Padoin, o la nobile arte del gregario Padoin, o la nobile arte del gregario
In Italia non vinci quattro scudetti di fila per caso. Non è questione di fortuna, né una sorta di supremazia ciclica alla tedesca (il... Padoin, o la nobile arte del gregario

In Italia non vinci quattro scudetti di fila per caso. Non è questione di fortuna, né una sorta di supremazia ciclica alla tedesca (il Bayern Monaco, volente o nolente, vince un titolo come minimo ogni due anni). Devi essere compatto, saper sanguinare, conoscere il nemico alla perfezione. Perché anche l’ultima squadra di provincia può tornare a casa con il tuo scalpo. Puoi avere una forza offensiva notevole, puoi essere bravo ad arabescare, o incutere timore con la tua rosa di nomi leggendari. Ma se non sei pronto alla guerra rischi di trasformare ogni domenica nella tua, personalissima, Waterloo. E la guerra non si vince con i soli capitani, tenenti, o caporal maggiori. La guerra si vince con i soldati semplici. Dove semplice non è sinonimo di sprovvedutezza, quanto di essenzialità. La guerra si vince con i Simone Padoin.

Prendete un fenomeno del pallone. Può essere un bomber di razza o uno straordinario difensore, poco importa. Prendete un’ala da venti gol a stagione, un centrocampista con il vizio del dribbling, o un meraviglioso trequartista. Queste persone non siedono in panchina. Ti sei assicurato le loro prestazioni a peso d’oro, strappandole a sceicchi, petrolieri e direttori sportivi assetati di gloria. Figuriamoci se puoi permetterti di non schierarli. E’ per questo che nessuno può aspirare a possedere una squadra di ventidue campioni. Nessuno ha mai potuto, nessuno mai potrà. Persino il Real Madrid dei Galacticos si è affidato a Raùl Bravo, a Javier Portillo, ad Albert Celades.

Sono i volti meno noti della vittoria, gli imprescindibili che non senti menzionare. Quelli di cui non compreresti mai la camiseta. Le maglie sono dei Ronaldo, degli Zidane, dei Figo. Vedi delle strisce bianconere, uno scudetto ricamato sul petto, e pensi a Tevez, a Pirlo, a Pogba.

Poi, quando uno dei centrocampisti più forti del mondo si infortuna, o quando hai bisogno di far respirare l’uomo di fascia, si alza un signor Pochi Fronzoli dalla panchina. Non è un colosso, possiede un baricentro basso e una pregevole accelerazione sul breve. Anche il dribbling non è male, ma raramente lo vedrete azzardare un doppio passo.

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E’ nato a Gemona, vicino alle Prealpi Giulie, un territorio freddino e roccioso. Lo storico Paolo Diacono definì il borgo come un castello praticamente inespugnabile. E’ il luogo ideale per forgiare personalità di ghiaccio, umili e silenziose come i monaci. Il piccolo Padoin tifa Udinese, e chissà come sarebbe piaciuto ad un certo Francesco Guidolin, che i friulani li ha portati ad un passo dai gironi di Champions League. Stesso culto del lavoro, stessa duttilità mentale prima che fisica. Il medesimo atteggiamento di chi pensa molto prima di aprire bocca. E invece i due prendono strade diverse: Simone approda all’Atalanta, prima alla corte di Delneri, poi a quella di Colantuono, passando per una stagione travagliatissima.

Nel 2009-2010 i bergamaschi stentano, sulla panchina nerazzurra si alternano tre allenatori, e alla fine del campionato arriva la retrocessione. Di quella squadra fanno parte alcuni giovani di cui tutti sentiranno parlare pochi anni dopo: Gabbiadini, Zaza, Bonaventura. Manca però il collante, oltre a una vera qualità di gioco: l’Atalanta segna pochissimo, trascinata a malapena dagli undici gol totali di Simone Tiribocchi. C’è un altro Simone, d’altro canto, che continua a fare quello che gli riesce meglio: lavorare. Padoin conclude la stagione con 37 presenze in campionato, risultando il giocatore più utilizzato dai mister. Uno di questi signori si chiama Antonio Conte, ex bandiera della Juventus, e sarà molto importante per lui in futuro. Perché il processo di maturazione è quasi compiuto. Il capitano di mille battaglie sta per tornare a Torino, per riportare la Vecchia Signora in alto.

