Paul Scholes: The ghost Paul Scholes: The ghost
“Mister Stewart, beg your pardon. Lei capirà quanto mi costa disturbarla la domenica pomeriggio, ma il baccano è insostenibile!”. Ogni domenica che Dio mette... Paul Scholes: The ghost

Mister Stewart, beg your pardon. Lei capirà quanto mi costa disturbarla la domenica pomeriggio, ma il baccano è insostenibile!”.

Ogni domenica che Dio mette in terra, la stessa scena, accompagnata dalle stesse parole di un qualsiasi Mr. Smith o Mr. Jones, che preconizzano il nord-est dell’Inghilterra.
 Il campanello del Signor Stewart e della signora Marina suona continuamente nella nuova casa di Langley in Middleton, nell’ agglomerato urbano della Great Manchester, il cuore pulsante dell’Inghilterra vittoriana del diciannovesimo secolo, dove realmente l’umanità ha cambiato marcia con la Rivoluzione Industriale.

Il campanello suona perché i morigerati vicini, fra uno Stokes e una tazza di Earl Grey al retrogusto di colonia indiana, facendosi forza per abbandonare l’aplomb anglosassone, ce l’hanno col primogenito della famiglia originaria di Salford, a una preghiera da Old Trafford. Alla fine della strada nella quale vivono, c’è una piccola piazzetta quadrata, completamente recintata da una ringhiera di acciaio spessa e inossidabile. Contro quella ringhiera, notte e giorno, un bambino, calcia ripetutamente un pallone, rubando il sonno a tutto il vicinato in uno dei più classici e romantici incipit di una favola calcistica. Vinceranno i vicini, il comune apporrà addirittura un cartello di divieto di giocare a calcio nella piazzetta quadrata di Langley, e il bambino col pallone sottobraccio dovrà trovare un altro posto per giocare. La favola sembra terminare qui.
 Gli dei del cacio sono di un altro avviso; la favola di Paul Scholes comincia ora.

Paul Scholes nasce in una gelida mattina del novembre del 1974. Ma non è la mattina in sé ad essere gelida. L’IRA ha da poco fatto saltare in aria un pub a Londra uccidendo 5 persone e ferendone 75, mentre Grenada e Malta hanno da poco ottenuto l’indipendenza dal Regno Unito. Il mondo sta cambiando. Gli inglesi che hanno dominato il mondo improvvisamente si sentono spogliati, e si rendono conto che fa più freddo. Ci si stringe intorno ai vecchi valori, ad una signora di ferro e a ciò che li ha resi grandi: l’anima industriosa che ha forgiato il loro appannato splendore, trasposto meglio di tutti dagli abitanti di Manchester e dintorni. Un dintorno tipo Salford.

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La gente di Salford è stata plasmata, lavorata, rifinita dall’enorme quantità di smog che ogni giorni fuoriesce dalle fabbriche di una Manchester troppo impegnata a crescere e ad espandersi per fermarsi a fare due chiacchere e inevitabilmente a parlare di sé. La gente segue di pari passo la sua città grigia ma affascinantissima. Parla poco, quasi a voler evitare di respirare i fumi neri delle ciminiere, è industriosa, umile, semplice, con un senso dello humour tagliente, più marcato che in altre parti del dominio di Sua Maestà, poiché quasi confinante con gli irriverentissimi scozzesi.

E Paul Scholes non fa eccezione. Di una purpureità malpeliana, un viso fanciullesco che ha rifiutato di sfiorire, sornione, praticamente un muto con qualche sporadico acuto. Una scrollata di spalle e un cenno con la testa. Un umorismo muriatico, lacerante, fatto di one-liners, tipico di chi ascolta, osserva, trattiene e poi restituisce quando meno te lo aspetti o quando più lo speri, sempre al momento giusto, con una semplicità disarmante. Come in campo. 
Già, perché il divieto imposto dai vicini non ha fermato Scholesy, che è riuscito ad entrare nelle giovanili della sua squadra del cuore, il Manchester Uni…No! Lui vuole giocare a tutti i costi per l’Oldham Athletic, perché lì gioca Frankie Bunn, che nel 1989 ha rubato il cuore del piccolo Paul segnando 6 gol nella roboante vittoria contro lo Scarborough in Coppa di Lega finita 7-0. Lui vuole giocare con i suoi amici di sempre, Butty e i gemelli, i Buzzy Brothers, a Boundary Park.

