Para un Chileno nada es imposible. La Copa America è della Roja Para un Chileno nada es imposible. La Copa America è della Roja
C’è una vicenda che esprime meglio di mille parole cosa voglia dire essere cileni. E’ la storia dei 33 minatori rimasti intrappolati sotto 700... Para un Chileno nada es imposible. La Copa America è della Roja

C’è una vicenda che esprime meglio di mille parole cosa voglia dire essere cileni. E’ la storia dei 33 minatori rimasti intrappolati sotto 700 metri di terra per 69 giorni. 32 cileni e un boliviano che hanno resistito strenuamente fino a riemergere dalle viscere della terra, senza mai abbattersi e diventando delle vere e proprie icone del popolo cileno. 

Ieri c’erano anche loro tra i cinquantamila dell’Estadio Nacional de Santiago. C’erano anche loro a cantare a squarciagola l’inno nazionale cileno, con una mano sul cuore e la voce verso il cielo, a tuonare nell’aria. C’erano anche loro a ricordare a Claudio Bravo e compagni che para un chileno nada es imposible. Per un cileno non esistono imprese impossibili. Ed era proprio questo lo spirito con cui la Roja si era avvicinata a questo torneo. Certo, la Copa organizzata in casa era un’occasione troppo ghiotta per passare inosservata. E qualche malpensante (non proprio idee peregrine, per carità) aveva storto il naso guardando il girone del Cile e l’eventuale tabellone verso la finale. Ma una volta arrivati al 4 luglio, alla finale, di fronte c’era l’Argentina dell’alieno Leo Messi, dell’attacco atomico e del Jefecito Mascherano.

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Insomma, ieri sera, per battere l’Alibceleste c’era bisogno di un’impresa. Un’impresa da cileni. In uno stadio che, più di ogni altra cosa al mondo ricorda ai cileni la loro storia, il loro passato e il loro dolore. Nella distesa di maglie rosse sedute ieri sulle gradinate dell’Esatdio Nacional c’è un piccolo spicchio vuoto, con delle panche in legno, sulle quali non si siede nessuno. Quei posti vuoti ricordano le quarantuno persone morte in quello stadio nei mesi della dittatura di Pinochet nel 1973, quando l’Estadio Nacional venne trasformato in un gigantesco campo di concentramento, un luogo di tortura in cui gli oppositori del regime venivano ammassati di forza. Poco prima di raggiungere quei posti vuoti, sul cancello dell’ingresso 8, c’è una scritta. “Un popolo senza memoria è un Paese senza futuro“.

Un’impresa che un popolo come quello cileno ha capito doveva essere affrontata insieme, con la testa alta e il coraggio tra le mani. Perchè il popolo cileno sa che le battaglie si vincono restando uniti e mettendo in campo tutto quello che si ha, senza paura. Senza paura della morte, che sportivamente è incarnata dalla sconfitta. Perchè, come insegnano i minatori di San Josè, loro la morte l’hanno già sconfitta, guardandola dritta negli occhi da pochi passi, come potrebbero aver paura di un avversario solo perchè ritenuto più forte con il pallone tra i piedi? E infatti il Cile ha vinto di squadra. Certo, gli interpreti non sono gli ultimi arrivati. Il talento di gente come Alexis Sanchez, Arturo Vidal, la classe cristallina del Mago Valdivia, l’uomo deputato ad accendere la lampadina, è indiscutibile. Ma Jorge Sampaoli ha costruito un gruppo in grado di giocare un calcio veloce, strutturato, ispirato all’architettura ereditata da Marcelo Bielsa.

Il Cile, però, doveva combattere non solo con l’Argentina, ma anche contro i fantasmi. I fantasmi di una bacheca vuota. La Roja, prima di ieri, non aveva mai vinto un trofeo. E non aveva mai nemmeno vinto contro l’Argentina in Copa America, in 24 incontri disputati nella storia di questa competizione. Con queste premesse, facile capire come i ragazzi in maglia rossa avrebbero sputato l’anima, avrebbero messo in campo tutto il loro orgoglio per portarsi a casa la Copa. E così è stato. La Roja ha lottato, strenuamente, fino ad arrivare ai calci di rigore dove si è vista la determinazione, la fame, la voglia di vincere dei cileni. Dove il coraggio ha trionfato sulla paura. Dove il coraggio è diventato temerarietà, con lo spavaldo scavetto sul rigore decisivo di Alexis Sanchez.

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Leo Messi e l’Argentina hanno dovuto inchinarsi, ancora una volta. 12 mesi dopo il Mondiale brasiliano, Leo Messi ha dovuto guardare un altro trofeo da vicino, passargli accanto senza poterlo sollevare. Gurardarlo e rimandare l’appuntamento con quella vittoria in nazionale che sta diventando una vera e propria maledizione. Ma forse ieri, anche per un alieno, togliere una coppa ad un popolo che aveva deciso di andare a prendersela era un’impresa troppo grande.

Dulce Patria, recibe los votos
Con que Chile en tus aras juró
Que o la tumba serás de los libres
O el asilo contra la opresión.

Dolce Patria, ricevi i voti
Con cui il Cile sui tuoi altari giurò
Per cui la tomba sarai dei liberi
O l’asilo contro l’oppressione

Valerio Nicastro
twitter: @valerionicastro