Non è semplice raccontare Pelé. Non è semplice per noi, ragazzi di una generazione che non ha potuto vivere le gesta della Perla Nera...

Non è semplice raccontare Pelé. Non è semplice per noi, ragazzi di una generazione che non ha potuto vivere le gesta della Perla Nera in prima persona, e dobbiamo affidarci a immagini sbiadite, in bianco e nero, consumate dal logorio del tempo. Inaffidabili, in fondo, perché Pelé avremmo voluto vederlo da vicino, toccarne con mano l’alone leggendario che ne circonda le gesta, cantate da chi ha avuto l’onore e il privilegio di poterlo fare.

Non è facile raccontare Pelé, perché spesso quello che è arrivato a noi, come il mito greco, tramandato di generazione in generazione, si è arricchito volta per volta di elementi magici, di ornamenti, di piccoli aggiustamenti che a volte rendono difficile distinguere tra realtà e fantasia. Eppure, mi piace pensare che sia proprio questo confine sfumato tra la realtà e la fantasia a rendere così affascinante la storia di questo campione. Una storia di quelle che vorresti ascoltare davanti al calore di un fuoco, con una tazza di cioccolata fumante, con il cuore aperto. Una storia che vale la pena raccontare, una storia nella quale vale la pena tuffarsi, senza paracadute. Senza dover per forza affidarsi a quello che è diventato il calcio oggi, una giungla di numeri, di interpretazioni tattiche, di moduli, di scienza. Pelé è il calcio che diventa sogno, è per questo che ci affascina, è per questo che la sua storia ci rapisce.

Anche il suo soprannome, in fondo, è avvolto da un magico alone di mistero. Difficile spiegare, in poche righe, come Edson Arantes do Nascimento sia diventato Pelé. Difficile spiegarlo senza dare retta a questa o a quella voce, a questo o a quel testimone che lo ha visto diventare grande. Perché questa è un’altra delle magie della storia di Pelé, una storia che in fondo è il sogno di tutti i ragazzini che, anche quando non hanno nulla, si mettono a tirare calci ad un pallone fatto di stracci, perché è l’unica cosa che li fa stare bene. L’unica cosa che fa dimenticare il mondo intorno. Nel Brasile di quegli anni, erano in molti a dover dimenticare qualcosa, o qualcuno. E così il giovane Pelé, figlio di Dondinho, anche lui discreto giocatore per l’epoca, comincia a credere che quel pallone potrebbe portarlo lontano. E’ tra le strade di Três Corações, nello Stato di Minas Gerais, che nasce il mito di Pelé.

Ma ben presto quel mito si sposterà sui campi veri, quelli con i palloni veri, con gli avversari, con le porte e con i trofei in palio. Inevitabile, per quello che diventerà uno dei giocatori più forti di tutti tempi. Il più forte, senza paragoni, per molti, moltissimi. In ogni caso un calciatore inimitabile. Difficile da raccontare a parole, difficile da spiegare. Pelé lo ha capito fino in fondo solo chi lo ha ammirato sul campo. La devastante rivoluzione di Pelé è stata compresa fino in fondo solo da chi aveva visto un calcio prima di lui e un calcio dopo di lui.

Un calciatore completo, veloce, dotato di dribbling fenomenale ma anche di potenza e fisico. Uno che, in un calcio che stava diventando sempre più vero, così completo non si era ancora visto. Pelé lo si potrebbe raccontare con i numeri, impressionanti. Ma comunque non renderebbero onore a quel ragazzo che ha affascinato il mondo, che ha creato un vero e proprio eroe.

E’ ai Mondiali che la leggenda di Pelé prende forma, perché il calcio era diverso, e i Mondiali erano la grande occasione, il palcoscenico su cui recitare in tutta la propria luce. Una delle poche occasioni in cui i riflettori si accendevano per davvero. A partire da quelli del 1958, giocati da un Pelé giovanissimo ma già pronto ad incantare tutti. E per finire con quelli del 1970, il Mondiale giocato da stella. Il Mondiale giocato da padrone. Perché, alla fine, Pelé lo puoi anche semplicemente raccontare con le parole di un uomo duro, di sostanza, un marcatore vecchio stile che non è che fosse così avvezzo alla poesia. Eppure, quando si è trovato a dover marcare Pelé, nella finale di quel Mondiale del ’70, ha tirato fuori quella che forse è la più bella definizione possibile per la Perla Nera. Perché Pelé, alla fine, puoi anche raccontarlo con una frase di Tarcisio Burgnich.

Prima della partita mi ripetevo che era di carne ed ossa come chiunque, ma mi sbagliavo.

Valerio Nicastro
twitter: @valerionicastro