Opti Poba: un calcio al razzismo Opti Poba: un calcio al razzismo
Fa un freddo che ti entra dentro le ossa e che fa passare ai muscoli la voglia di muoversi. E’ il 20 marzo, la... Opti Poba: un calcio al razzismo

Fa un freddo che ti entra dentro le ossa e che fa passare ai muscoli la voglia di muoversi. E’ il 20 marzo, la Primavera dovrebbe arrivare a momenti. Non qui, non a Potenza. A Potenza, Basilicata, la Primavera spesso latita. A Potenza, di solito, l’inverno preferisce allungarsi fino alle porte di maggio, quando va bene. La prima cosa che vedo quando arrivo su questo campo, dietro la porta e vicino gli spogliatoi, è il custode che, irrequieto, chiede quando abbiamo intenzione di cominciare. Sono già passate le 20.45 e la partita non è ancora iniziata. E si vede che anche lui non è molto a suo agio con questo freddo, e non vede l’ora di tornare a casa a mettere qualcosa sotto i denti.

Poso lo sguardo sul campo. Se così si può chiamare questa distesa di terra battuta, sassi e fango incrostato. E’ un miracolo se qualcuno riesce a restare in piedi su questo terreno. La squadra in maglia bianca si sta scaldando, in 10 tirano palloni verso il loro portiere. Nei 3 minuti in cui concentro la mia attenzione sul riscaldamento, il pallone che va più vicino a centrare lo specchio della porta passa a un metro dalla traversa. Ma non è per loro che sono qui. Sebbene anche loro siano la magia del pallone, sebbene anche loro abbiano tutto per essere considerati dei piccoli eroi, che, di venerdi sera, con un grado centigrado, sono qui a tirare calci ad un pallone, scontentando mogli, figli, fidanzate, genitori.

Io sono qui per i ragazzi in maglia rossa. Entrano in campo alla spicciolata, correndo. E corrono, non c’è che dire. Non si direbbe, a giudicare dalle condizioni del campo, dai pochi spettatori e dalla sterpaglia che circonda, imperterrita, il terreno di gioco. Non si direbbe, ma i ragazzi in maglia rossa sono una squadra speciale. Una piccola favola nel cuore di questa terra attanagliata dal freddo anche a pochi giorni dalla Primavera. I ragazzi in maglia rossa sono tutti profughi stranieri, richiedenti asilo politico. I ragazzi in maglia rossa sono l’ Opti Poba.

Piccolo flashback. E’ il 25 luglio di quest’estate. Carlo Tavecchio, futuro Presidente della FIGC, si presenta così, con delle parole che hanno fatto scalpore e hanno portato la faccenda agli onori delle cronache, non solo in Italia.

Le questioni riguardanti l’accoglienza sono una cosa, quelle del gioco un’altra. L’Inghilterra individua dei soggetti che entrano solo se hanno la professionalità per farli giocare, noi diciamo che Opti Poba è venuto qua, che prima mangiava le banane e adesso gioca titolare nella Lazio e va bene così.

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E proprio queste parole sono rimaste a lungo nella testa di Francesco Giuzio. Che pensa, pensa, pensa. Francesco respira calcio da una vita, e vorrebbe fare qualcosa. A un certo punto, ha un’idea. Perchè non trasformare queste parole in un messaggio positivo? Perchè non far diventare Opti Poba un piccolo eroe, un modello da seguire, piuttosto che farlo rimanere un’uscita infelice? Ed è così, che nasce l’Opti Poba. Certo, bisogna capire chi scenderà in campo. E la risposta è semplice. Ci sono dei ragazzi, in Basilicata, che hanno viaggiato, hanno attraversato il Mediterraneo con mezzi di fortuna (poca, spesso), che si trovano a Potenza con lo status di richiedenti asilo politico. Ragazzi che sono in un limbo. Attendono dei pezzi di carta che significano per loro la possibilità di una nuova vita. I più fortunati attendono di ricongiungersi con le loro famiglie, sparse per l’Europa. I meno fortunati attendono semplicemente una speranza. Attendono che qualcosa passi a cambiare le loro vite, per sempre.

E Francesco allora pensa all’unico vero linguaggio universale che, dal freddo Nord fino al più caldo Sud, unisce quasi tutti gli esseri umani. O almeno quelli che hanno la nostra stessa passione. O malattia, come preferite, non ci offendiamo. Perchè se prendi sessanta ragazzi, da tutto il mondo, e li metti nella stessa stanza, probabilmente faranno fatica a guardarsi negli occhi.

Ma se prendete quei sessanta ragazzi, e lasciate rimbalzare un pallone da calcio, potete star certi che qualcosa succederà. Si accenderà una scintilla che diventerà incendio. Francesco ha avuto il merito di portare lì il pallone, e di accendere la scintilla. Insieme ad Egidio, Giuseppe, Giovanni, Stefano, Massimo e Incoronata. Loro sono l’anima di questo piccolo miracolo di integrazione e di solidarietà che è l’Opti Poba.

