Pasquale Luiso, il toro di Sora Pasquale Luiso, il toro di Sora
“E’ come Romario, il centravanti del Brasile campione del mondo: solo che è più forte di testa” G. Calleri, ex presidente del Torino Calcio... Pasquale Luiso, il toro di Sora

“E’ come Romario, il centravanti del Brasile campione del mondo: solo che è più forte di testa”

G. Calleri, ex presidente del Torino Calcio

Quanto le amiamo le iperboli. Nella vita e nel calcio. Ti fanno volare, immaginare. Ti fanno vedere la realtà sotto occhi diversi. Ti fanno sognare. Diciamo che l’ex presidente del Torino, ai tifosi che gli chiesero chi avesse appena acquistato per rinforzare il reparto d’attacco, qualcosa si doveva pure inventare. Certo, avrebbe potuto raccontare la realtà dei fatti: ho appena acquistato il Toro di Sora, colui che in 4 stagioni, con la maglia della città ciociara, ha realizzato cinquantanove reti. Già, avrebbe potuto. Ma non sarebbe stata la stessa cosa.

Quindici anni passati per strada, zero regole da rispettare. Lì dove vale tutto, lì dove se non sai farti rispettare sei morto. Quindici anni in cui non hai avuto il tempo per affinare la tecnica o imparare i fondamentali del gioco, come i tuoi coetanei più fortunati. Gomiti alti e petto in fuori. O così o niente. Hai scelto la strada come tua scuola calcio, con i suoi sassi e le sue impervie che spesso ti forgiano più di cento allenatori. Hai scelto la strada e sei diventato Pasquale Luiso, toro di Sora da tutti temuto.

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Quello che tutti noi abbiamo ammirato a metà degli anni’90, maestro nel perforare le difese avversarie italiane ed europee, incredibilmente non nasce attaccante. Certo per strada non esistono ruoli definiti, si corre avanti e indietro, si mena e se ci scappa qualche goal, in mezzo a quelle due benedette felpe buttate a terra a mo’ di porta, tanto meglio. Ma anche nella prima esperienza “seria”, nelle fila dell’Afragolese a 16 anni di età, non si piazza nell’area di rigore. Il suo regno è la fascia. La fascia destra per la precisione, dove è libero di sgroppare e buttarla in mezzo, sperando che là al centro qualcuno raccolga il suo invito. Ma i suoi cross, le sue scorribande risultano spesso vane. Là davanti quei palloni si perdono spesso nel nulla o peggio ancora sono preda dei ruvidi difensori avversari. Nel 1990 Pasquale si trasferisce al Sora, allenato all’epoca da Claudio di Pucchio. “Ti ho visto giocare, sei molto forte. Ma là in fascia non mi servi, la tua forza e la tua tenacia mi servono là in mezzo, davanti al portiere. Lì puoi fare molto male”.

E’ da qui che parte la meravigliosa leggenda del Toro di Sora. E’ qui che inizia a segnare caterve di goal a qualsiasi avversario gli si pari davanti. Gli altri costruiscono, lui finalizza. Perché per buttarla dentro non è necessario aver studiato in chissà quale scuola calcistica, serve spirito e serve abnegazione. Il fiuto del goal è qualcosa che ti porti dentro.

Stiamo parlando ancora di Dilettanti certo, ma grazie ai suoi goal arriva la serie C2. Sempre con i piedi per terra, tranne quando arrivano i palloni in area, dove allora è costretto a salire in cielo. Solo per quell’istante. Umiltà e duro lavoro sono le uniche parole presenti nella sua testa.

Cinquantanove reti in quattro anni sono tante, o almeno abbastanza da metterti sui radar del calcio che conta. Il Torino, ed in particolare il suo presidente Calleri, lo vuole fortemente. Lo presenta alla stampa ed ai tifosi che si chiedono chi sia Pasquale Luiso, come un fenomeno. In realtà è quanto di più lontano si possa pensare dal termine fenomeno, almeno nell’accezione cui siamo abituati. Fatto sta che nel Torino trova poco spazio, il salto di categoria è ampio, enorme. Là davanti ci sono due personalità ingombranti come Silenzi e Rizzitelli. L’amara realtà è che per la serie A ,il ragazzo Pasquale Luiso è ancora un signor nessuno.

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E’ così che decide di andare a parlare con il presidente per chiedere di essere ceduto. Viene accontentato e spedito nella serie cadetta, a Pescara. Qui riprende da dove aveva interrotto a Sora. Sette reti in ventun gare lo rilanciano, il Toro è pronto per una nuova sfida. Questa volta vicino a casa, il Partenio di Avellino come arena in cui sbuffare e incornare. Antonio Sibilia, presidente da poco scomparso, famoso per il suo temperamento vulcanico, se ne innamora follemente. Si lascia andare anche ad una delle sue battute, tra il serio ed il faceto: “Ragazzo mio se quest’anno fai più di 15 goal ti regalerò una Mercedes”.

Non era il calcio di oggi dove una promessa del genere potrebbe persino non far notizia. A fine anno i goal non saranno quindici, saranno di più. A fine anno le incornate del toro saranno ben diciannove. Diciannove inutili incornate in quanto l’Avellino retrocede. E la macchina promessa? “Non l’ho voluta, ed è stato giusto così. Avrei meritato il regalo se i miei gol fossero serviti a salvare l’Avellino, invece la retrocessione in C1 rovinò tutto quanto. Non sarebbe stato corretto festeggiare le mie prodezze mentre la squadra era costretta a scendere di categoria.

Nonostante la retrocessione la sua stagione è di quelle da incorniciare, come dimostrano le parole dell’allenatore Orrico:

La tecnica puoi sempre migliorarla, ma la grinta, quella devi averla dentro, non si compra al mercato. Tu ce l’hai, si tratta di un tesoro che devi sfruttare al massimo.

