Pelè good, Maradona better, George Best Pelè good, Maradona better, George Best
Olanda – Irlanda del Nord è una partita che nessuno guarderebbe. Una di quelle che se la fanno su Rai1 prendi sonno talmente velocemente... Pelè good, Maradona better, George Best

Olanda – Irlanda del Nord è una partita che nessuno guarderebbe. Una di quelle che se la fanno su Rai1 prendi sonno talmente velocemente che non riesci neanche a finire di leggere le formazioni. E’ una partita che guarderesti solo per vedere quanti ne segnano quei fighetti del calcio totale, magari qualche tibia può saltare quando sei sul 5 a 0. Oggi forse sì, ma non nel 1976.

Nel 1976 c’erano in campo due mostri sacri del calcio. Johann Crujiff, che ha portato l’Olanda dove non era mai arrivata. Un giocatorino che a tempo perso è riuscito a vincere tre Palloni d’Oro: eleganza immensa, classe sopraffina e puzza sotto il naso quasi nobiliare. Un fenomeno a regola d’arte, uno di quelli che non poteva non starti sulle palle. Crujiff era il classico giocatore che ti faceva salire la voglia dell’entrata a piedi uniti sullo stinco, istigava alla delinquenza. Il problema era che dribblava talmente veloce che quando il difensore partiva in tackle il pallone era già dall’altra parte del campo.

George Best, Manchester United
Nell’Irlanda del Nord c’era invece un farfallone già un po’ appesantito: George Best. Capello unto e barba incolta che svolazzavano al vento gelido di Belfast. Se Crujiff era uno che il giorno prima della partita si faceva la minestrina e andava a letto ancora col chiaro, il nostro George il letto manco lo vedeva. Non ho detto che non dormiva (cosa anche plausibile, tra l’altro), ho solo detto che era talmente ubriaco che non capiva se era a casa sua o in quella di qualche suo amico, scaricatore di porto o strozzino che sia stato.

Quel giorno di ottobre c’era un’amichevole che contava solo per il box office dello stadio dove si svolgeva. E contava per George: era la sua possibilità per far vedere a tutti che nonostante i vizi e i capricci lui era il migliore.

Ho sempre voluto essere il migliore in tutto: in campo il più forte, al bar quello che beveva di più.

Lui lo diceva sempre, e spesso e volentieri ne seguivano i fatti. Era il quinto minuto di quella squallida amichevole, George prende un sudicio pallone dalla sua trequarti e non punta la porta… punta il centrocampo. Punta esattamente Johann Crujiff, quello che era il calciatore più forte al mondo. Sono passati 8 anni dal 1968, da quando Best ha vinto il suo unico e meritatissimo Pallone d’Oro, ma ci sono due cose che in un calciatore non scompaiono mai: la delinquenza e il talento. Se uno nasce fenomeno, muore fenomeno ed il nostro nordirlandese ubriacone lo vuole dimostrare.

Il campo è ovviamente in stato pietosi. Anche se non ci sono video di questo episodio, che magari è pure una leggenda partorita da qualche giornalista britannico alla settima Guinness, ai fans di Best piace sempre ricordarlo come il momento epico per eccellenza. Come quando segni in rovega in terza categoria. In quel campo di patate Best riesce ad arrivare da Crujiff, gli fa una finta di corpo e un tunnel che non si prenderebbe neanche Paolo Montero completamente strafatto.

GEORGE BEST MANCHESTER UNITED
E’ l’apoteosi: Best è appena venuto nei pantaloncini della divisa della sua nazionale senza senso, Crujiff si sente più in imbarazzo di un bambino in prima elementare che chiama la maestra “mamma”. L’infame nordirlandese si gira, come sempre pieno di sé, e apostrofa ”Tu sei il migliore, ma solo perché io non ho tempo!”. Mentre a Crujiff vengono dieci infarti lui butta il pallone fuori e probabilmente caccia fuori anche uno sputacchio dal colore indefinito, da vero professionista dei pub di Londra.

George Best era così. Era un giocatore con la terza categoria nell’anima ma il Pallone d’Oro nelle gambe. Si portava dentro quella delinquenza del giocatore per hobby, di quello che gioca a calcio perché non ha nient’altro da fare. Ed un po’ era vero

Ho speso gran parte dei miei soldi in donne, alcol e automobili. Il resto l’ho sperperato.

