Paolo Guerrero, el Barbaro Paolo Guerrero, el Barbaro
Gli antichi greci, con il termine βάρβαρος, poi latinizzato in “barbaro”, si riferivano a tutti quei popoli che non condividevano i loro costumi, le loro... Paolo Guerrero, el Barbaro

Gli antichi greci, con il termine βάρβαρος, poi latinizzato in “barbaro”, si riferivano a tutti quei popoli che non condividevano i loro costumi, le loro usanze, la loro visione del mondo. Con il tempo il termine ha fatto dei giri semantici notevoli, con i romani che, per barbari, intendevano quei popoli rozzi, selvaggi, da civilizzare a tutti i costi. Per i romani, i barbari erano guerrieri da sconfiggere, popoli considerati inferiori e e da annientare. Per questo, per i romani, il barbaro era il nemico, in una visione del mondo in cui il conflitto era la normalità. L’ordinaria amministrazione.

Oggi il barbaro, anzi, il Barbaro con la B maiuscola, è di casa in Perù. Oggi, nel mondo del pallone, il Barbaro, anzi, el Barbaro, è Paolo Guerrero, che ieri sera, con una portentosa tripletta, ha spedito la sua nazionale dritta in semifinale, di nuovo tra le prime 4 del continente sudamericano, dopo la semifinale del 2011, quando la blanquirroja si fermò solo davanti all’Uruguay del Pistolero Suarez. Il 2011, quando Guerrero fu il capocannoniere della Copa.

Quattro anni e tanti giri dopo, il Perù è di nuovo lì, e soprattutto è di nuovo lì Paolo Guerrero. Il punto di riferimento avanzato di una squadra di combattenti, la boa di una squadra al suo servizio. Gli altri recuperano i palloni, li lanciano lunghi e pregano il loro Barbaro. E lui, come ieri sera, come sempre visto che è il miglior realizzatore della storia della nazionale peruviana, li ripaga a suon di gol. Paolo Guerrero, come ieri sera, non ha paura di caricarsi sulle spalle i suoi compagni. Ed il suo popolo, naturalmente.

El Barbaro, appunto. Un soprannome che viene facile spiegarsi, vedendo giocare Paolo Guerrero. Vedendo la foga con cui lotta per conquistare ogni singolo pallone, la determinazione e il furore agonistico che mette in campo ogni santo giorno che Iddio manda in terra. Vedendo la sua pettinatura discutibile, lo sguardo di chi sembra avercela con l’Universo, lo sguardo di chi invece sa che dovrà combattere a denti stretti e pugni chiusi per tutto il resto della sua vita. Così Paolo Guerrero è cresciuto, così è stato abituato a fare.

A 18 anni il Bayern Monaco lo porta in Europa, ma in quella parte del mondo sembrano non capire il suo sangue sudamericano. Con i bavaresi trova poche soddisfazioni, anche perchè in attacco c’è un altro peruviano che, in quei tempi, era abituato a segnare caterve di gol. Claudio Pizarro ovviamente. Guerrero va all’Amburgo, dove, tra un gol e l’altro, si accorgono anche del suo carattere fumantino. Litiga con un tifoso, tirandogli una bottiglia d’acqua, rigorosamente piena, all’uscita dal campo. “Tornatene in Perù”, gli aveva detto quel tifoso. Nel 2012, attenta alla vita del portiere dello Stoccarda, Ulerich, entrandogli durissimo, sulle gambe, a palla lontana, lontanissimo dalla porta. 8 turni di stop e rapporto con l’HSV palesemente compromesso.

Lo mandano al Corinthians, dove il Barbaro si toglie la soddisfazione di segnare il gol decisivo nella vittoria del Mondiale per Club contro il Chelsea. Un’avventura, quella con il Timao, terminata solo pochi giorni fa, quando Guerrero ha deciso di firmare con il Flamengo. Ma oggi la testa, e soprattutto il cuore, del Barbaro, sono tutti per una maglia bianca con una banda rossa che passa, trasversalmente, per il petto. La testa, i piedi e il cuore di Paolo Guerrero sono tutti per la sua nazionale, che è a un passo da un sogno che non si può nemmeno pronunciare. C’è il Cile di fronte, adesso, una sfida che fa paura. Ma con Paolo Guerrero a fare a sportellate là davanti, la paura è un sentimento che non ci si può proprio permettere.

Valerio Nicastro
twitter: @valerionicastro

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