Pippo Inzaghi, il Supereroe del gol Pippo Inzaghi, il Supereroe del gol
Il predatore osserva. Appostato, in silenzio, guarda la sua vittima, ignara di quello che sta per succedere. Basterà un attimo di distrazione, un momento... Pippo Inzaghi, il Supereroe del gol

Il predatore osserva. Appostato, in silenzio, guarda la sua vittima, ignara di quello che sta per succedere. Basterà un attimo di distrazione, un momento di silenzio, un secondo in cui lo sguardo si poserà altrove, e il predatore si avventerà, pronto a dilaniare la sua vittima. Pronto a mettere in scena, per l’ennesima volta, il copione della sua vita. Trascinato da quell’istinto che lo porta a sopravvivere, in un mondo in cui nessuno regala niente. Quell’istinto, quella forza di volontà e quella fame che hanno trasformato il predatore in cio che è. Semplicemente il più temuto tra i suoi simili. Il terrore e l’incubo delle sue vittime.

Ma qui non siamo nella foresta o nella savana. Siamo nel verde, ma è il verde di un’area di rigore. La vittima ha distolto lo sguardo dal predatore. Che adesso si sta avventando sull’oggetto del suo desiderio, quella sfera di cuoio che sta rotolando verso l’ignaro e indifeso portiere. E’ adesso che quell’istinto, quella forza di volontà, si manifestano. Vengono fuori in tutta la loro dirompente energia. Il predatore fa uno scatto, un flash, e si avventa sulla sfera, la tocca, quel tanto che basta. Gli occhi dei presenti si sono concentrati a vedere questo spettacolo della natura, questo miracolo che continua a ripetersi. E in un attimo è tutto finito. Il pallone rotola verso la rete. Il portiere e i difensori, le vittime colpite al cuore dallo spietato carnefice sono a terra, esausti e sconfitti. E il predatore famelico sta correndo, con le braccia larghe, agitate al ritmo compulsivo e sincrono della sua criniera nera che sventola libera nell’aria. Un urlo liberatorio. L’ennesimo. L’area di rigore è il suo regno, lui è il predatore del prato verde. Lui è Pippo Inzaghi, il supereroe del gol.

Gol. Una parola che per Pippo ha sempre significato tutto. Non c’è mai stato altro. Solo e soltanto i gol. C’è chi costruisce, chi manovra, chi difende, chi organizza. E poi c’è chi capitalizza gli sforzi di tutti. Chi ci mette il piedino, all’ultimo. Chi mette la firma sui capolavori. E non è vero che il suo lavoro vale meno di quello degli altri. Perchè per fare quello che ha sempre fatto Pippo Inzaghi bisogna avere quell’istinto, quella natura da predatore che non tutti hanno. Anzi, che come Pippo Inzaghi nessuno mai.

La storia di SuperPippo parte da casa, parte dal gol. Dai primi gol con la maglia del Leffe in serie C, dall’avventura a Verona, e dal ritorno a casa a Piacenza nel 1994. Sempre nel segno del gol, che sembra essere impresso nel DNA  di quel ragazzo sgraziato ma veloce come una saetta, rapido come una gazzella, spietato come uno squalo. Sono gli anni ’90, quelli in cui l’Italia sforna attaccanti in quantità industriale. Spaghetti, mandolino, bomber insaziabili. Nell’estate del 1995 il Parma di Nevio Scala mette gli occhi sul ragazzo, e decide, senza paura, di dargli subito fiducia, regalandogli l’esordio in Serie A. E Pippo ci mette poco a trovare il primo gol, proprio contro il suo Piacenza. A Parma però la concorrenza è parecchia, e nell’estate del 1996, la squadra ducale lo cede all’Atalanta. Dove SuperPippo può sbizzarrirsi. E in quella stagione i difensori della Serie A incominciano a capire che lasciare anche un solo centimetro a quell’incontenibile ragazzo può rivelarsi un errore letale. Come far annusare l’odore del sangue ad uno squalo feroce.

