Di te non ho mai saputo molto. Anzi, quasi nulla. Quel poco che sapevo, l’ho saputo parlando di te con i miei amici. Ma...

Di te non ho mai saputo molto. Anzi, quasi nulla. Quel poco che sapevo, l’ho saputo parlando di te con i miei amici. Ma non avevo bisogno di conoscerti così bene, perché a te non importava. Tu per me ci sei sempre stato, sei sempre stato lì, al tuo posto, a fare il tuo dovere. Tu per me ci sei sempre stato, e sei sempre stato la mia ancora di salvezza. E’ grazie a te che ho potuto dormire sonni tranquilli anche quando sonni tranquilli non ne avrei potuti dormire, in realtà.

Venivi da lontano, dalla Grande Madre Russia. Si vedeva, in quegli occhi scavati nel tuo volto, in quello sguardo sofferente, che ne avevi vissute tante, nel tuo paese. Che eri un uomo buono e giusto, con dei sani principi e che per la tua causa avresti dato qualunque cosa.

Sin dal primo momento in cui ti ho visto, lì a difendere i pali della mia porta, ho capito che di te mi sarei potuto fidare. Qualunque cosa sarebbe successa, se la sarebbero vista con te, e tu avresti sacrificato ogni fibra del tuo corpo, pur di mantenere inviolata la nostra porta. Era il nostro patto di sangue.

Non sapevo molto di te. Nemmeno il tuo nome di battesimo mi hai voluto rivelare. Mi sono sempre dovuto accontentare di quelle sei lettere stampate sopra il tuo numero uno. Ivarov. Sei lettere che ho imparato a conoscere. Sei lettere che ho imparato ad amare. Ivarov, Valeny, Jaric, Stremer. Roba che nemmeno Sarti, Burgnich, Facchetti: una formazione che ho mandato a memoria e non dimenticherò mai più.

Eppure era su di te che io potevo sempre contare. Sugli altri, in verità, non ci ho mai fatto affidamento più di tanto. E tante volte era anche per colpa dei piedi di piombo degli altri tuoi compagni che tu eri costretto a metterci una pezza. Con i tuoi tuffi, con i tuoi voli, con le tue manone sante. Quante volte con i tuoi miracoli hai messo in cassaforte risultati maturati con il sangue, che io me li ricordo i piedi di Castolo e Miranda e l’intercessione dello Spirito Santo necessaria a buttare un pallone in rete.

Senza di te là dietro, senza il mio baluardo sovietico, nulla avrebbe avuto senso. Certo, anche tu non eri perfetto. Non eri il miglior portiere del mondo, ma eri l’unico portiere di cui io avevo bisogno. Anche tu mi hai fatto perdere la pazienza, più di qualche volta, con le tue uscite a vuoto, con tutti i palloni che ti sono passati in mezzo alle gambe, con tutte le volte in cui ci hai messo due minuti per andare a terra. Non eri perfetto, mio caro Ivarov, ma io ti amavo così: anche se tante volte mi hai fatto toccare il cielo con un dito, ma per le tante bestemmie che ho dovuto tirarti.

Non eri perfetto, mio adorato Ivarov, ma d’altronde, chi mai lo è? Grazie di tutto, mio eroe. Per me, dopo Jasin, ci sei solo tu.

Valerio Nicastro
twitter: @valerionicastro