Poteva andare diversamente. Doveva andare diversamente. Poteva andare diversamente. Doveva andare diversamente.
Poteva andare diversamente. Doveva andare diversamente. Te li ricordi, uno per uno, i pomeriggi trascorsi nel giardino di casa. Un albero a destra, uno... Poteva andare diversamente. Doveva andare diversamente.

Poteva andare diversamente. Doveva andare diversamente. Te li ricordi, uno per uno, i pomeriggi trascorsi nel giardino di casa. Un albero a destra, uno a sinistra, un Super Santos arancione tra i piedi, più grande di te. Destro, sinistro, punta, piatto, non importava. Eravate tu, quei due alberi e quel pallone.

E ti piaceva da matti buttarla in mezzo a quei due alberi, sognando che fosse una porta di quelle vere, di quelle che ogni tanto vedevi in televisione quando ti consentivano di stare sveglio fino a tardi. Ti piaceva da matti sognare, immaginare di essere Roberto Baggio. Ti eri fatto crescere il codino, come tanti tuoi compagni di scuola.

Con la maglia della nazionale addosso, e quel numero dieci sulle spalle, ti sentivi il padrone del mondo. Puff. Destro, palla sulla corteccia dell’albero e rete. E via ad esultare. Correvi come se avessi segnato per davvero. Facevi la telecronaca in testa, ogni tanto te ne dimenticavi e iniziavi a urlare, a correre con le braccia alzate simulando il boato del pubblico di San Siro, dell’Olimpico, del Delle Alpi.

Facevi l’aeroplanino e urlavi, felice: “Vincenzoooooo Montellaaaaaaaaa uno a zero per la Roma!” e ti sentivi la persona più felice dell’universo. Quei pomeriggi di settembre in cui restavi in giardino a palleggiare con il pallone, che magari era diventato di cuoio perchè eri diventato più grande e più bravo, più forte, e adesso avevi bisogno di un pallone vero con cui trastullarti.

Ti lasciavi cullare dal vento di fine estate e dalle voci della radio che trasmettevano Tutto il calcio minuto per minuto. E pensavi che c’era ancora un mondo davanti a te. Che chissà, fra qualche anno, avresti potuto essere tu il campione che avrebbe fatto brillare gli occhi a 60.000 persone accorse allo stadio.

Per vedere te, solo te. 60.000 esistenze che per 90 minuti avrebbero smesso di pensare al mutuo, al lavoro, ai problemi di casa, alla salute, per aspettare un tuo lampo, un tuo colpo di genio. Una tua punizione pennellata nel sette. E quando sarebbe successo, perchè sarebbe successo, tu saresti corso sotto la tua curva, sotto la tua gente, come a dirgli: “Eccomi, sono uno di voi“. Poteva andare diversamente. Doveva andare diversamente.

Quando segnavi valanghe di goal nelle prime partitelle con gli amici, quando iniziavi a farlo nelle tue prime squadre. Quando andavi in trasferta con l’autobus e i tuoi compagni ti trattavano come se fossi il Re. Uno da trattare con i guanti, perchè poi quando avresti indossato gli scarpini te li saresti caricati sulle spalle uno ad uno e gli avresti fatto vincere la partita, da solo.

Ti sentivi forte, ti piaceva e ti rassicurava essere il loro faro, ma sapevi anche che a breve avresti dovuto lasciare quei campi, saresti dovuto diventare grande, sotto tutti i punti di vista. Ma non ti saresti dimenticato di loro, no. Non avresti abbandonato i tuoi compagni, i tuoi amici. Li avresti invitati alle tue partite, gli avresti regalato i biglietti e gli avresti regalato le tue maglie.

Poteva andare diversamente. Doveva andare diversamente. I primi provini, con le squadre forti, quelle satellite delle squadre di serie A, serie B. Saresti stato l’orgoglio di mamma e papà, avresti guadagnato abbastanza da farli vivere nell’oro. Gli osservatori che ti guardano dribblare, annotano tutto sul taccuino. I primi ma, i primi però, i primi “ok, forte, ma forse…

La tua prima squadra vera, sarà quel che sarà, però è serie D, sei giovane, farai esperienza. La tribuna, la panchina, i pomeriggi passati a scaldarsi sulla linea laterale, con quella ridicola pettorina gialla, sperando prima o poi di sentire il tuo nome. “Vai dentro, tocca a te.” Le uniche parole che vorresti sentire, le uniche che ti farebbero stare bene. Eppure tu lo sai, spaccheresti il mondo se solo te ne dessero la possibilità. Il primo prestito, il primo trasferimento. Eccellenza, prima categoria. Ti devi fare le ossa, dicono, sei giovane.

Poteva andare diversamente. Doveva andare diversamente. Quell’allenatore che ti vede un po’ più dietro, quello a cui non sembri una punta, a cui non sembri un numero 10. Quell’allenatore che ti dice che secondo lui devi stare un po’ più dietro. Quello che ti mette in mezzo al campo, perchè almeno corri.

Quello che ti dice di mordere, quello che se non recuperi palla allora cosa ti tengo a fare dentro. Non sai neanche tu come è andata a finire, non ci pensi perchè altrimenti diventi pazzo. Ripensi a quei pomeriggi, ripensi a quei gol segnati tra due alberi. Ci ripensi ora, che piove e non si sa quando finirà, e questo campaccio continua a riempirsi di acqua, fango, polvere, bestemmie e pare che non smetterà più. Non può piovere per sempre, no. Ma su questo dannato centrocampo invece si, può piovere per sempre.

Ma non ti importa, resti lì, perchè il tuo posto adesso è quello, e non c’è modo di scappare. Poteva andare diversamente, doveva andare diversamente. Ma ora sei nel bel centro di questo campo e provi solo a sradicare più palloni possibile e lanciare in porta i tuoi compagni, anche se è solo seconda categoria e domani dovrai tornare in magazzino a mettere a posto tutti quei maledetti scatoloni.

Ora, adesso, sei qui, sei vivo e fai l’unica cosa che ti fa stare bene su questo schifo di pianeta. Anche se sei stato costretto a smettere di sognare. Poteva andare diversamente, ma tutto sommato non poteva andare meglio di così.

Valerio Nicastro
twitter: @valerionicastro

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