Non è per nulla interessato quando Mike Coffey, scout dello United che da qualche anno è sotto la guida di uno scozzese con gli occhi di ghiaccio e un carattere difficile, lo avvicina e gli propone di trasferirsi a Old Trafford, quel grande stadio verniciato di leggenda che Paul vedeva dalla culla a Salford. Farà un alenamento, stringerà amicizia con un gallese che di cognome originariamente fa Wilson e un londinese biondo che con loro sembra avere poco a che fare, ma che é malato di United fin da bambino. Gli amici di sempre lo raggiungeranno di lì a breve. Sono 6, sono fortissimi, sono legatissimi e rimarranno per sempre nella storia del calcio inglese. Sono Butt, Beckham, Scholes, Giggs, Gary e Philip Neville. Saranno “The Class of ’92”.

L’ideologo dell’Academy è uno scozzese che ha creato una densissima aura mistica ad Old Trafford. Non si può stare lontani da lui quando si parla di United. Non si può stare lontani da Sir Matt Busby, che fra un goccio di scotch e un pezzo di Louis Armstrong aveva ideato una squadra di ragazzi giovanissimi e fortissimi, pensata per dominare il mondo calcistico e non, ma che verrà beffardamente distrutta da un destino ignobile. La corsa all’Europa dei Busby Boys si interromperà a bordo di un aereo contro un deposito di carburante all’aeroporto di Monaco di Baviera, centrato in pieno da uno scellerato pilota che voleva riportare la squadra a Manchester dopo una vittoria in Coppa dei Campioni nonostante una bufera di neve spaventosa. Si salvano solo Foulkes, Charlton e proprio Busby.

Si sente l’unico responsabile della tragedia, ma non si dà per vinto. Ricostruirà la squadra, che esaltata da un Dio distrutto dai vizi terreni tale George Best, vincerà la Coppa dei Campioni, in una delle più toccanti e sconvolgenti pagine dello sport del ‘900. Busby è ancora vivo quando Scholes muove i primi passi nell’Academy. Vede distintamente una nuvola di fumo fuoriuscire da un ufficio con la porta sempre aperta in fondo a un lungo corridoio nella pancia dello stadio. Mi piace pensare che Scholesy sia entrato almeno una volta, e sia riuscito a vincere la sua timidezza per riuscire a parlare ad un uomo che aveva visto Inferno e Paradiso, e che gli spiegasse cosa voleva dire realmente Manchester United.

Strano, perché lo United (in circostanze decisamente meno tragiche) l’ha rifatto. Ha chiamato un altro scozzese dal quale non si può stare lontano quando si parla dei Red Devils. Ha triplicato gli osservatori che hanno scovato Scholes e tutti gli altri, e non esita a buttarli tutti nella mischia alla prima occasione. Però su Paul Scholes aleggia un infame alone di scetticismo. Basso, non particolarmente veloce, ad un passo dal rachitismo. Una tremenda asma acutizzatasi in un crudele rito di iniziazione attuato dai giocatori della prima squadra. Lo prendono di peso (e non ci voleva tanto) e lo chiudono in un’asciugatrice per mezzora, probabilmente accendendola di tanto in tanto. Esce e pensa che non succederanno certe cose quando ci sarà lui in prima squadra.

È difficile rappresentare Paul Scholes, perché è tante cose. E per me in particolare subentra la sfera affettiva, perché è sempre stato uno dei miei giocatori preferiti. È trascendentale. È lineare. È un elogio all’evanescenza. Totalmente disinteressato a tutto ciò che indirettamente riguarda il pallone che rotola in campo, e non per scelta, ma per un bambinesco candore. Vita notturna? Interviste? Sponsor? Queste cose non c’entrano col calcio.

Alla fine dell’allenamento i compagni birreggiano nei pub, mentre lui torna nella sua stanza che a qualsiasi ora del giorno è “pitch black”, con le tende completamente chiuse e la tele accesa, in pantaloncini sul letto. È ectoplasmatico. È invisibile, ma è anche tremendamente concreto.
 Paul Scholes è quel meraviglioso momento che segue un corner, dove in una mischia eneidica di quelle che ci piacciono tanto, qualcuno o qualcosa riesce ad allontanare il pallone. Si forma un grande buco fuori dall’area di rigore, una terra di nessuno, e la telecamera che segue la palla non riesce ad inquadrare l’intero campo. In quel preciso istante di tremenda incertezza tutti speriamo arrivi prima uno dei nostri sul pallone, che sia con un’entrata a tenaglia di quelle che rovinano le carriere o con una romanticissima sparecchiata per allontanare il pericolo.

