Nwankwo Kanu, questione di cuore Nwankwo Kanu, questione di cuore
La storia è piena di imprevisti che ti cambiano la vita, nel bene e nel male. Momenti che ti fanno svoltare bruscamente l’esistenza, che... Nwankwo Kanu, questione di cuore

La storia è piena di imprevisti che ti cambiano la vita, nel bene e nel male. Momenti che ti fanno svoltare bruscamente l’esistenza, che dall’inferno ti portano in cielo o dalle stelle ti fanno precipitare nel fango. Tutto cambia a velocità siderale, tutto si trasforma, in pochi attimi, per colpa, o per merito, di un imprevisto. Nwankwo Kanu l’imprevisto se lo portava dentro, nel cuore. Un difetto congenito al muscolo cardiaco che rischiava di trasformarsi in una bomba ad orologeria pronta ad esplodere. Un difetto che ha segnato la vita e la carriera dell’attaccante nigeriano, che sembrava destinato a scrivere pagine indelebili della storia del calcio, e invece si è dovuto accontentare di diventare solo uno tra i tanti, uno di quelli che poteva essere e non è stato.

Eppure, prima di quel giorno maledetto, Nwankwo Kanu era qualcosa che su un campo di calcio raramente si era visto. Un gigante di 197 centimetri, un fascio di muscoli pronto a scattare e ad esplodere in un lampo per tutta la lunghezza del rettangolo verde. 197 centimetri, che sul campo da calcio non sono proprio pochi, che, in mezzo all’area, si sentono, eccome se si sentono. Eppure, una rapidità, una leggiadria, un dribbling che non ti aspetteresti da un gigante del genere. L’imprevedibilità fatta calciatore, l’incertezza di dover immaginare ogni volta un modo nuovo per fermare quest’aquila pronta a spiccare il volo. Nwankwo Kanu viene fuori dal vivaio dell’Ajax, che qualcosa di talenti se ne intende. Frank Rijkaard, che con Kanu ci gioca quando lui è al tramonto della sua carriera e il nigeriano agli albori della sua, vede nell’attaccante nigeriano qualcosa di nuovo, di rivoluzionario.

Ha soli 17 anni ma è fortissimo e fisicamente è gigantesco. Punto su di lui.

Nel 1996, però, dopo una finale di Champions League persa dall’Ajax contro la Juventus, a Roma, tutto il mondo si accorge di Kanu. Succede in un palcoscenico inedito per il calcio, un teatro in cui il pallone viene visto quasi come ospite indesiderato, una scomoda distrazione: le Olimpiadi di Atlanta del 1996. La Nigeria ha una squadra di fenomeni che sorprende tutti. Babayaro, West, Ikpeba, Okocha. E poi, in attacco, Kanu, Babangida e Amokachi. Nwanko Kanu è il bomber di quella squadra di fenomeni. Il bomber che diventa eroe riprendendo la semifinale contro il Brasile per i capelli, pareggiando al 90′ e poi segnando il gol che vale la finale nei supplementari. Le aquile nigeriane si ripetono nella finale contro l’Argentina, portandosi a casa una medaglia d’oro che è una rivoluzione: la vittoria del calcio africano sulla tradizione europea e sudamericana.

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Dopo quell’estate arriva allora il Presidente Moratti ad accorgersi di lui. 8 miliardi di lire, e il ventenne gigante nigeriano arriva a Milano. Le rituali visite mediche, però, in genere una mera formalità, riservano però una brutta sorpresa: Nwankwo Kanu ha una grave insufficienza cardiaca dovuta alla malformazione alla valvola aortica. Un difetto congenito che potrebbe mettere a rischio la carriera, ma soprattutto la vita, di Nwankwo. Massimo Moratti non perde tempo, lo manda a Cleveland in una delle migliori cliniche per la cardiochirurgia, restituendo speranza al suo ragazzo.

Ho sempre avuto molta fede in Dio. Dio mi ha dato la possibilità di tornare a giocare, Massimo Moratti è stato il suo strumento, realmente un secondo padre per me, mi ha guidato, aiutato, sostenuto. Ne ho fatta, di strada, in questi 10 anni, ma non sarebbe successo senza Moratti: chi è stato in ospedale sa cosa significa avere vicino una persona speciale.

Quando Nwankwo Kanu torna in Italia, all’Inter però le cose sono cambiate.  Nell’estate del 1997 è arrivato a milano un fenomeno brasiliano che risponde al nome di Ronaldo. E, ad accompagnarlo, c’è gente come Ganz, Djorkaeff e Zamorano. Per Nwanko Kanu c’è poco spazio. E ce ne sarà meno ancora l’anno successivo. Al presidente Moratti arrivano offerte da tutta Europa per il gigante nigeriano, che pare recuperato, ma non vede il campo. E Moratti pazientemente rifiuta, come a non volersi separare da un figlio. Perchè anche Nwanko ha sempre detto che per lui Moratti è come un secondo padre. Ma nell’inverno del 1999, Kanu decide di parlare a Moratti, lo convince ad accettare l’offerta dell’Arsenal, che gli garantisce un posto in attacco, un posto su quel campo che Kanu continua a sognare come fosse l’unica cosa che conta nella vita. E a malincuore Massimo Moratti accetta, spedendo il nigeriano a Londra.

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E con la maglia dell’Arsenal il nigeriano rinasce. Non mantiene certo le promesse di quella luminosa estate del 1996, in cui sembrava potesse diventare il padrone del mondo negli anni a venire. Ma diventa un prezioso supporto per l’attacco dei Gunners, un valido aiuto per Henry e Bergkamp. E poi anche qualche annata da protagonista: alla fine saranno 6 le stagioni con la maglia biancorossa, prima di andare, con la carriera in parabola discendente al WBA prima e al Portsmouth poi. E proprio nella storia del Portsmouth c’è la firma di Nwanko Kanu: è suo il gol che il 17 maggio del 2008 regala la FA Cup ai Pompey.

Nel 2011 saluta il calcio. Un calcio che avrebbe potuto dargli molto di più di quello che è stato. Poteva diventare un grandissimo Nwankwo, entrare nella storia di questo gioco. Ma quando il calcio, e soprattutto la vita, si divertono a disseminare ostacoli lungo il nostro percorso, non c’è molto da fare, se non lottare come leoni e fare tutto quello che possiamo, anche contro il nostro cuore, anche se il nostro cuore è il nostro nemico. Come ha fatto Nwankwo Kanu.

Valerio Nicastro
twitter: @valerionicastro

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