Peter e il suo nipotino sono seduti davanti ad un camino. Ascoltano il rumore dei ceppi di legno che lentamente si consumano, attendono che la...

Peter e il suo nipotino sono seduti davanti ad un camino. Ascoltano il rumore dei ceppi di legno che lentamente si consumano, attendono che la cena sia pronta. La corrente elettrica è andata via da qualche ora, e non si può far altro che aspettare.

Bisogna fare a meno di internet, dei telefoni, della televisione. Senza corrente elettrica siamo tutti maledettamente uguali, tutti connessi solo dal potere degli occhi e delle parole. Il nonno e il bambino aspettano, davanti a quel camino. Il bambino aspetta che torni l’elettricità, il nonno aspetta che ritornino i giorni più belli della sua vita.

Poi, all’improvviso, il bambino fa una di quelle domande che ti fanno ancora credere nel potere della magia.

Nonno, raccontami una storia

Le storie sono il motore del mondo. Ognuno di noi ha una storia da raccontare. Non importa se è una storia che ha lasciato il segno, se è una storia trascurabile, se nessuno a parte noi se la ricorda, quella storia. Le storie sono quella cosa che ci fanno andare avanti, quella cosa per cui viviamo. A cosa serve trascinarsi e affannarsi, in questa vita, se davanti ad un camino e un bambino non abbiamo nemmeno una storia che valga la pena raccontare?

E, Peter , una storia da raccontare ce l’ha.

Che storia vuoi sentire?

Il bambino, come tutti i bambini, non vuole sentire storie che non possa capire. Il bambino vuole solo chiudere gli occhi e immergersi in un mondo fantastico.

Raccontami il giorno più bello della tua vita, nonno

Gli occhi di Peter riprendono immediatamente calore. Come se si stessero riflettendo in quel fuoco che brucia legno e ricordi. La mente di Peter, rallentata dalla vecchiaia, frenata dal naturale incedere dell’età, si rimette in moto. Peter riavvolge il nastro dei ricordi. Non che ne abbia bisogno, quel ricordo, quella serata, è già lì. Nel cassetto dei momenti più belli, quelli che non hai bisogno di tirare fuori. Quelli che vengono fuori da soli. Quei ricordi per cui alla fine della fiera vale la pena vivere.

E’ successo parecchio tempo fa. Forse non te lo ricordi, forse nessuno te l’ha mai detto. Quando ero giovane, giocavo a calcio. Ero un portiere. Non ero tra i più forti al mondo, ma me la cavavo bene tra i pali. Certo, il Liechtenstein forse non era la Germania, ma giocavo in nazionale. Giravamo l’Europa per giocare contro i più forti del mondo. E una sera, nello stadio di Vaduz, venne a giocare uno dei giocatori più forti del mondo.

Era un gigante, lo guardavamo con ammirazione. Aveva girato il mondo e aveva vinto tutto. Quasi tutto. Aveva anche lui un sogno, voleva conquistare una coppa dalle grandi orecchie che gli era sempre sfuggita. Aveva girato il mondo e aveva fatto innamorare le persone. Non avevo mai visto nessuno giocare a calcio come lui. Era ipnotico. Nessuno poteva immaginare che un gigante del genere ti avrebbe sorpreso con dei colpi da giocoliere. Sembrava un maestro di kung fu che aveva imparato a mettere la sua arte al servizio del gioco del pallone.

Era una sera di autunno del 2015, tanto tempo fa. Me lo ritrovai di fronte. Aveva in mano un pallone e lo stava piazzando sul dischetto per battere un rigore. Posò il pallone sul dischetto, mi guardò per un attimo negli occhi. Aveva degli occhi scuri, impenetrabili. Quando ti guardava, aveva un potere magnetico. Calamitava la tua attenzione, ti catturava, e tu, in un istante, eri in balia del suo volere. Era ipnotico, quel gigante, e io, che ce l’avevo di fronte, dovevo solo pensare a quel rigore che avrebbe dovuto battere.

Mi sentivo piccolo, minuscolo rispetto a quel gigante. Guardò prima a destra, poi a sinistra. Non so perchè, ma mi convinsi che lo avrebbe tirato alla sua sinistra, alla mia destra. Non ti so spiegare perchè, so solo dirti che un portiere deve fidarsi del suo istinto, non può fidarsi di niente e nessuno di diverso dal suo istinto. Fu un attimo. Capii che quel gigante, quello svedese dagli occhi profondi come la notte, avrebbe tirato proprio lì il pallone.

C’era un problema, però. Avrei anche potuto capire dove lo avrebbe tirato, quel pallone, ma se lo avesse tirato bene, se lo avesse messo vicino vicino al palo, non ci sarei mai arrivato. Sarei stato comunque condannato. Dovevo sperare in qualcosa. E quando un portiere deve sperare in qualcosa, vuol dire che è quasi sempre spacciato

Il bambino ascoltava rapito. Era stato trasportato dalle parole del nonno in una nottata di tanti anni prima, era immerso fino al collo nella notte di Vaduz.

E poi?

E poi il gigante tirò. Io raccolsi tutte le mie forze e mi buttai a terra, sulla mia destra, lì dove credevo che il gigante avrebbe tirato. Fu un attimo. Vidi arrivare il pallone, stava venendo dalla parte giusta. Dalla mia parte. Allargai le mani, sperai che non fosse troppo forte. Chiusi gli occhi e sperai. Quando li riaprii, il pallone non era passato. Era andato via, via, via, lontano. Verso il calcio d’angolo. 

Non ti so spiegare come mi sentii. Ti so solo dire che in quel momento capii che tutto quello che avevo fatto fino a quel momento, tutti i giorni e le notti passate sui campi da calcio avevano un senso. Sperimentai cosa significava essere felici. Capii immediatamente che quello, insieme al giorno in cui nacque tuo padre, sarebbe stato il giorno più bello della mia vita.

Il fuoco strepitò. Prese ad ardere più forte, come se avesse preso vita, animato dalla storia raccontata da Peter. Il bambino guardò il nonno negli occhi. Era buio, ma poteva scorgere una lacrima solcare il suo volto. Erano le lacrime di felicità che rigavano il volto di chi, in una notte a Vaduz, tanti anni prima, aveva parato un rigore a Zlatan Ibrahimovic.

Nonno, ma poi, come finì quella partita? Avete vinto voi?

Non ricordo, nipotino mio. Non ricordo proprio.”

Valerio Nicastro
twitter: @valerionicastro