Paolo Guerrero: el Depredador Paolo Guerrero: el Depredador
Il calcio come una religione o anche qualcosa di più. Tanta gente in questa vita ha poco o nulla in cui credere. Molte di... Paolo Guerrero: el Depredador

Il calcio come una religione o anche qualcosa di più. Tanta gente in questa vita ha poco o nulla in cui credere. Molte di queste persone che vi piaccia o no, vivono in Sud America. Uno stemma da apporsi sul petto, proprio lì dove batte il cuore. Una maglia da venerare, come fosse la cosa più importante e preziosa al mondo.

Non è la classica retorica sudamericana, è la sacrosanta realtà. Ed in questi giorni il Continente Latino-Americano è in subbuglio perché in Brasile si sta disputando la Copa America di calcio. Fra le Nazionali in gara vi è il Perù. A Lima, nella sua capitale, tra quel brulicare di quasi dieci milioni di anime che vivono sotto quel cielo, tutti ma proprio tutti, stanno seguendo, appassionandosi come non mai, le gesta dei propri idoli.

Quei ragazzi che rappresentano un popolo intero, quello peruviano per l’appunto.

La “Blanquirroja” (la Nazionale di calcio del Perù), dopo il pareggio per zero a zero nella prima giornata del girone contro il Venezuela, la scorsa notte ha ottenuto una vittoria importantissima per il proseguo della propria avventura in terra brasiliana.

La partita è stata giocata contro la Bolivia del “Profe” Villegas, non esattamente una delle nazionali più forti del panorama calcistico latinoamericano. La sfida, però, si era messa male per i peruviani che si erano trovati sotto uno a zero, grazie al rigore trasformato per “La Verde” da Marcelo Moreno.

Quando il baratro sembrava essere dietro l’angolo, a riportare a galla i sogni di gloria di un intero popolo ci ha pensato il centravanti, il numero nove, il Capitano.

Paolo Guerrero, non “Paulo” o “Pablo” come la pronuncia spagnola suggerirebbe si porta dietro nel suo nome e nel destino anche un pezzetto d’Italia. Il suo papà infatti, in un’afosa estate del 1982 stava guardando i Mondiali spagnoli in televisione. Si innamorò perdutamente di un ragazzo con la maglia azzurra e la numero venti sulle spalle, quel ragazzo che trascinò a suon di gol l’Italia sul tetto del mondo. Il suo nome era ed è Paolo Rossi. Il signor Guerrero decise allora, in quel preciso istante che suo figlio, se maschio, si sarebbe chiamato Paolo.

Paolo Guerrero vide la luce a Lima il 1° Gennaio del 1984. Iniziò a giocare a pallone praticamente da bambino, il destino ce l’aveva già segnato nel nome. Dal 1992 al 2002 giocò per le giovanili dell’Alianza Lima, una delle squadre più gloriose e prestigiose della nazione andina. Il ragazzo è forte, accende immediatamente gli interessi dei maggiori club europei, così nell’estate del 2002 viene acquistato dal Bayern Monaco che lo tessera per le proprie giovanili.

Da quel momento la leggenda di Paolo Guerrero prende forma. La vita, le scelte, la carriera, la fama, i soldi lo portano lontano dalla propria terra non ancora maggiorenne. Quella terra che lui ama più di qualsiasi altra cosa al mondo e che a distanza di diciassette anni non ha ancora visto il suo ritorno. Il calcio l’ha portato prima al Bayern Monaco ed Amburgo in Europa e poi in Brasile per vestire le maglie di Corinthians, Flamengo ed Internacional de Porto Alegre. Il Perù è sempre rimasto sullo sfondo, ad attenderlo per indossare la maglia della Nazionale, per tornare a casa, per sentire l’affetto smisurato della propria gente.

Proprio della Nazionale ne è il Capitano, il giocatore più rappresentativo e ieri sera per l’ennesima volta si è caricato i suoi compagni e tutta la Nazione sulle proprie spalle ed ha abbattuto la resistenza boliviana, segnando il gol del momentaneo pareggio e regalando a Jefferson Farfan l’assist per il vantaggio della “Blanquirroja”.

I soprannomi di Paolo Guerrero sono due e non sono esattamente rassicuranti: El Barbaro e El Depredador. A vederlo giocare si capisce immediatamente il perché di questi due nomignoli. La propensione alla lotta, al sacrificio, allo spendersi per la propria gente ne fanno senza alcun dubbio uno dei giocatori più “commoventi” in circolazione da poter ammirare. Le difese avversarie sanno che prima di portar a casa un risultato positivo, dovranno vedersela con il tentativo di “saccheggio” al quale saranno sistematicamente sottoposte ogni qual volta toccherà palla El Depredador. E spesso, quasi sempre, ne finiranno vittime.

Come lo scorso anno, quando Paolo Guerrero a suon di gol ha trascinato i suoi ad una qualificazione al Mondiale che mancava al Perù proprio dal 1982. Ha rischiato anche di non giocare in Russia, vittima di una squalifica per doping. Ha combattuto a pugni stretti come è abituato a fare da una vita intera e alla fine la squalifica è stata rinviata, così da permettergli di indossare la maglia della propria nazionale per le tre gare del girone e segnare anche un gol nella partita contro l’Australia.

Questo è Paolo Guerrero, prendere o lasciare. Con la faccia da cattivo ma il cuore grande e generoso, con la voglia di fare a pugni con il mondo, per proteggere contro tutto e tutti quella fascia rossa apposta su uno sfondo bianco: la maglia della propria patria.

Paolo Guerrero ieri notte ha lanciato l’ennesimo messaggio a tutto il suo continente: per sedersi sul trono più alto di Sud America anche questa volta bisognerà fare i conti con El Depredador.

Raffaello Lapadula
twitter: @RafLapo

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