Per quel bastardo di George il talento era l’unica cosa che poteva servigli. Andava ad allenarsi ogni tanto, giusto per non far crescere una pancia da esperto sollevatore di gomiti, giocava la sua fottutissima partita, molto spesso vinceva, segnava e dava spettacolo. Stop, finito tutto.
Appena usciva dal campo George si trasformava, metteva gli scarpini da una parte e scatenava quello che prima il campo tratteneva. Alcol, macchine, donne e ancora alcol. Niente droghe, quelle – diceva George – facevano male.

Faceva tardi agli allenamenti, alle partite ma chi se ne fregava? Lui giocava lo stesso, era troppo forte. Con la maglia completamente rossa del Manchester United era dannatamente bello da vedere: dribbling, gol a raffica, assist e spettacolo puro. I tifosi dei Red Devils godevano di più allo stadio che a letto con la moglie.

Non so se sia meglio segnare al Liverpool o andare a letto con Miss Mondo: per fortuna non ho dovuto scegliere.

Eh sì, Best era tutto questo. Era l’essenza del live fast, die young. Se ne fregava di tutto e di tutti, spesso se ne fotteva degli obblighi e delle responsabilità che una persona adulta dovrebbe prendersi, ma lui non voleva scegliere. E poteva non farlo.

Ha vinto un Pallone d’Oro, ha portato il Manchester ai vertici del calcio mondiale, è stato uno dei primi giocatori europei ad andare negli Stati Uniti ad esportare classe abbinata all’immancabile instabilità mentale. Era forte ed era maledetto. Molto spesso le persone sono davanti alle scelte professionali che cozzano contro il diletto, Best no. Si è permesso il lusso di vivere la sua vita a pieno, di battere tutti sul campo e sul bancone del bar come diceva lui. E se dopo una dozzina di bicchieri di whisky si vomitava poco importa, domani si fa una tripletta all’Aston Villa per smaltire e poi si ritorna a bere.

Poteva essere un grande delinquente George Best e, in fondo in fondo, lo era. Aveva solo un unico difetto: era un maledetto fenomeno e non poteva fare a meno di esserlo. Doveva essere talmente stronzo che mi ricorda il centravanti della squadretta del mio paese, un pesoforma imbarazzante per un piede altrettanto penoso. Immaginatelo con gli amici alcolizzati al tavolo che racconta le sue azioni come se fosse quel fighetto di Cristiano Ronaldo. Ecco, aggiungeteci un tono volgare tipicamente del basso borgo inglese e avrete George Best, solo che lui quelle cose le faceva davvero, ogni domenica, sui campi dello sporchissimo (in senso bello) calcio d’oltremanica.

best3
Non mi importano i più di mille gol in carriera in un campionato dimenticato da Dio in mezzo alle foreste dell’Amazzonia. Non mi importano i gol di Messico ’86 e la Mano de Dios. Lunga vita alle persone ordinarie che grazie ad un talento venuto da chissà dove riescono a toccare traguardi infiniti, e se non riescono a dir di no ai vecchi vizi poco importa. Certo, Best per i suoi vizi è morto. Soprattutto uno, l’alcol: tanto, tantissimo alcol ne ha condizionato la carriera e la salute in modo irreversibile ma mi piace pensare che George avrebbe risposto con la sua solita ironia e sfrontatezza, del tipo ”e chi si sarebbe divertito così tanto al posto mio?”.

Il primo trapianto di fegato nel 1999 non gli è bastato, nel 2005 la cirrosi epatica è riuscita a batterlo. George però, senza i suoi vizi e le sue pazzie, sarebbe stato solo un grande calciatore dotato di gran classe ma non della follia che ne faceva un fenomeno. Non sarebbe diventato la leggenda che è ancora adesso, con un coro famosissimo che ancora lo inneggia ogni tanto al Teatro dei Sogni.

Pelè good, Maradona better, George Best.

Giacomo Bertollo
twitter: @JackBertollo

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  • Daniele

    luglio 31, 2014 #1 Author

    “Il problema era che dribblava talmente veloce che quando il difensore partiva in tackle il pallone era già dall’altra parte del campo”… Esticazzi del pallone, le tibie erano ancora là, e questo basta.

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  • Mauro

    gennaio 19, 2015 #2 Author

    Era talmente veloce che secondo me potrebbe fare la differenza anche nel calcio di oggi

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