Oliver Kahn: der Titan (o l’arte di farsi sentire) Oliver Kahn: der Titan (o l’arte di farsi sentire)
Non c’è capitano migliore di un portiere, recita un vecchio luogo comune del calcio. E se il portiere in questione è Oliver Kahn, il... Oliver Kahn: der Titan (o l’arte di farsi sentire)

Non c’è capitano migliore di un portiere, recita un vecchio luogo comune del calcio. E se il portiere in questione è Oliver Kahn, il gigante di Karlsruhe, non c’è niente di più vero. Pochi numeri uno hanno saputo incarnare la figura carismatica del leader come lui. Pochi numeri uno hanno saputo tenere una squadra e un gruppo sulle spalle come lui. Pochi numeri uno hanno saputo diventare leggende come Oliver Kahn. Perchè se è vero che un portiere deve infondere sicurezza ai compagni della difesa, ergersi a ultimo baluardo e convincere tutti, dal primo all’ultimo, che da quelle parti comanda lui e non si passa, bè, Oliver Kahn ci è riuscito in pieno.

I primi anni della sua carriera da professionista Oliver Kahn li regala alla squadra della sua città, il Karlsruher. Dopo qualche anno da riserva, apprende, impara i segreti del mestiere, si cala l’inseparabile cappellino sulla fluente chioma bionda e prende possesso della porta del Karlsruher. Nel 1993-94 sarà protagonista della splendida cavalcata dei tedeschi in Coppa UEFA, cavalcata finita in semifinale contro il Salisburgo, con uno sfortunato doppio pareggio che manda gli austriaci a giocare (e perdere) la finale contro l’Inter. Ma dopo quella cavalcata, tutti si accorgono che quel ragazzone, grande ma agile, quel ragazzone che spesso, oltre alle mani, fa sentire anche la sua voce, forte e chiara, è destinato a fare grandi cose. Ed è ovviamente la squadra più titolata di Germania a chiamare Oliver. Nel 1994 Kahn si trasferisce in Baviera, e, nel corso degli anni, diventa una vera e propria istituzione della porta del Bayern. Partecipa ai suoi primi successi europei e nel 1996 alza al cielo la Coppa UEFA sconfiggendo in finale il Bordeaux.

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In mezzo a quei tre pali Oliver diventa sempre più grande, sempre più leader. Batterlo diventa ogni giorno più difficile. Il suo fisico possente non gli impedisce di librarsi in volo con l’agilità di una libellula, con dei colpi di reni difficili solo da immaginare. Quando un attaccante si presenta davanti a Kahn, a tu per tu, il gol è tutt’altro che fatto. Oliver ci mette il corpo, sembra guardare negli occhi il suo avversario e sfidarlo. Quando allarga le braccia diventa grande, enorme. Insuperabile. Un titano che fa paura solo a guardarlo. E paura la fa davvero, perchè sono in pochi a osare sfidarlo. Sono pochi i temerari che alzano la gamba quando Oliver si lancia in tuffo sul pallone, o che provano ad alzare il gomito con il portierone in uscita in presa alta. I pochi che ci provano si vedono arrivare addosso una furia, un gigante che gli sbraita in faccia tutta la sua rabbia. La stessa rabbia che diventa carica agonistica e viene trasmessa ai compagni della difesa, che vengono guidati, incitati e – ogni tanto capita- anche insultati da Kahn per qualche errore di troppo. Tra i pali è il padrone della baracca, e, tra gli anni ’90 e l’inizio del nuovo millennio, il Bayern di Monaco è lui.

Il Bayern torna ai vertici del calcio europeo. Ma nel 1999 Oliver Kahn deve vivere, da vicino, molto vicino, la più bruciante delle sconfitte. C’è lui, infatti, in mezzo ai pali, mentre Sheringam e Solskjaer scrivono la più incredibile pagina di storia della Champions League togliendo la coppa dalle mani dei bavaresi, che erano già pronti a sollevarla al cielo. La delusione è grande, enorme, quasi come le sue spalle. Ma Oliver Kahn non è il tipo che si butta giù. Non è tipo da versare lacrime su lacrime piangendosi addosso. Oliver Kahn è abituato a rialzarsi, in fretta, perchè un gigante non può rimanere fermo a terra, deve rimettersi, poderoso, a proteggere la sua difesa. Si rimette in piedi e trascina di nuovo il Bayern all’ultimo atto della Champions League.

