Che ogni anno Hellas e Chievo si incontrino in match ufficiali non è poi così scontato. Non solo per il fatto che questa stracittadina...

Che ogni anno Hellas e Chievo si incontrino in match ufficiali non è poi così scontato. Non solo per il fatto che questa stracittadina è l’unica in Serie A a non essere disputata in un capoluogo di regione. E’ l’idea stessa di un derby a Verona da non prendere alla leggera.

Almeno fino alla metà degli anni Novanta, l’esistenza dell’Associazione Calcio ChievoVerona per il tifo italiano è rimasta niente più che una curiosità. Una questione interna di poco conto, se paragonata alla gloriosa storia dell’Hellas, dal 1903 la sola e unica rappresentante dei veronesi. Con quel nome così elegante, suggerito dal professor Decio Corubolo agli studenti fondatori del club. Con una tradizione magnifica, riecheggiata da grandi nomi di allenatori come Liedholm e Bagnoli.

Già, Osvaldo Bagnoli: nel 1985, nell’anno dell’unico scudetto del Verona, il Chievo galleggiava ancora nei meandri del Campionato Interregionale. Perché preoccuparsi di una simile realtà? E’ la naturale e nobile superbia di chi risiede in alto. Potremmo sprecare fiumi di metafore e motivi di costume per descrivere il rapporto tra le due dimensioni gialloblù. La spocchia del sangue puro di fronte alla meschinità contadina. Il coraggio di Davide davanti a Golia. Il signore del feudo e il lavoratore dei campi. Il boss e lo scalatore sociale.

Un vero e proprio contatto non si è mai avuto prima del 1994, pochi anni dopo l’acquisizione del Chievo da parte della famiglia Campedelli. Ecco la svolta, imprenditoriale e di conseguenza sportiva. Così, mentre l’Hellas si preparava ai festeggiamenti per il decennale del tricolore come una contessa decaduta, i cuginetti guadagnavano le più inaspettate attenzioni dei cronisti. C’è chi spicca il volo e chi crolla. Questo è il derby: simbolo del continuo alternarsi delle fortune nella vita umana. Ognuno di noi è stato clivense, almeno una volta, in un attimo di gloria. Ognuno di noi è stato scaligero, fallimento inaspettato a vantaggio dei più piccoli. Chievo e Verona rappresentano momenti autonomi, diversi, eppure uno di essi contiene l’altro, come una bambola russa.

Ciò che differenzia questo scontro dalle altre sfide fratricide in Italia e nel mondo sono proprio le dimensioni. Non si può dividere la città di Cangrande in due fazioni simmetriche: Verona è dell’Hellas, non lo si può negare. Il Chievo è il simbolo di un mero quartiere, un territorio dai limiti ben visibili. Costruito non a caso presso il famoso ponte-diga, una costruzione che è praticamente un manifesto del pensiero dei suoi abitanti. Solidità, sviluppo, crescita esponenziale. E’ un caso unico nei centri calcistici mondiali. Puoi ripartire Milano fra rossoneri e nerazzurri, Genova tra doriani e tifosi del Grifone. Persino quella di Torino è una situazione diversa: fondamentalmente il capoluogo piemontese è granata, la Juventus è quasi un pianeta alieno nella sua internazionalità. Ma che un rione da poco più di quattromila abitanti possa raggiungere una simile dignità a livello calcistico è tanto assurdo da sembrare sbagliato. No, il derby di Verona in uno sport razionale non sarebbe mai esistito. Fortuna che il calcio è tutto, fuorché razionale.

Torniamo al 10 dicembre 1994. 14esima giornata di Serie B: il Chievo di Malesani affronta il proprio destino al Bentegodi, contro i mastini di Bortolo Mutti. Il tifo è assordante, un intero stadio spinge per assistere alla goleada. C’è la volontà di cancellare l’ambizione di questi novellini, ma la partita emetterà un’altra sentenza: finisce 1 a 1, al vantaggio su rigore di Fermanelli risponde Gori con un gran colpo di testa. Quello resterà il suo unico gol in campionato, ma la dice già lunga sulla mentalità dei clivensi. Colpisce il pallone quasi con la fronte, con la rabbia operaia di chi non si arrenderà mai. Nella gara di ritorno, cinque mesi dopo, è il Chievo a trionfare. Bisognerà attendere la stagione successiva per vedere il primo successo dell’Hellas, quello con Damiano Tommasi in campo e Attilio Perotti in panchina. Una squadra che otterrà la promozione, ma con una fragilità tutta da scoprire.

Il derby di Verona scompare dalle cronache per un anno intero, con il ritorno ad alti livelli della prima squadra della città. Se ne va Perotti e arriva Luigi Cagni, mentre il gioiello Tommasi approda alla Roma. L’agognata Serie A dura meno del previsto per gli scaligeri: a fine stagione l’Hellas è diciassettesimo, con soli 38 gol realizzati (di cui 12 da bomber Maniero) e 64 subiti. Un discreto calcio negli stinchi dell’autostima. Dal ponte-diga di Chievo se la ridono, è come trovarsi al centro di una barzelletta. Pochi mesi dopo guardano nuovamente i rivali negli occhi come a dire loro: “Bentornati”. Come a dire: “Questa è la vostra dimensione”. Gli uomini di Cagni non ci stanno. E’ una partita a senso unico, la rivincita perfetta nei confronti degli insubordinati di quartiere. Il Chievo di Silvio Baldini è ridotto al silenzio da quattro gol: non perderà più con un simile scarto.

