Nicastro
twitter: @valerionicastro