Non sperateci se in campo c’è lui. Lui si materializza sempre in quella terra abbandonata da Dio e dagli uomini. La telecamera che non l’ha visto arrivare lo inquadra per un decimo di secondo, ma poi deve voltarsi di nuovo a seguire la palla, perché spesso e volentieri, al volo, dal piede destro di quell’apparizione paranormale coi capelli rossi parte un terra aria che finisce sotto l’incrocio.
 Paul Scholes é scostante. È l’antitesi dell’occhiolino alla telecamera che passa in rassegna i giocatori in rango prima del match. 
Paul Scholes è divertentissimo. Se sei un giocatore dello United sai che se ti allontani durante l’allenamento per la più classica delle pipì, non devi mai voltargli le spalle. E se non lo sai, lo impari velocemente. Che tu sia a 15 o a 65 metri da lui, se lui ha un pallone fra i piedi, non sei al sicuro.

L’ho sempre visto come un allenamento di precisione per i miei lanci. Una volta Phil Neville dopo l’allenamento stava facendo della corsa supplementare, era forse a 50 metri, dall’altra parte del campo. L’ho colpito con una bellezza proprio sulla nuca, e lui è finito a terra mangiandosi mezzo chilo d’erba. Brilliant.

Paul Scholes è imprescindibile. Ha un sogno, fin da bambino. Giocare e vincere all’ombra delle Torri di Wembley, nella finale dell’FA Cup. Lo United sta vivendo i 10 giorni Hitchcockiani dove si gioca Premier, Champions League e proprio l’FA Cup. Grazie a Beckham e Cole lo United è tornato campione d’Inghilterra, ma a Webley lo aspetta il temibilissimo Newcastle di Alan Shearer. Scholes sta vivendo i suoi dolori del giovane Werther, siccome ha preso un giallo in semifinale di Champions contro la Juve e non potrà giocare la finale, ma sa che la squadra ha bisogno di lui quel mercoledì pomeriggio.

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Entra in campo, assist per Sheringham che poi nel secondo tempo ricambia il favore. Scholes segna, e vince. Il sogno di una vita che si realizza, la sua faccia sui tabloid per settimane, la migliore cosa che secondo lui abbia mai fatto nella sua vita. La cosa non lo tocca. Lui va a casa, gioca coi suoi figli, beve una birra, fine della storia.
 Paul Scholes è intelligentissimo. Ha vissuto secondo un solo comandamento nella sua vita. Rendere le cose il più semplice possibile. Nel momento in cui provi a fare cose che non sei bravo a fare, stai sprecando il tuo tempo e quello degli altri. Meglio un passaggio di un dribbling. Possibilmente ad un metro. E niente tacchi per favore.

Paul Scholes è umile. Si sente fisicamente a disagio quando alla fine della più rocambolesca finale di Champions della storia, i suoi compagni lo chiamano in campo e gli fanno alzare la coppa. Lui non la vuole, non l’ha giocata quella partita. L’hanno vinta gli altri, non lui. Per lui sarebbe stato sufficiente complimentarsi negli spogliatoi. La cerimonia in campo lo imbarazza. Non l’ha mai tenuta vicino alle altre medaglie quella, perché non se l’è conquistata col sudore, con la fatica, giocando. Perché per Paul Scholes conta solo quello che dice il campo.

Paul Scholes è provvidente. Sa che avrà un’altra chanche. E arriva. A Mosca, contro il Chelsea questa volta la finale la gioca, quasi 10 anni dopo quel maledetto giallo. E in finale lo United ce lo ha portato lui, con uno screamer da far vedere nelle scuole calcio contro il Barcellona. E dal momento che stavolta con lui gioca “The Best since Best”, sa che la palla in mezzo la può mettere anche senza guardare. Ronaldo va a prendersi quel cioccolatino e lo United va in vantaggio. Vinceranno ancora, perché John Terry viene tradito da un campo infingardo, e stavolta la medaglia trova un bel chiodo pronto sopra il caminetto.
 Paul Scholes è riconoscente. Si è ritirato da un anno quando Fergie lo richiama, perché ha bisogno di lui. Non ci pensa due volte e torna con il 22 sulla schiena invece del 18, a spiegare calcio in mezzo al campo. Lo deve a Ferguson, alla sua gente. Chiuderà con 676 partite con lo United, la squadra del suo destino prima e del suo cuore poi.
 Tanti pareri illustri lo hanno definito il migliore centrocampista della sua generazione.

I Busby Boys hanno già pronta una sedia col suo nome al tavolo degli immortali, per quando la Class of ’92 deciderà di bussare al piano di sopra, anche se mancano ancora tanti anni. Spero solo che lassù ci sia qualcuno a ricordare a tutti che se fai pipì, meglio non voltarti. E proprio perché è un fantasma, Paul Scholes è leggendario.

Nicolò Scatena
twitter: @_JoeMontero

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