La seconda rete la segna un ragazzo bresciano, arrivato in veneto dalla Sampdoria da poco più di un anno. Si chiama Eugenio Corini, ma per tutti è semplicemente “Genio”. In carriera, oltre a quella dei blucerchiati, ha già vestito le maglie di Napoli e Juventus, affermandosi come uno dei migliori registi italiani. In campo regala solo giocate essenziali, con quel volto imperturbabile da uomo del Nord: nessuno ha lasciato un’impronta più profonda della sua nella storia dei derby di Verona. Perché a fine stagione Corini si trasferisce proprio ai rivali del Chievo, percorrendo quei pochi chilometri in direzione nord-ovest che separano la basilica di San Zeno dalla diga. Con i clivensi, nel 2001, centra una delle promozioni più folli del calcio italiano.

E’ il 18 novembre quando al Bentegodi va in scena, per la prima volta in Serie A, il derby di Verona. Ricordate quell’indifferenza un po’ altezzosa del nobile nei confronti del sottoposto? Durante quei novanta minuti sembra scomparire, sostituita da un sanissimo, liberatorio odio sportivo. L’Hellas conosce per la prima volta l’astio, l’avversione verso quell’avversario così umile. E quella partita incredibile non fa che gettare benzina sul fuoco.

Il Chievo di Delneri è una squadra che viaggia a cento all’ora, difende altissima e infila il nemico con un ritmo arrembante. E pensare che sull’altra panchina siede un uomo con una certa esperienza in fatto di esordi difficili: Alberto Malesani, che da quello storico primo derby terminato 1-1 è riuscito a conquistare una Coppa Italia e una storica Coppa UEFA alla guida del Parma. Dopo 37 minuti il Chievo è sopra 2-0. Il primo è un gol pazzesco di Eriberto, un ragazzo dal falso nome e con ventidue anni dichiarati (in realtà Luciano Siqueira de Oliveira, di anni, ne aveva già ventisei).

Il brasiliano pietrifica Ferron colpendo il pallone di stinco in semirovesciata, sul lancio da distanza siderale di Corini. Cinque minuti dopo il raddoppio lo segna proprio lui, Genio, su calcio di rigore. Il portiere del Verona intuisce il tiro debole del centrocampista, ma la sfera entra comunque. Il grande ex si proietta poi verso la curva nord, inseguito da Manfredini e D’Anna, facendo roteare la maglietta come un pazzo scatenato. E’ la goccia che fa traboccare il vaso dell’Hellas, colpito e quindi umiliato. I padroni di casa accorciano con Oddo, sempre su calcio di rigore, dopo il fallo di Lupatelli su Mutu. Il portiere perugino si esibisce in una finta alla Michael Jackson davanti ai propri pali, ma il centrocampista non si fa ingannare. E’ 2-1 all’intervallo e il teatro di battaglia si infiamma.

E’ pura gazzarra, con i protagonisti capaci di darle e prenderle in egual misura. Già ad inizio partita Bernardo Corradi aveva tentato di asportare le gambe di Colucci in un tentativo di tap-in. Pochi minuti dopo è lo stesso Corradi ad avere la peggio in uno scontro volante con Paolo Cannavaro, che lo costringe ad un pit stop a bordo campo in una maschera di sangue.

Nella ripresa Oddo azzarda una scivolata killer su Lanna, ma l’arbitro Trentalange lo risparmia. E’ invece il Chievo a finire in dieci, dopo il fallo da dietro di Marazzina su Camoranesi. E’ l’episodio decisivo: l’Hellas la ribalta, prima con un autogol clamoroso di Lanna e poi con il solito Camoranesi. L’italo-argentino colpisce come peggio non potrebbe, ma beffa Lupatelli con la suola. E’ proprio questo gol brutto, sporco e opportunista, a decidere la prima stracittadina nella massima serie.

Vi chiedete ancora perché amiamo il derby di Verona? E’ semplicemente tutto ciò che uno sport emotivo e sanguigno può offrire. E’ sete di vendetta e voglia di rivalsa. E’ imprevedibilità, dai gol di Cossato a quello di Lazarevic all’ultimo respiro nel 2013. E’ specchio di un calcio ancora non intaccato dalla commercialità delle telecamere. Quello che passa in secondo piano, quello che spesso e volentieri annoia lo spettatore più snob.

Cosa ci auguriamo da Chievo-Hellas di quest’anno? Magari una sgroppata da urlo di Jankovic, magari un’altra corsa di Paloschi verso la bandierina. Oppure un marcissimo 0-0, cosa importa. Tanto noi, il derby di Verona, lo amiamo lo stesso.

Mattia Carapelli
twitter: @mcarapex