Perché Stephan Lichtsteiner ci mancherà Perché Stephan Lichtsteiner ci mancherà
La certezza, già nel momento in cui posava con la sua nuova maglia dell’Arsenal, era una: Stephan Lichtsteiner ci mancherà. Ci mancherà, non come... Perché Stephan Lichtsteiner ci mancherà

La certezza, già nel momento in cui posava con la sua nuova maglia dell’Arsenal, era una: Stephan Lichtsteiner ci mancherà.

Ci mancherà, non come mancano le indimenticabili leggende che lasciano la Serie A in lacrime, tra standing ovation di tifosi commossi. Non come i vecchi campioni che segnano un’epoca, salutati da generazioni che con loro sono vissute. Non come le promesse diventate rimpianti, nel momento dell’abbandono del nostro campionato per la magia dei tornei esteri. Ma ci mancherà.

Lichtsteiner ci mancherà perché era da dieci anni che assistevamo alle sue sgroppate sulla fascia destra, da quel caldo luglio del 2008 in cui Walter Sabatini lo portò alla Lazio strappandolo al Lille e alla Ligue 1. Qualcuno lo chiamò subito “il nuovo Behrami”, inconsapevole del fatto che ad accomunare Stephan e Valon vi fossero soltanto la nazionalità e una tigna di livello sovrumano. Il ventiquattrenne parla pochissimo, sorride anche meno e corre. Semplicemente, corre. In un famigerato spot per la tv, gareggia con un ascensore e vince: è arrivato “Liftsteiner”.

Pronti, via. Alla prima stagione in Italia Stephan, nell’ordine:

  • Fa innamorare Delio Rossi.
  • Spedisce in panchina De Silvestri.
  • Manda ai matti e procura un cartellino rosso a Panucci in un derby contro la Roma.
  • Vince una Coppa Italia.

Mica male per un ragazzo partito da un piccolo paesino dal nome complicatissimo (Adligenswil) nel Canton Lucerna.

Dopo tre stagioni alla Lazio – l’ultima delle quali in una difesa dal raro potere delinquenziale con Dias, Biava e Radu – Lichtsteiner diventa uno degli acquisti meno pubblicizzati della nuova Juventus di Conte: ci metterà 16 minuti a dimostrare di essere l’uomo giusto al momento giusto.

Il ciclo bianconero comincia con una finta più scavetto di Andrea Pirlo contro il Parma. Una giocata da applausi che sarebbe caduta nell’oblio se a riceverla non vi fosse stato lui: Lichtsteiner stoppa il pallone con il destro e appoggia la palla in porta con semplicità glaciale. E già allora si poteva capire che in quella trappola, in quell’asse Maestro-treno svizzero, ci sarebbero caduti in tanti.

Sette anni, quindici gol e ventinove assist dopo, Stephan diventa ufficialmente lo straniero con il maggior numero di scudetti vinti nella storia del calcio italiano. Ma non ci mancherà per questo.

In campo sono una persona, fuori dal campo un’altra”, spiegava con la sua ruvida inflessione elvetico-romanesca nella prima intervista da giocatore della Juve. In quella frase, in fondo, era già contenuto tutto l’essere Lichtsteiner. Una vita privata lontana dai riflettori e dagli eccessi insieme alla moglie Manuela. Una vita sul terreno di gioco fatta di tackle e spintoni, di proteste e litigi furibondi.

Svizzero, ma non come un mastro orologiaio o un mâitre chocolatier: come un pastore che lavora nel Mittelland, con mani pesanti e nessuna voglia di andare per il sottile.

Ci mancherà per gli urlacci ai guardalinee e per le maledizioni agli avversari. Ci mancherà per lo sguardo indemoniato di fronte ad una rimessa concessa alla squadra rivale. Ci mancherà il suo calcio con poca armonia e molta grinta, il suo binario percorso rumorosamente da cima a fondo.

Sinceramente, chi non l’ha mai odiato almeno una volta nella vita?

Poteva chiudere la carriera juventina così come l’aveva iniziata, Lichtsteiner: con un gol allo Stadium, davanti al proprio pubblico. Nella sua ultima partita in Italia, contro il Verona, l’occasione gli si è presentata a cinque minuti dalla fine con un calcio di rigore: l’ha sbagliato. Un errore che giustifica appieno gli applausi dei tifosi. Perché in fondo questo è Stephan: uno a cui non è mai fregato di chiudere il cerchio.

Per questo ci mancherà.

Mattia Carapelli
twitter: @mcarapex

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