Luiso ascolta e fa tesoro, sempre a testa bassa. C’è di nuovo la serie A ad attenderlo e questa volta è determinato a recitare un ruolo da protagonista. Quale miglior palcoscenico del Piacenza? Si, quel Piacenza che in quegl’anni parla solo italiano. Qui Pasquale Luiso si consacra nel grande calcio. Qui tutti lo vedono. Eccome se lo vedono. Lo vedono anche quel 1 dicembre del 1996, quando il Piacenza affronta il Milan. Un diavolo in difficoltà, certamente, ma pur sempre un diavolo campione d’Italia uscente. Lo vedono aggiustarsi il pallone con un palleggio e librarsi in volo, con il punteggio inchiodato sul 2-2. Lo vedono compiere un gesto tecnico che non dovrebbe appartenergli, eppure lo fa. Rovesciata che si infila a palombella nell’angolino, 3-2. Proprio lui, tifoso milanista fino al midollo.

E pensare che ci hai sempre detto di essere tifoso del Milan… Io ho risposto: certo che lo sono, infatti ho tirato senza guardare perché volevo che il pallone uscisse, invece per disgrazia è entrato.

Scambio di battute post partita con i compagni di squadra

Oscar Wahington Tabarez saluta la panchina, arriva Arrigo Sacchi. Ma di questo poco ci importa.
Questa volta la storia è diversa, i suoi goal, due dei quali nello spareggio contro il Cagliari, salvano il Piacenza e si balla di gusto, la Macarena ovviamente.

Anche l’era a Piacenza finisce, siamo all’apice della carriera. Chi se lo prende adesso si porta a casa un toro indomabile pronto ad infilzare le difese avversarie neanche fossero un drappo scarlatto. L’affare lo fa il Vicenza che lo porta alla sua corte nell’ambito dello scambio con Roberto Murgita. Nella sua prima stagione sul prato del Menti realizza otto reti in campionato. Ma è in Europa dove il Toro vede veramente rosso. Sembra quasi che quelle arene siano costruite a sua misura, per esaltarlo. Sarà il capocannoniere della rassegna, per quel Vicenza che sfiorerà l’impresa fermato solo dal Chelsea. Solo dopo aver purgato i Blues con un collo destro a mezza altezza sul secondo palo. Dopo aver zittito lo Stamford Bridge ed essersi visto annullare un altro goal buono, che probabilmente avrebbe cambiato la storia. Non lo sapremo mai.

Crossatemi una lavatrice e colpirò di testa pure quella.

Pasquale Luiso in una intervista pre Chelsea-Vicenza, semifinale di Coppa delle Coppe.

Quel che è certo è che entra nel cuore dei Vicentini e non solo, è quel periodo in cui un po’ tutti vorrebbero essere il Toro di Sora. Colui che senza grossi mezzi stava per portare la propria squadra di provincia ad un traguardo impensabile.

Il Vicenza è sempre nel cuore. Vedo la B il sabato su Sky e dico a mio figlio Alessio, che ha otto anni: guarda quella curva, quello stadio. Mi vengono ancora i brividi.

La seconda stagione a Vicenza non è però all’altezza della prima, i Veneti perdono la categoria e a Gennaio passa al Pescara, squadra con cui sfiora la promozione. Ma il Menti è un chiodo fisso e Vicenza la sente un po’ come la seconda casa. Vi fa ritorno nella serie cadetta ed i suoi tredici goal saranno fondamentali per la nuova promozione nella massima serie. Gli anni passano, ma il tempo scorre per tutti. Il Toro scalcia e lotta su ogni pallone, proprio come una volta. L’animo resta immutato, il corpo si logora. Alti e bassi. Su e giù come da un’altalena. Così un anno di gioia è seguito da un anno di sofferenza, come il 2001 a Vicenza dove non sembra più esserci spazio per Pasquale Luiso. Si trasferisce a Genova, sponda blucerchiata, a Gennaio del 2001. Dieci reti, di nuovo là su in alto. Di nuovo la gloria. Momentanea, un colpo di coda. Sogna di ripercorrere le gesta del suo idolo fin da bambino, Gianluca Vialli. Chiude gli occhi e sogna altre notti europee, quel pallone che varca la linea, Stamford Bridge ammutolito e l’arbitro che indica il centro del campo. Il goal è buono, fottetevi tutti quanti. Poi apre gli occhi e la realtà è un’altra. La realtà è quella di un campione di periferia giunto al capolinea. Un campione destinato ad avere un posto speciale nel cuore di ogni romantico del pallone. Insieme a pochi eletti. Solo questo e nulla più.

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Nella sua vita ci saranno ancora Ancona, Salerno, Catanzaro, Teramo, Celano Marsica per concludere nuovamente a Sora, dove tutto ha avuto inizio. Dove è nato e cresciuto il mito del toro, poi diffusosi in tutto lo stivale.

Sulla mia lapide scriveranno il Toro di Sora. Ciao Toro, mi dicono. Mi chiamano così, anche oggi che faccio l’allenatore.

Una lacrima riga il nostro volto mentre consumiamo i video di youtube che manderemmo in loop da qui all’eternità. Che nostalgia, santiddio. Ciao, Toro!

Senza presunzione io oggi farei 30 gol a campionato. E’ un altro calcio, più brutto: oggi c’è più scena, più tv, insomma più business e meno attaccamento. Era meglio il nostro. Per fare un esempio, se succedeva di avere una distorsione alla caviglia, si facevano le infiltrazioni e si andava in campo. Adesso stai fermo un sacco e vai anche a curarti dove vuoi.

Paolo Vigo
twitter: @Pagolo

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