Pavel Nedved, furia ceca Pavel Nedved, furia ceca
Il rimpianto è componente essenziale della storia del calcio. Senza rimpianti, senza il rammarico per le grandi occasioni perdute, senza il pensiero a quello... Pavel Nedved, furia ceca

Il rimpianto è componente essenziale della storia del calcio. Senza rimpianti, senza il rammarico per le grandi occasioni perdute, senza il pensiero a quello che sarebbe potuto essere e non è mai stato, il calcio non sarebbe questo grandioso romanzo popolare che tanto adoriamo. E proprio un rimpianto è quello che attraversa questa storia, un grande se. Un rimpianto ed un cartellino giallo sventolato sotto il naso.

E’ il 14 maggio del 2003. Semifinale di ritorno della Champions League. La Juventus conduce 3-1 sul Real Madrid. Del Piero, Trezeguet, Nedved. E poi il gol dell’ex, Zinedine Zidane, che a Torino ha lasciato ancora più di qualche cuore squarciato a metà. Buffon ha parato un rigore fondamentale a Figo, spianando la strada alla Juventus verso la finale di Manchester. Il gol del 3-0 di Pavel Nedved è la fotografia esatta di cosa era quell’anno quel ragazzo biondo venuto dall’Est.

Una furia. Una furia ceca. Zambrotta lancia lungo un pallone sul quale nessuno sembra poter arrivare. Nessuno tranne lui. Pavel corre, a perdifiato, si mangia Hierro ed Helguera, con un paio di falcate si avventa sul pallone e con un destro clamoroso lo scaglia nell’angolino basso, senza che Casillas possa nemmeno accorgersene. Come se non riuscisse a smettere di correre, Pavel continua, corre come un ossesso fino a scavalcare i cartelloni e corre, corre, corre sotto la curva. Tre a zero, sarà tre a uno, ma sarà anche Manchester.

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Sarà Manchester, ma non per lui. A babbo morto, sepolto, inumato, dimenticato, Pavel si fa ammonire da un troppo zelante arbitro svizzero per un fallo stupido su McManaman. Pavel vede il cartellino, si inginocchia. E’ uno dei cartellini gialli più pesanti della storia del calcio. Quello che, forse, in quel momento, era il miglior giocatore al mondo, non ci sarà a Manchester. Il vecchio Delle Alpi piomba in un gelo clamoroso. Ingiustificato. La tua squadra sta volando in finale di Champions League, ma tu sai che quella partita è già segnata. Senza la furia ceca, quella partita non sarà la stessa.

Se chiedete ad uno juventino quale sia il più grande rimpianto della sua vita, molto probabilmente vi risponderà che avrebbe voluto vedere Pavel Nedved all’Old Trafford, quel 28 maggio. Eppure, se quello è stato l’apice della carriera di Nedved, non è stato tutto lì. Tutt’altro.

Una carriera iniziata da Cheb, Boemia. Stessa regione della vecchia Cecoslovacchia da cui viene il Maestro Zeman. Regione in cui c’è un operaio di nome Vaclav Nedved a cui piace, e tanto, il pallone. Pallone che resterà un sogno, perchè c’è una moglie da amare e un bambino, biondo, vivace, irrequieto, da sfamare. Si chiama Pavel e gli piace tirare calci ad un pallone, contro un muro. Mirando sempre più forte, più preciso, indovinando traiettorie e inventando nuovi colpi. Un bambino che diventa ragazzino, di corsa. Che diventa grande, di corsa. Di corsa, sempre, avanti come un treno. Come una furia, ceca.

RH Cheb, Viktoria Plzen. Ma quel ragazzino è troppo bravo. Il Dukla Praga, squadra dal passato glorioso, si assicura il giovane talento di Pavel. Giovane talento che inizia ad attirare l’interesse di tutto il paese, cosicchè nella stagione successiva, nel 1992-93, lo Sparta Praga lo soffia ai rivali cittadini. Pavel sa che quella è la sua occasione, per diventare un campione vero. E allora Pavel corre, corre, corre. Lavora, lavora, lavora. Si allena, come un matto. E’ il primo ad arrivare ad ogni santo allenamento. E’ l’ultimo ad andarsene da ogni santo allenamento. I compagni lo prendono per matto, per davvero. Ma chi te la fa fare, Pavel? Hai già una casa, uno stipendio buono. Sei un professionista, goditi la vita. Pavel non li ascolta. Si ferma al campo di allenamento e corre, e tira, e corre, e tira.

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Dello Sparta Praga diventa bandiera. Finchè, un giorno, tutto il mondo si accorge di lui. E’ l’estate del 1996, si giocano gli Europei in Inghilterra, la patria del football. Il 14 luglio, ad Anfield, Liverpool, anche gli ignari tifosi italiani si accorgono di quel ragazzo speciale. L’Italia di Arrigo Sacchi affronta una squadra piena di giovani di belle speranze, sconosciuti ai più. E il gol dell’1-0 lo firma proprio il numero 4 in maglia bianca, Pavel Nedved. La Repubblica Ceca vincerà 2-1 la partita, l’Italia tornerà a casa tra i fischi. E qui torniamo a quella storia dei rimpianti e delle occasioni mancate.

