Questione di centimetri Questione di centimetri
Questione di centimetri. Di sfortuna, di destino, di malasorte, di tutto quello che volete. Ma certe volte nel calcio è solamente questione di centimetri. La... Questione di centimetri

Questione di centimetri. Di sfortuna, di destino, di malasorte, di tutto quello che volete. Ma certe volte nel calcio è solamente questione di centimetri. La differenza tra il successo e la sconfitta, tra la gioia e il dolore, tra il ricordo e l’oblio, la possono fare i centimetri. Anche pochi, anche pochissimi.

Come quei centimetri che il 3 luglio del 1998 ci buttarono fuori dal Mondiale di Francia 1998. Quei pochi centimetri che avrebbero potuto mandare dentro il pallone di Roberto Baggio. Quei pochi centimetri che spedirono il rigore di Gigi Di Biagio sulla traversa invece che in rete. Quei pochi centimetri che significarono l’eliminazione dell’Italia e il passaggio del turno della Francia, che poi sarebbe andata a vincerli quei Mondiali in casa. Anche per quei centimetri che quel pomeriggio, a Saint Denis, negarono all’Italia la porta del Paradiso.

Siamo ancora tutti fermi lì. A quel pallone che spiove al volo. A Roberto Baggio che si inserisce in mezzo alla difesa transalpina, vedendo la sfera che arriva alle sue spalle. Robi che sa esattamente dove andrà a finire quel pallone. Robi che si fa trovare pronto all’appuntamento, trova la coordinazione perfetta, colpisce il pallone meglio che può. Il pallone che passa, veloce, sopra la testa pelata di Fabien Barthez. Il pallone che viaggia verso la rete, ma si allarga, si allarga, si allarga. 5, 10, 15 centimetri. Si allarga troppo. Gira alla destra del palo, gira verso la linea di fondo, dalla parte in cui non c’è la rete. Gira verso i cartelloni pubblicitari. Gira verso i calci di rigore che da lì a poco decreteranno la nostra eliminazione.

L’ultimo rigore. Quello che Gigi Di Biagio coraggiosamente decide di calciare. Occhi dentro occhi. Di Biagio contro Barthez. Una guerra di nervi. Decidere dove metterlo, decidere dove mirare, decidere di che morte morire. Sapere di non poter sbagliare. Sapere che o quel pallone va dentro, oppure noi andiamo fuori. Tirare, a occhi chiusi, a cuore aperto. Riaprire gli occhi e sentire il rumore sordo della traversa e la gioia festosa del pubblico di casa che festeggia il passaggio del turno. Crollare a terra, mettere le mani sul volto, trattenere le lacrime. Crudeltà. Pura e semplice crudeltà, così è il calcio e così è la vita.

Come quella volta a Parigi, come sempre: il calcio è questione di centimetri. Possiamo studiare partite perfette, affidarci agli allenatori, correre come ossessi di qua e di là, dannarci l’anima e spremerci cuore e polmoni finche non ne abbiamo più. Possiamo pregare ogni tipo di Dio e invocare ogni tipo di divinità conosciuta o non. Possiamo continuare a crederci anche quando tutto sembra perduto. Possiamo fare tante cose, ma resterà sempre e soltanto un gioco di centimetri. Un maledetto gioco di centimetri che continueranno, imperterriti, a decidere le nostre sorti.

Dentro o fuori, gioia o dolori. Un centimetro più a destra, un centimetro più a sinistra. La storia del calcio si scrive anche così.

Valerio Nicastro
twitter: @valerionicastro

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