Ma fermiamoci un attimo ad osservare. E’ un pomeriggio di Gennaio a Bergamo, all’Atleti Azzurri d’Italia si gioca Atalanta-Lazio. Una delle poche giornate felici per i tifosi di casa, in quella stagione. Il piccolo soldato semplice gioca una partita incredibile, macina chilometri avanti e indietro, imposta e ripiega in difesa. Dopo dieci minuti siamo già sul 2-0. Al 35esimo del primo tempo Doni lavora il pallone sulla sinistra dell’area avversaria, Padoin arriva in corsa e conclude di destro. E’ in tutto e per tutto un gol alla Del Piero, ma non abbiate la superbia di definirlo tale. I gol da campioni li possono segnare soltanto i campioni, com’è ovvio.

Quel gioiello invernale è, se possibile, ancora più prezioso. Non lo segna un numero 10, bensì un gregario con il 22 sulla schiena. E con i piedi buoni. Ah, per la cronaca: a sbagliare la marcatura in quella situazione era stato uno svizzero dai polpacci d’acciaio, tal Stephan Lichtsteiner.

La prima intervista da juventino è un manifesto. Parla con sobrietà, come sempre, con quel tono di voce che sembra sul punto di crollare da un momento all’altro. “L’unica cosa che mi sento di promettere è tanto tanto impegno” dice. Sembra scontato, ma chi di impegno ne ha una valigia intera, non ha da temere neppure l’avversario più ostico.

Ed è questo che ha fatto innamorare Conte. San Padoin, lo chiama. Dove lo metti sta, senza mai lamentarsi. All’esordio con la maglia della Juventus, nella semifinale di andata di Coppa Italia contro il Milan, dà il via ad un’azione bellissima mettendo in porta Borriello. Amelia para, Caceres ribadisce in rete. La partita finirà due a uno per i bianconeri. Niente male come biglietto da visita.

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Il bello è che il ragazzo di Gemona sembra davvero in grado di ricoprire qualsiasi ruolo, soprattutto i più umili. Un passepartout, sia come medianaccio che come terzino (destro o sinistro, è irrilevante). Qualcuno dirà che è nato nel decennio sbagliato, in un calcio abituato ai tweet più che ai tackle. La verità è che siamo fortunati, noi spettatori. Fortunati ad assistere alle gesta di giocatori che compiono ancora del lavoro oscuro, in un campo dove le telecamere immortalano ormai ogni azione saliente.

Il 5 maggio del 2014 i bianconeri rincorrono il record di punti in Serie A. Allo Juventus Stadium arriva l’Atalanta. Si mormora che la sera prima tutta la squadra avesse festeggiato fino a tardi, dopo la sconfitta pomeridiana della Roma a Catania e la matematica certezza del titolo. Molte bottiglie svuotate, senza dubbio. Eppure la Juve domina anche quel match, e a sentenziare il risultato è il gol dell’ex. Un destro all’angolino, di precisione. La palla bacia il palo, accarezza la rete. Padoin corre sotto la curva, mimando un tre con la mano. E’ il terzo scudetto consecutivo, anche per lui.

Devi essere compatto, dicevamo. Saper sanguinare. Incassare i colpi, anche quando ti dicono che sei scarso. Che non puoi giocare accanto ai Pirlo, ai Pogba, ai Barzagli. La guerra si vince con i gregari. Con quei pochi che ancora oggi sanno essere Bonini, Furino, Pessotto, Torricelli. Di Livio, che non a caso chiamavano soldatino. Soldato semplice, appunto. Essenziale.

Mattia Carapelli
twitter: @mcarapex