E’ il 23 maggio del 2001, a San Siro, e Bayern e Valencia, dopo una partita terminata sull’uno a uno, per effetto di due rigori, vanno a giocarsi dal dischetto anche la Coppa. Oliver Kahn si sistema tra i pali, con lo sguardo basso, la faccia cattiva e le braccia larghe. Si fa grande, sempre più grande, e vola a parare tre rigori dei sette calciati dagli spagnoli. Respinge il tiro di Zahovic volando sulla sua destra. In qualche modo mette la manona sul tiro di Amedeo Carboni, anche se era stato spiazzato. Devia il tiro sulla traversa, la palla rimbalza prima della linea di porta. Kahn si avventa sul pallone anche se non c’è bisogno, anche se sta rimbalzando verso il dischetto. Vi si avventa sopra come se se lo volesse mangiare. Libera un urlo carico di rabbia che spaventerebbe chiunque. E poi vola a neutralizzare l’ultimo rigore di Mauricio Pellegrino, quello che consegna la Coppa al Bayern Monaco. Corre verso i suoi compagni urlando, poi, però, la prima cosa che fa è correre ad abbracciare e consolare Santiago Canizares, il suo collega spagnolo che è a terra in lacrime. A raccontargli di quando lui si era dovuto piegare ai due gol dello United, a comprendere che per ogni uomo che festeggia, nel calcio, c’è uno sconfitto che deve rialzarsi al più presto per rimettersi in piedi.

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Nel 2002 Oliver Kahn è il capitano della spedizione tedesca in Corea e Giappone, con l’altro Oliver, Bierhoff, che gli ha lasciato l’onore. La Germania, pur senza incantare, arriva fino all’ultimo atto di quel Mondiale. Ci arriva anche e soprattutto perchè tra i pali c’è der Titan, il gigante, che salva in decine di occasioni la porta tedesca. Sembra un muro insuperabile, un muro che però si sgretola proprio all’ultimo atto. Quando Rivaldo scocca un tiro dalla lunga distanza, un tiro che Oliver Kahn dovrebbe trattenere, come ha sempre fatto. Come ci si aspetta che faccia. Quel tiro di Rivaldo però gli sfugge, e finisce dritto nei piedi di Ronaldo, che fa uno a zero. Il fenomeno farà anche il secondo gol, e consegnerà la coppa al Brasile. I brasiliani festeggiano, Kahn rimane sconsolato a terra, gli occhi fissi a guardare i festeggiamenti altrui. Gli occhi bassi di chi si sente colpevole e responsabile. Gli occhi bassi di chi non accetta da se stesso nient’altro che il meglio del meglio, e non può perdonarsi il minimo errore, un errore che sarebbe stato anche comprensibile dopo il meraviglioso mondiale giocato da Kahn. I compagni devono sollevarlo di peso per costringerlo a ritirare la medaglia del secondo posto, medaglia di cui a Kahn importa meno che niente.

La sua carriera, nella seconda metà degli anni dieci, prende i binari del declino. Resta a difendere la porta del Bayern fino al 2008, seppur tra tanti infortuni e complicazioni. Ma resta fino all’ultimo, da vero leader, da vero capitano. Da vero gigante. Quando saluta tutti, ha la stessa faccia di sempre. Quella di chi, dalla sua postazione in mezzo ai pali, con il cappellino abbassato sulla testa e le spalle larghe, ha sempre comandato tutti e tutto, ergendosi a ultimo baluardo della sua squadra. Ergendosi come un Titano che guarda tutti dall’alto verso il basso con il suo sguardo torvo e la sua voce roca.

Valerio Nicastro
twitter: @valerionicastro

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