Peter Schmeichel: un colosso tra i pali Peter Schmeichel: un colosso tra i pali
Se il tuo nome, diventato leggenda, viene accostato a due delle imprese più clamorose della storia del calcio mondiale, non può essere successo per... Peter Schmeichel: un colosso tra i pali

Se il tuo nome, diventato leggenda, viene accostato a due delle imprese più clamorose della storia del calcio mondiale, non può essere successo per caso. Se sei stato protagonista della vittoria più sorprendente di sempre ad un Campionato Europeo e se hai vissuto la rimonta più incredibile della storia della Champions League, non è solo questione di fortuna o di circostanze. No, se la storia del calcio si ricorderà di te è anche e soprattutto perchè tu sei stato protagonista, perchè ci hai messo del tuo e perchè il tuo contributo è stato fondamentale. Anche se non eri lì nel mezzo dell’azione quando si segnavano i gol decisivi. Anche se non ce l’hai messo tu il pallone in porta.

No, tu eri là dietro a comandare silenziosamente le operazioni. A vegliare sulla tua porta, ad osservare, stretto nelle tue spalle larghissime e nei tuoi occhi di ghiaccio, i tuoi compagni scrivere la storia. Pronto a difenderla fino alla morte, quella storia da scrivere. Tu eri Peter Schmeichel, il colosso di Gladsaxe. Tu eri, semplicemente, uno dei migliori portieri che la storia del calcio ricordi.

Peter nasce, il 18 novembre 1963, da padre polacco (e di fatti il suo cognome include anche un Bolesław) e madre danese. Cresce subito, e bene. Quando lo portano le prime volte a giocare a pallone, lo piazzano in porta, ma gli permettono anche di andare, di tanto in tanto, in avanti, su calci d’angolo e di punizione, perchè ha un’elevazione straordinaria, nonostante la stazza, e perchè la palla spesso, la prende lui di testa. In più ha anche un piede tutt’altro che disprezzabile, qualità che gli tornerà utile in futuro.

Trascorre i primi anni della sua carriera da portiere professionista difendendo i pali del Hvidovre, di cui, a vent’anni, diventa subito titolare. Qui si mette in mostra per la sua sicurezza tra i pali, nonostante la giovane età, ma anche per quella tendenza a salire in area di rigore quando le cose si sono fatte difficili: segnerà, in 3 anni, ben 6 gol. Per un portiere di vent’anni non sono poca cosa.

E infatti, nel 1987, il Brøndby decide che quel ragazzone biondo è il portiere adatto per difendere una delle porte più prestigiose di Danimarca. In 5 anni, con quella maglia, vincerà 4 titoli nazionali (non una grande impresa, vista la concorrenza, ma gli scudetti si devono sempre vincere, tutto sommato) e arriverà anche a un passo da una clamorosa finale di Coppa Uefa nel 1991. La Roma, dopo aver pareggiato 0-0 in Danimarca, si impone per 2-1 all’Olimpico, con un gol di Rudy Voeller a tre minuti dalla fine. Complice una respinta non proprio impeccabile del gigante biondo danese, che, dopo che il pallone che pone fine alla cavalcata della sua squadra entra in porta, è inconsolabile.

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Qualche mese dopo, un brillante manager scozzese alla guida di una delle più prestigiose squadre inglesi convincerà Peter Schmeichel a trasferirsi in Inghilterra. Il Manchester United lo acquista per poco più di mezzo milione di sterline. “Abbiamo fatto l’affare del secolo“, dichiarerà Sir Alex Ferguson. E, molto probabilmente, è un’affermazione che non si allontana di molto dalla realtà.

Lo United si assicura quello che diventerà uno dei cardini dei suoi successi negli anni ’90. Peter Schmeichel, che arriva in Inghilterra a 28 anni, raggiungerà la piena maturazione a Old Trafford. E, con quella maglia, diventerà uno dei migliori portieri al mondo. Il perchè è presto spiegato. La sua altezza gli permette di raggiungere tutti gli angoli della porta, la sua reattività ed esplosività lo aiuta a farlo nel minor tempo possibile. Le sue parate migliori, infatti, sono quelle che non ti aspetteresti da un gigante del genere: sono parate in cui il danese va giù in pochi decimi di secondo e ribatte conclusioni da pochi passi.

La porta, quando la difende Peter Schmeichel, sembra restringersi. Quando gli attaccanti si avvicinano ai pali difesi dal danese, non vedono i 7 metri di larghezza di quella porta. Vedono solo un colosso in uscita, con le braccia larghe, che fa diventare quei due pali sempre più stretti, sempre più difficili da centrare. E poi, a Manchester, Peter Schmeichel diventa un leader nel vero senso del termine. La difesa dei Red Devils la guida lui, con le sue spalle immense, da lì dietro. Quando i compagni della difesa sbagliano, c’è sempre un vocione pronto a far partire i peggiori improperi. E’ ovviamente quello del danese.

E poi ci sono le dinamiche dello spogliatoio, quelle che lo costringono a fare la voce grossa con i compagni, ad alzare le mani a volte. Qualche alterco con Sir Alex, pure, uno dei quali sembrava potesse far dividere le strade dei due. D’altronde, quando condividi lo spogliatoio con uno come Roy Keane, certe cose possono succedere, come spiega lo stesso irlandese.

