Il flusso del tempo, nel mondo del calcio, segue ritmi tutti particolari. Mai come nell’universo a forma di pallone, il numero impresso sulla carta d’identità...

Il flusso del tempo, nel mondo del calcio, segue ritmi tutti particolari. Mai come nell’universo a forma di pallone, il numero impresso sulla carta d’identità può dire tutto e niente. Nel calcio, infatti, l’età conta relativamente, e non è una frase fatta.

E’ pieno di giovani calciatori che si sono affacciati sui palcoscenici calcati dai più grandi in tenera età, e che quindi, nonostante siano ancora piuttosto giovani, a noi danno l’impressione di essere lì da una vita, di avere già dato tutto. E poi ci sono anche i casi opposti, quei calciatori che arrivano al grande pubblico troppo tardi, magari alla soglia dei trent’anni, e a noi però sembrano ragazzini, proprio perchè li abbiamo scoperti da poco.

Ecco, a 26 anni la carriera di un calciatore medio dovrebbe essere più o meno a metà strada. A 26 anni un calciatore normale ha già trovato la sua collocazione ideale, sa già quale sarà il suo futuro e soprattutto sa già quale sarà il suo posto nella storia di questo gioco. A 26 anni, se non sei diventato un grandissimo, probabilmente non lo diventerai. Allo stesso modo, se a 26 anni sei lì, nel calcio dei grandi, puoi -salvo grosse eccezioni- sapere che la tua carriera da giocatore professionista continuerà per almeno un altro lustro.

Poi, invece, c’è chi a 26 anni distrugge tutte queste teorie. Chi a 26 anni sembra un giocatore già sul viale del tramonto, dimenticato da tutti e destinato al triste ritiro tra i pensionati del football. Già, perchè ad oggi è questo che sembrava destinato ad essere Alexandre Pato. Che, all’anagrafe, guarda caso, conta proprio 26 anni, anche se, un po’ perchè è sbarcato in Italia praticamente adolescente, un po’ perchè di lui ci siamo già dimenticati, a noi sembravano davvero molti di più.

Oggi Alexandre Pato è pronto ad una nuova sfida. Quella che dovrebbe essere la sfida della sua rinascita. E, rinascere a 26 anni, non è roba da tutti, soprattutto se nel tuo passato hai una storia da baby fenomeno, da predestinato che il Fato ha però deciso di mandare a gambe all’aria. Il Papero dovrebbe tornare in Europa, a vestire la maglia del Chelsea. Quell’Europa che, nel 2007, lo accolse come nuovo Messia del calcio mondiale. E i primi anni di Pato al Milan, nessuno lo può negare, lasciavano credere che le cose sarebbero andate per davvero così.

Un attaccante moderno, completo, guizzante e con il piede fatato. Un killer con la faccia d’angelo, un po’ come quell’ucraino dal quale aveva ereditato la maglia numero 7 del Milan. Poi, siccome il destino non ci pensa quasi mai a farsi i fatti suoi, il Papero è stato bersagliato dagli infortuni. I suoi muscoli di cristallo non gli hanno dato tregua, lo hanno trascinato in un inferno di scatti interrotti e braccia alzate al cielo in segno di resa. Nel 2012, Pato sembra essere un giocatore finito. A 24 anni, nel 2013, fa quello che fanno i campioni che hanno giocato una vita in Europa: torna in patria, fa un passo indietro, ammette la propria sconfitta.

Al Corinthians Pato sembra l’ombra della promessa, il fantasma di quel ragazzino che sembrava destinato a riscrivere pagine intere di almanacchi. A sentire Ancelotti o Allegri, che lo hanno visto al meglio, probabilmente si sarebbe espresso ai livelli di Messi o CR7, senza scherzi. E invece il Pato visto al Corinthians è una triste comparsa rassegnata al suo inevitabile declino. Poi, come spesso accade, tutto cambia, senza un motivo, senza spiegazioni.

Il Papero trasloca al San Paolo e sembra rinascere. Non ci sono più le accelerazioni fulminanti di un tempo, il Brasileirão non è certo la Serie A o la Champions League, ma a qualcuno sembra di rivedere il giocatore di qualche anno prima. Quello che stregava le difese avversarie e poi correva ad esultare con un cuoricino disegnato con le mani, l’estrema rappresentazione di innocenza di un eterno enfant prodige. 27 gol in una sessantina di partite al San Paolo, abbastanza per guadagnarsi una seconda chance nel Vecchio Continente.

Il Chelsea ha deciso di puntare su di lui. Sei mesi in prestito, per dimostrare di essere un giocatore vero, per sbattere in faccia alla sfortuna il conto di questi anni. Sei mesi per rinascere, perchè anche a 26 anni lo si può fare.

Boa sorte, Alexandre.

Valerio Nicastro
twitter: @valerionicastro