Orgogliosamente catenacciari Orgogliosamente catenacciari
L’unica materia che noi italiani abbiamo divulgato, è stata il catenaccio. Gianni Agnelli L’immagine dell’Italia all’estero si alimenta di continui stereotipi, molti dei quali,... Orgogliosamente catenacciari

L’unica materia che noi italiani abbiamo divulgato, è stata il catenaccio.
Gianni Agnelli

L’immagine dell’Italia all’estero si alimenta di continui stereotipi, molti dei quali, non si fa fatica ad ammetterlo, contribuiamo noi stessi giorno dopo giorno a rinforzare. Pizza e mandolino. Santi, poeti, navigatori. Ma nel mondo del calcio, lo stereotipo italiano si può ben identificare con una parola, una sola: catenaccio.

Deprecato, messo all’indice, deriso. Per chi ci guarda da fuori, il catenaccio è motivo di derisione, di umiliazione, di vergogna quasi. Eppure, sul campo da calcio, poche cose sono più nobili del catenaccio. Poche cose trasmettono profondo rispetto nei confronti dell’avversario, umiltà e accettazione dei propri limiti quanto mettersi tutti dietro la linea della palla e aspettare, sperare, pregare. Sarà anche brutto, sarà anche italiano, sarà anche un oltraggio all’anima del football per chi lo guarda da un immaginario piedistallo. Ma noi, di cose più belle del catenaccio, ne troviamo poche.

Noi, cari maestri del football, non giochiamo certo per appagare il vostro o il nostro senso estetico. Se volete lo spettacolo, andate al cinema, al teatro, al circo. Se volete lo spettacolo, non pagatelo nemmeno il biglietto d’ingresso allo stadio, non accendetela neanche la televisione quando giochiamo noi. Da noi divertimento non ne avrete. Sangue, sudore e lacrime, quante ne volete. Ma divertimento, quando giochiamo noi, è parola bandita.

Non nasce in Italia, il catenaccio. I libri di storia del calcio dicono che sia frutto della mente di un austriaco, Karl Rappan, che, allenando la Svizzera negli anni ’30 e dovendo affrontare quasi sempre avversari più forti dei suoi ragazzi, ebbe l’intuizione di arretrare un altro giocatore sulla linea della difesa. A fare sostanza, non apparenza. Non nasce in Italia, il catenaccio, ma in Italia trova terreno prospero, per diventare leggenda. Con Nereo Rocco, con Helenio Herrera. Che pur rifiutando la nomea di catenacciaro, sotto sotto lo era.

Ma non c’è niente di male ad essere catenacciari, anzi. E’ tutta una questione di ordine, rigore tattico, disciplina, certo. Ma è anche e soprattutto questione di nervi, di testa. Entrare sottopelle all’avversario, aspettarlo, bassi, chiusi e ordinati. Aspettarlo, per tutta la partita se necessario. Aspettarlo, ricercando minuziosamente lo spazio per la ripartenza. Aspettarlo, farlo crollare, farlo impazzire, costringerlo a scoprirsi nell’affannosa ricerca della chiave per aprire quel maledetto catenaccio. E poi, quando arriva il momento, silenziosamente colpire, in contropiede. Lasciando l’avversario con la sua chiave in mano, oramai inutile.

Nasce dalla paura dei più deboli, diventa arma dei più forti. Perchè non c’è allenatore più intelligente di quello che riesce a capire quando mettere i suoi giocatori tutti dietro la linea della palla ad aspettare. Venite voi a prenderci, se ne siete capaci. Perchè in fondo, vincere è l’unica cosa che riesca a dare un senso a questo viaggio chiamato calcio. Certo, si può restare nel cuore degli appassionati, ma per incidere il proprio nome sui libri di storia, a volte serve anche l’arte di arrangiarsi. E il coraggio di dichiararsi orgogliosamente catenacciari.

Valerio Nicastro
twitter: @valerionicastro

Related Posts