delpiero-inzaghi

A fine anno saranno 24 le reti messe a segno da SuperPippo. 15 le vittime cadute sotto i suoi colpi: solo 3 squadre si salvano dalla furia dell’attaccante della Dea, che sarà naturalmente capocannoniere del torneo e trascinerà i bergamaschi al decimo posto della classifica. Non c’è più spazio per i dubbi, per le domande, per le incertezze. Filippo Inzaghi è destinato a grandi cose, e se ne accorge la Juventus che nell’estate del 1997 lo porta a Torino per 20 miliardi di lire. A fare coppia con Pippo ci sarà Alessandro Del Piero, nel pieno della sua maturazione e sulla strada per la conquista dei gradi di bandiera della squadra. I giornali e le televisioni si scatenano. Pippo e Alex non possono giocare insieme, troppo leggeri in un’epoca in cui vanno di moda i grandi panzer, gli attaccanti che demoliscono le difese a sportellate e le porte a cannonate. Quei due, in mezzo alle legnate delle difese avversarie, non andranno molto lontani, ne sono certi quasi tutti. E Pippo e Alex risponderanno con una delle stagioni più incredibili per una coppia di attaccanti. Inzaghi segna 27 gol, Del Piero 32. La Juventus vince lo scudetto, anche grazie alla decisiva tripletta di SuperPippo nella penultima gara del campionato, quella che si stava mettendo male contro il Bologna. La Champions League sfuma solo nella finale di Amsterdam, persa con il Real.

Ma Del Piero e Inzaghi possono giocare insieme, eccome. Solo che nel frattempo Alex si fa male, e la Juventus attraversa un periodo buio. Pippo però non fa mai mancare i suoi gol: 20, 26, 16. Quando si chiude l’esperienza in maglia bianconera nel 2001, saranno 89 i gol segnati con la maglia bianconera. Ma l’aria non è più la stessa. Del Piero, forse, è diventato davvero una presenza ingombrante, adesso che ha bisogno di riprendersi la squadra. Nel mezzo, anche per Pippo c’è stata la delusione di Euro 2000, dove, dopo essere partito con i gradi di titolare, viene escluso dalla finale persa in malo modo contro la Francia.

Nel 2001, il Milan si fionda su SuperPippo, intuendo la voglia di cambiare aria. 40 miliardi di lire più il cartellino di Cristian Zenoni, e Inzaghi vestirà rossonero. La prima stagione è sfortunata, segnata da un infortunio che lo limita in campo. E’ la stagione successiva che porta Pippo nell’Olimpo del pallone. Il palcoscenico della Champions sembra fatto su misura per lui. Inzaghi inizia a segnare ad agosto, con le due reti allo Slovan Liberec nel preliminare, e non finisce più. Segna una clamorosa tripletta a La Coruña, una doppietta al Bayern, e poi punisce anche il Borussia nella seconda fase a gironi. Nei quarti di finale il Milan affronta l’Ajax, e dopo lo 0-0 dell’andata ad Amsterdam si gioca tutto nella partita di ritorno a San Siro il 23 aprile del 2003. Pippo apre le marcature con un gol dei suoi. Cross teso e sporco di Shevchenko che, deviato, spiazza tutta la difesa dei lancieri. Nessuno sa dove finirà quel pallone, tranne ovviamente lui. Si fa trovare al posto giusto al momento giusto e impatta il pallone di testa per il gol dell’1-0.

L’Ajax pareggia con Litmanen, Sheva riporta in vantaggio il Milan e poi Pienaar pareggia ancora. 2-2, così passerebbero gli olandesi. Ma all’ultimo respiro di questo match infinito Maldini butta dentro il pallone della disperazione. Ambrosini lo spizza di testa. Il pallone arriva in mezzo all’area di rigore dove i 3 difensori in maglia bianca sembrano avere vita facile. Se non fosse che devono competere con uno squalo assetato di sangue. Un predatore che in quel pallone vede tutta la sua vita. Pippo scatta come un ossesso e riesce ad arrivare sul pallone prima di tutti, anticipando Lobont in uscita e scavalcandolo con un pallonetto sgraziato, con la gamba alta quasi vicino alla testa. La palla sta entrando in porta, Pippo già corre a braccia larghe quando Tomasson, incautamente, rischiando di rovinare tutto, rischiando di farsi fischiare fuorigioco, tocca il pallone a un passo dalla linea. Il gol è del danese, ma l’ha fatto Pippo Inzaghi. Conta solo per le statistiche, e Tomasson passerà alla storia come il primo calciatore ad essere riuscito nell’impresa di rubare un gol a Pippo Inzaghi.

