Non c’erano gli smartphone. Non aggiornavamo compulsivamente uno schermo con il ditino in cerca delle ultime novità, delle foto del mare della ragazza del...

Non c’erano gli smartphone. Non aggiornavamo compulsivamente uno schermo con il ditino in cerca delle ultime novità, delle foto del mare della ragazza del secondo piano, non andavamo a cercare oscure compilation di talenti brasiliani sconosciuti su Youtube. Nossignore. C’è stato un tempo in cui dell’estate, del caldo e del sudore ce ne infischiavamo beatamente. Prendevamo il nostro pallone, che fosse un Super Santos, un Tango o un Super Tele poco importava, e scendevamo in strada, a giocare, liberi. Felici che l’estate fosse finalmente arrivata, che fosse lì per noi.

Non c’erano i social network. Scendevamo in strada a conoscere i nuovi amici, o, più che altro, visto che per noi il calcio era già una cosa tremendamente seria, scendevamo in strada a minare il rapporto con i nostri amici a suon di calcioni e litigi. Ma poi, alla fine, anche con le ginocchia sbucciate, ci abbracciavamo e tornavamo a casa, con una bibita in mano. Con quella coca-cola che poi, quando siamo cresciuti, è finalmente diventata una birra. Non avevamo 1000 amici, ne avevamo 10, ma per quei 10, e per quel pallone arancione, saremmo stati disposti a morire.

Quella era la nostra estate. Le partitelle, le tedesche, i battimuro, i mondialini. Ogni occasione era buona per passare un pomeriggio insieme al pallone e agli amici. E non c’era niente che ci avrebbe distolto da quel pallone, da quegli amici. Per noi il mondo era tutto lì, in quel cortile o in quel campetto. La scuola era ancora un pensiero che andava solo da settembre a maggio. Il lavoro, o la sua cronica mancanza, ancora un sogno. Le ragazze erano il nostro nemico, perchè non sapevano quanto volesse dire, per noi, quel pallone. Avremmo imparato più tardi a fare i conti con loro.

Con quel pallone tra i piedi, ci sentivamo i padroni del mondo. Potevamo dargli traiettorie impensabili, potevamo sentirci dei piccoli Roberto Carlos, dei piccoli Juninho Pernambucano. Potevamo chiudere gli occhi e immaginare che, a breve, avremmo lasciato la strada per lo stadio. L’asfalto per l’erba. Il silenzio per il rumore. Con quel pallone tra i piedi, ci sentivamo in grado di fare tutto. Non ci guardavamo, non capivamo. Nella nostra testa, i numeri che facevamo noi, non li faceva nessuno. Quel pallone arancione, giallo, bianco, prendeva degli effetti a giro, viaggiava e volava, e noi non pensavamo che era per via del vento, della spinta dell’aria, un effetto dei materiali leggeri del pallone. No, a noi bastava volare insieme a quel pallone e sognare, sognare, sognare.

Per diventare grandi ci sarebbe stato tutto il tempo del mondo.

Valerio Nicastro
twitter: @valerionicastro