Quella Repubblica Ceca arriverà al tempio del Calcio, Wembley, e si giocherà con la Germania il titolo europeo. Titolo europeo che sembra prendere la via di Praga, fino a 15 minuti dalla fine. Prima della doppietta di Bierhoff, compreso il golden gol che manda al tappeto le speranze ceche. Nedved, Poborski, Bejbl, Smicer, Berger. Non vinceranno l’europeo, questi ragazzi, ma il mondo si accorgerà di loro, e se ne ricorderà a lungo.

E infatti, subito dopo quel campionato europeo, la storia di Pavel Nedved incrocia quella di un suo conterraneo, quella di un altro boemo. Zdenek Zeman riesce a convincere Cragnotti ad aprire i cordoni della borsa, Pavel Nedved approda alla Lazio. E con il boemo più famoso, Pavel riesce a dare il meglio di sé. Nel 4-3-3 zemaniano c’è bisogno di sacrificio da parte dei centrocampisti, gli viene chiesto di aiutare in fase difensiva (se mai le squadre di Zeman sappiano cosa voglia dire fase difensiva, ma questo è un altro discorso).

E che problema c’è? Se c’è una cosa per cui sembra nato questo ceco, è il sacrificio. Il lavoro e il sacrificio. Sacrifici che saranno ripagati da un’ottima annata, al termine della quale Zeman però cambia, clamorosamente, sponda del Tevere. Prova a coinvolgere anche il suo pupillo nel gran tradimento, ma non riesce. Le loro strade si separano.

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Sven Goran Eriksson non sembra essere innamorato di Pavel come lo era Zeman. Lo lascia spesso in tribuna, che all’epoca potevano andare solo 3 extracomunitari in campo. Pavel non si scoraggia, continua a lavorare come solo lui sa fare. Senza scenate, senza dichiarazioni fuori posto. Passano un paio di mesi e anche lo svedese non potrà fare a meno di Pavel Nedved nella sua Lazio. Conquista tutti, silenziosamente. Undici reti, alla fine della stagione 1997-98.

La stagione successiva è un po’ più difficile. Vuoi per un attacco intasato da due big come Bobo Vieri e Marcelo Salas, vuoi per qualcosa di strano che ogni tanto succede, come una squalifica per un fallo su Ze Elias che nessuno ha visto. Ma Pavel riesce ad essere decisivo anche in questa strana stagione. Al Villa Park di Birmingham, il 19 maggio 199, Lazio e Maiorca si giocano la Coppa delle Coppe. La buonanima della Coppa delle Coppe.

Bobo Vieri dopo pochissimi minuti porta in vantaggio i biancocelesti (anzi, i gialli quella sera) con un perentorio e violentissimo colpo di testa da dieci metri. Gli spagnoli pareggiano. Ma poi, a 10 minuti dalla fine, il lampo di Pavel. Un pallone ribattuto al limite dell’area. Pavel si avventa su quel pallone. Non ha spazio per coordinarsi. Il corpo è sbilanciatissimo all’indietro, la gamba destra quasi si alza all’altezza della sua faccia. E’ uno di quei tiri che solitamente finiscono in curva, nella migliore delle ipotesi. Invece no, quel pallone, sfuggendo a tutte le leggi della fisica, si infila nell’angolino basso alla sinistra di Roa. Come se quel pallone si ricordasse dei tanti pomeriggi passati da Pavel, a fine allenamento, a Praga come a Roma, passati a tirare, tirare, tirare fortissimo in porta. Quel pallone si infila, Pavel corre a braccia larghe, senza che i compagni possano fermarlo, corre a prendersi la Coppa delle Coppe.

L’anno successivo la Lazio si prende anche lo scudetto. Uno scudetto in rimonta, a cui nessuno più credeva. Nessuno tranne Pavel, che a quella rimonta sulla Juve che sembrava già campione ha sempre creduto. Diventato il simbolo di quella Lazio. Sulla sinistra, instancabile stantuffo, sempre pronto ad accentrarsi per far partire staffilate verso la porta avversaria. Eriksson si è innamorato di lui. «Lo puoi mettere in qualunque punto del campo, ti darà sempre qualcosa in cambio». Mollare non era nella sua indole. E così’, l’anno del Giubileo, lo scudetto va a Roma. Lasciato dalla Juve nell’acquitrinio di Perugia, lasciato dalla Juve, quel pomeriggio al Curi con Collina con l’ombrello e Calori con il gol che fece piangere lacrime amare a tutti i bianconeri.