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Il Milan supera l’Ajax, e poi, dopo un doppio derby con Inter e Juventus, vincerà la Champions nella finale di Manchester. I due anni successivi sono un tormento per SuperPippo, colpito da infortuni a raffica che gli impediscono di rimanere in campo con regolarità. Ritorna a pieno regime solo nella stagione 2005-06, quando, a suon di gol, si guadagna la chiamata di Marcello Lippi per i mondiali tedeschi. SuperPippo non ha spazio, d’altronde c’è una rosa di attaccanti clamorosi a disposizione del tecnico viareggino. Ma trova comunque il modo di mettere la sua firma sulla Coppa con il gol del 2-0 alla Repubblica Ceca, dopo una corsa infinita insieme a Simone Barone, che ingenuamente continuava a dettare il tempo del passaggio a Inzaghi, una volta arrivati da soli davanti a Cech. Dopo l’Europa, SuperPippo si è preso anche il mondo.

Nel 2007, però, è di nuovo tempo di Europa. Pippo segna i gol che consentono al Milan di superare la Stella Rossa nel turno preliminare. E poi, ad Atene, nella finale contro il Liverpool, la rivincita per il clamoroso ribaltone di due anni prima, SuperPippo si prende il proscenio e lo fa suo. Come un dio greco. Prima Pippo riesce a trovarsi sulla traiettoria di una punizione di Andrea Pirlo. Non si sa come, non si sa perchè. Ma lui è lì, a deviare una punizione che sembrava innocua. A metterci una parte qualsiasi del corpo per segnare il gol dell’1-0. Un gol di omero, nella terra di Omero. E poi, a 9 minuti dalla fine, SuperPippo ci mette la firma, il sigillo che manda tutti a casa. Kakà tiene palla. Sa che fra poco il suo numero 9 scatterà in avanti, con il tempo giusto, in mezzo alla difesa in maglia rossa che sta salendo disperatamente in avanti per metterlo in fuorigioco. Ma Pippo ha un cronometro e un metro in testa. Scatta al momento giusto, quello perfetto. La difesa sale, lui è da solo davanti al portiere, deve solo depositare il pallone in rete e correre, a braccia larghe, come lui sa fare, verso la seconda Champions League della sua carriera.

Continua imperterrito a segnare, si batte con Raul per il primato di reti in Europa, prima che i due giovani alieni di nome Leo e Cristiano arrivino a frantumare i loro record. Continua a battagliare con i difensori avversari con la maglia rossonera, nel novembre del 2010 si frantuma il ginocchio sinistro. Potrebbe chiudere lì la sua carriera, ma decide che non è ancora il momento di mollare tutto. Si rimette in piedi, e il 13 maggio del 2012 scende in campo per l’ultima volta con la maglia rossonera. Fa cifra tonda, sono 300 le volte in cui ha indossato la maglia del Milan. Saluta tutti a 38 anni suonati, quando proprio il fisico non ce la fa più, quando lo scatto comincia a fermarsi, quando il predatore capisce che le sue vittime incominciano a scappare troppo spesso.

Resta al Milan, iniziando la carriera da allenatore, con la stessa grinta che ha sempre messo in mostra in campo. I buoni risultati per la Primavera e poi la sfida, per adesso persa, di riportare in alto i colori rossoneri anche dalla panchina. Una sfida in cui, forse per la prima volta nella sua vita, Pippo Inzaghi si è trovato nel posto sbagliato nel momento sbagliato, lui che, in campo, era sempre al posto giusto nel momento giusto.

Valerio Nicastro
twitter: @valerionicastro

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