Ho litigato con Peter nel 1998, appena dopo che ero tornato dal mio infortunio al crociato. Se non sbaglio eravamo ad Hong Kong, e avevamo bevuto. Lui disse – ne ho avuto abbastanza di te, è ora che la risolviamo – così io gli dissi ok, e ci siamo menati. Durò circa 10 minuti, e ci fu un gran casino, Peter è un tipo bello grosso. Mi sono svegliato la mattina seguente. Mi ricordavo vagamente della rissa. Una mano mi faceva davvero male, e avevo un dito piegato all’indietro. Mentre eravamo sul bus tutti parlavano di una rissa in hotel la notte prima. Cominciai a ricordarmi. Nel frattempo Nicky Butt mi raccontò cosa fosse successo. Butty mi descrisse la rissa. Peter mi aveva afferrato, e io gli avevo dato una testata. Abbiamo combattuto per anni.

Roy Keane

Ma torniamo un attimo ai primi anni di Schmeichel allo United. E’ l’estate del 1992, ed è uno di quei due momenti indimenticabili della storia del calcio di cui avevamo fatto cenno all’inizio di questa storia. E’ l’estate del 1992 e la Danimarca sta per indossare i panni di Cenerentola, solo che al posto del tacco a spillo ci sono i tacchetti di ferro. La squadra scandinava vive una delle favole più incredibili del calcio moderno, e vince un Europeo al quale non avrebbe neppure dovuto partecipare. E Peter Schmeichel è ovviamente protagonista, con le sue parate, il suo carisma e soprattutto con il rigore parato a Marco Van Basten durante la semifinale con l’Olanda. E’ l’unico rigore sbagliato dalle due squadre durante la serie finale, ed è sufficiente per mandare la Danimarca in finale. Finale vinta contro la Germania e primo grande trofeo internazionale alzato al cielo dal colosso di Gladsaxe.

Allo United Peter Schmeichel ci resterà fino al 1999. Non un anno qualsiasi, se vi ricordate come andò a finire la Champions League di quell’anno. Già, come andò a finire? Il 24 maggio del 1999, un altro di quei due giorni incredibili della storia del calcio in cui Peter Schmeichel fu protagonista. Il Bayern Monaco, nella finale di Champions League al Camp Nou sta conducendo per uno a zero, e tutto sembra indicare che si porterà a casa la coppa.

Ultimissimo minuto di gioco: lo United ha un calcio d’angolo a sua disposizione e, ovviamente, in area si presenta anche l’omaccione con la maglia verde e la fascia di capitano al braccio. In quell’area di rigore la sua presenza crea scompiglio, mescola le carte, contribuisce a fare una confusione incredibile. Fatto sta che Peter Schmeichel, il gol di Teddy Sheringam lo vede da molto vicino. Quello di Ole Gunnar Solskjaer lo vede dalla sua porta, ma è come se fosse lì. E subito dopo si lascia andare a una capriola che nessuno credeva sapesse fare. Il Manchester United è campione d’Europa, nella maniera più incredibile possibile. L’ultima partita di Peter con la maglia dei Red Devils non poteva che essere speciale.

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Il numero uno danese comincia, nel 1999, a 36 anni, una nuova avventura, in Portogallo, con la maglia dello Sporting Lisbona, dove rimarrà fino al 2001, anno in cui deciderà di ritornare in Inghilterra, accettando l’offerta dell’Aston Villa. Qui entrerà nella storia, ma non per le sue parate. O perlomeno non solo per quelle. Il 20 ottobre del 2001 diventa il primo portiere a segnare un gol su azione nella storia della Premier League. Un destro al volo da attaccante consumato, di potenza inaudita, sugli sviluppi di un corner. Non serve per evitare la sconfitta all’Aston Villa contro l’Everton, ma Peter Schmeichel è ormai in quella fase della carriera in cui i risultati sono diventati superflui. Lui, ormai, è una leggenda, a prescindere da tutto.

Tutto sembra procedere tranquillo. Ma l’anno successivo, nel 2002, per la sua ultima stagione tra i campi dei professionisti, Peter Schmeichel sceglie di stupire. Accetta l’offerta di una squadra di Manchester. Ma non siamo di fronte a un romantico ritorno a Old Trafford. Siamo di fronte a un alto tradimento. Perchè il gigante danese sceglie di chiudere la carriera con la maglia dei cugini, quella del Manchester City, quel City ancora non acquistato dai soldi degli sceicchi. Nei due derby che disputa contro la sua vecchia squadra, Schmeichel non perde mai. Si ritira, nell’aprile del 2003, alla soglia dei 40 anni.

Quel tradimento, tutto sommato, gliel’hanno perdonato in molti. Un po’ perchè sono sempre stati in pochi quelli che hanno avuto il coraggio di recriminare qualcosa con quel gigante che, quando si arrabbiava, faceva tremare il mondo. Un po’ perchè, di fronte ad una leggenda come Peter Schmeichel puoi fare solo una cosa. Inchinarti e riconoscerne la grandezza.

Valerio Nicastro
twitter: @valerionicastro

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