Pavel, però, dai bianconeri saprà farsi perdonare. Sapranno dimenticare chi se lo prese quello scudetto che sembrava loro. Un anno dopo, infatti, nell’estate del 2001, Pavel Nedved diventa un giocatore della Juventus. La dirigenza bianconera decide di investire i soldi della cessione di Zidane al Real Madrid. Tanti soldi. Tanti da potersi garantire un rinforzo di qualità mondiale per ogni reparto.

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Gigi Buffon in porta. Lilian Thuram in difesa. Pavel Nedved a centrocampo. Marcello Lippi si affida a loro. E Nedved è il pezzo pregiato di quel mercato. La Juve ha versato 85 miliardi di lire, lire che stanno per lasciare il passo all’Euro, a Cragnotti, che ha accettato senza poter dire di no.

Intanto passa settembre, passa ottobre, passa novembre. Il primo gol bianconero sembra non arrivare mai. Poi, in una gelida serata di dicembre a Perugia, arriva il primo gol di Pavel con la maglia della Juve. E’ come se togliessero un tappo ad una cascata. Pavel si prende la Juve, diventa l’uomo in più di quella squadra. A Piacenza, segna un gol fondamentale nelle battute finali della partita. Ma lo scudetto sembra essere dell’Inter. Che il 5 di maggio dell’anno 2002 va all’Olimpico a festeggiare il tricolore, con una squadra che i propri tifosi vorrebbero veder perdere, per consegnare il titolo ai nerazzurri e non rischiare di fare un favore alla Juve o, addirittura, alla Roma. Ma la storia è curiosa, il destino beffardo. L’Inter si suicida, un altro ceco, Poborski, stende i nerazzurri. Ronaldo, in lacrime, certifica la disfatta. Pavel Nedved e la Juve sono Campioni d’Italia in quella che forse è la singola giornata più pazza, inspiegabile, inverosimile, della storia della serie A.

Pavel Nedved diventerà un simbolo bianconero negli anni a venire. Il due aste che compare nella Curva Scirea, tutto per lui, sintetizza alla perfezione quello che Nedved è: FURIA CECA c’è scritto su quel due aste. La stagione 2002/03, lo sapete, finisce come vi abbiamo raccontato all’inizio.Non ci sembra il caso di andare a riaprire la ferita e rimettere il coltello nella piaga. Beffardamente, alla fine di quella stagione, anche il Pallone d’Oro certificherà quello che il campo aveva detto. Quell’anno, meglio di Pavel Nedved, nessuno. Nessuno.

Pavel Nedved, a Torino, entra nel cuore di tutti. Per la sua mentalità da vincente, per il suo carattere forte. Per quella sua voglia di migliorarsi, costantemente, sempre. Di non sentirsi mai arrivato. Racconta Paolo Montero dello stupore provato nel sapere che Pavel, ogni santa mattina, andava a correre, prima dell’allenamento. E poi, in allenamento, nel pomeriggio, arrivava sempre, comunque prima degli altri. Oramai, della Juve è un monumento. Vivrà le stagioni vincenti con Fabio Capello, quelle cancellate, con un triste colpo di spugna, da Calciopoli. E, quando verrà il momento di andare in serie B, Pavel sceglierà di diventare un’icona della Juve. Il padre gli ha insegnato che nelle difficoltà non si scappa, dai problemi non si fugge. Pavel si rimbocca le maniche e, a 34 anni suonati, scende in serie B a sporcarsi le mani insieme a Buffon, insieme a del Piero. Insieme alle leggende della Juventus, per guadagnarsi il diritto di entrare nell’Olimpo bianconero.

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Riporta la Juve in serie A, poi in Champions League. Poi, nel 2009, decide che è ora di smettere. Non ci pensa, decide e basta. Capisce che è arrivato il momento, semplicemente. Nessun giro in campionati esotici, niente sirene di ritorni in patria, niente avventure altrove. No, semplicemente Pavel capisce che non può più giocare al top della condizione fisica. Capisce che uno come lui, da se stesso, pretende sempre il massimo. E’ il 31 maggio. Alessandro Del Piero gli lascia la fascia da capitano, quel giorno. Contro la Lazio, guarda tu il destino. Pavel fa in tempo a servire l’assist per il secondo gol a Iaquinta, recuperando un pallone che sembrava già perso. Viene sommerso dall’abbraccio dei compagni, restituisce la fascia di capitano al suo legittimo proprietario, lascia il campo a Tiago. Lo stadio Olimpico è tutto in piedi, per lui. Lui esce di scena, così. Senza rimpianti. O forse no.

Sono orgoglioso di avere giocato con Pavel Nedved (anche perché me lo ricordo anche da avversario, e vi assicuro che è molto meglio averlo dalla propria parte…).
Sono orgoglioso che domenica scorsa sia stato il mio capitano, di avergli messo al braccio la fascia che indosso da tanti anni.

Alessandro Del Piero

Valerio Nicastro
twitter: @valerionicastro