Questo piccolo miracolo che mi tiene incollato al campo in questa gelida serata di marzo. In questo venerdi passato a guardare, con gli occhi sognanti di un bambino, una partita di un campionato amatoriale. Perchè l’Opti Poba avrebbe voluto iscriversi ad un campionato federale, alla Terza Categoria. Ma pare che qualcuno glielo abbia sconsigliato. “Nome troppo scomodo” sembra sia stato il suggerimento di qualcuno. Ma, a dire il vero, della posta in palio, a questi ragazzi, importa ben poco. Hanno negli occhi quel sacro fuoco, quella scintilla, quell’ardore che solo chi ama davvero il pallone può avere. Iniziano la partita all’attacco, riversandosi in massa nella metà campo degli avversari. Si portano quasi subito in vantaggio. Perchè i ragazzi a pallone ci sanno giocare.

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Le vicissitudini di un’esistenza troppo spesso ingrata hanno spezzato tanti sogni, tra loro. Camerun, Mali, Senegal, Libia. Tra i ragazzi, ogni storia è diversa, ma in fondo sempre uguale. C’è chi era considerato una promessa con un futuro luminoso, chi ha fatto le giovanili in squadre nazionali, chi ha disputato campionati importanti tra i professionisti. Il pallone, per qualcuno di loro, era la vita. Oggi è purtroppo, per molti di loro, solo un modo per non pensare a tante altre cose. Ma è un modo per divertirsi, forse il più bello di tutti. Basta vedere quel pallone rotolare, ed in un istante esiste solo quello.

L’Opti Poba conduce uno a zero. In porta, il ragazzo con la casacca numero 12 sembra inquieto. E in realtà lo è, perchè forse avrebbe preferito non essere tra i pali stasera. E’ il terzo portiere dell’Opti Poba. E’ tra i pali perchè il portiere titolare e la sua riserva, lunedi scorso, sono stati coinvolti in un brutto incidente stradale. Incidente dal quale chi è uscito con le ossa rotte, non solo metaforicamente, è stato Festos, l’allenatore. Anche lui richiedente asilo, ovviamente. Festos che ora si trova in ospedale e ha dovuto lasciare il posto al suo vice, che si sbraccia e cerca di farsi capire dai suoi ragazzi in campo. Cose che capitano, nella fredda e gelida Potenza. E i ragazzi, sul finire del primo tempo, pagano l’inesperienza. Prima un rinvio sbagliato regala il pallone del pareggio agli avversari, poi un improvvido tocco di mano in area vale il rigore del sorpasso.

Francesco, dalla panchina, prova a dare una mano, incoraggia i ragazzi, li spinge a cercare il pareggio nella ripresa. Ma fa un freddo cane a me, intabarrato nel mio cappotto con il cappuccio all’insù, come faranno loro a correre su questo terreno inadatto anche alla semplice deambulazione? Eppure corrono, spensierati e felici.

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Felici, ecco. Questa è la prima parola che mi viene in mente, guardando questi ragazzi che si dannano l’anima in campo. Hanno attraversato mari tempestosi, sono scappati da guerre, attentati, conflitti. Si sono lasciati alle spalle le loro vite e hanno dovuto ricominciare da zero. Come se niente fosse mai esistito. Eppure, concentrati a correre dietro a quel pallone, per loro adesso non esiste più nulla. Per 90 minuti a settimana, c’è solo la maglia rossa dell’Opti Poba da sudare, da onorare. Ci sono solo gol da segnare e punti da conquistare. E questa è la meraviglia di questa squadra. E questa è, in fondo, la magia di questo sport che tanto amiamo.

Il tasso tecnico dell’Opti Poba è chiaramente superiore alla categoria che li ospita. Gli avversari, vecchi bucanieri del pallone, si destreggiano con grande abilità. I centrali di difesa, seppur con qualche chilo di troppo addosso, fanno sparire tutti i palloni che transitano dalle loro parti, mandandoli nell’iperspazio con spazzate d’alta scuola. Tengono a bada con mestiere ed esperienza gli assalti dei più giovani avversari in maglia rossa. Lateef, un armadio di professione centravanti, che un tempo giocava in Libia, nella massima serie, contro l’Al Ittihad di Saadi Gheddafi, si sbatte, lotta, fa a sportellate, ma non riesce a ricevere palloni giocabili da scaraventare in porta.

Alla fine, il risultato non cambierà. Verderuolo 2 – Opti Poba 1. Amaramente penso che la maledizione dei delinquenti ha colpito anche loro. Abbiamo portato un briciolo di sfortuna anche all’Opti Poba, come quasi a tutte le squadre che abbiamo preso in simpatia da un anno e mezzo a questa parte. E’ qualcosa su cui riflettere, forse, ma non stasera.

Perchè qualche minuto dopo, mi arriva un messaggio su Whatsapp. Mi chiedono il risultato della partita. Rispondo, istintivamente. “Abbiamo perso 2-1”.  E’ un attimo, un istante. Mi si accende un sorriso sul volto. Sono felice. Perchè è in quel momento che capisco che da oggi, anche io sono un po’ Opti Poba.

Valerio Nicastro

twitter: @valerionicastro

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