E’ una vita che ti aspetto: essere un numero 12 E’ una vita che ti aspetto: essere un numero 12
L’attesa è straziante, dilania anime e cuori. Aspettare, senza sapere mai quando. Vivere in uno stato di costante allerta, consapevoli che prima o poi... E’ una vita che ti aspetto: essere un numero 12

L’attesa è straziante, dilania anime e cuori. Aspettare, senza sapere mai quando. Vivere in uno stato di costante allerta, consapevoli che prima o poi potrebbe arrivare il tuo momento. Il problema è che non sai quando. Il problema è che aspettare è la tua vita. Aspettare è il tuo mestiere. Il mestiere di chi sta seduto al suo posto, consapevole che non toccherà mai a lui per una scelta. Sempre e solo per un’emergenza, per un guaio, per un imprevisto. Di te ci sarà bisogno solo nel momento della disperazione. Se ci sarà bisogno di te, vuol dire che c’è un problema, in genere abbastanza grosso.

Eppure c’è chi sceglie di aspettare per mestiere. C’è chi sceglie di trascorrere anche anni interi aspettando la sua occasione. C’è chi sceglie di vivere all’ombra di qualcuno più pesante di lui, più ingombrante, più famoso, più pagato, più tutto. E’ un mestiere come un altro. E’ il mestiere del portiere di riserva. Il mestiere di chi ha scelto di indossare la numero 12, correndo il rischio che nessuno mai possa vederla, quella numero 12.

Ci vuole coraggio, per fare il portiere di riserva, certo. Ci vuole coraggio ad accettare il rischio di una vita da comprimario, una vita da dimenticato, una vita da professionista con gli oneri del duro lavoro di campo ma senza gli onori dei riflettori. Ci vuole coraggio, per fare il portiere di riserva. Il coraggio di chi sa che se va tutto bene, non ci sarà bisogno di lui. Ma basta un cenno del titolare, un braccio alzato, una ferita riportata durante un’uscita o un muscolo che tira durante un rinvio. E tocca a lui, al numero dodici.

Altre volte, invece, succede tutto in un lampo. Una verticalizzazione improvvisa, un lancio lungo, il numero uno abbandonato a se stesso, il fallo da ultimo uomo, l’arbitro che tira fuori il cartellino rosso. Neppure il tempo di togliere la tuta e cercare i guantoni, che il quarto uomo ha già in mano il tabellone luminoso, con sopra il dodici, quel dodici, il tuo dodici. E senza che nessuno ti abbia preparato, senza che te lo aspettavi, ti ritrovi di fronte ad uno spietato attaccante che non aspetta altro che trafiggerti dal dischetto. Tu, impotente, pronto a pagare colpe non tue. D’altronde, è un duro mestiere quello del portiere di riserva. Ci vuole coraggio, bisogna fregarsene del pericolo. Perchè si, possono passare anche mesi interi prima di essere chiamati in causa. Ma quando succede, bisogna farsi trovare pronti. Perchè questo è un mondo che non perdona gli attaccanti strapagati e adorati. Figuriamoci un povero, sconosciuto, abbandonato portiere di riserva.

Certe volte, puoi diventare protagonista, l’eroe della serata. Se, ad esempio, il tuo allenatore ti manda in campo nella serie di rigori che decide i quarti di finale di un Mondiale, al 119′, perchè sei più bravo del numero uno dagli undici metri, perchè vuole sfruttare l’effetto sorpresa o perchè semplicemente è un pazzo. O anche in una finale playoff di un più polveroso campo di provincia, per andare in Serie B. Già, perchè Van Gaal sarà pazzo, ma non ha inventato niente. Vi dice qualcosa Pietro Spinosa, numero dodici del Castel di Sangro, spedito in campo da Osvaldo Iaconi nella finale playoff del 1996 contro l’Ascoli, proprio prima dei calci di rigore?

Perchè essere eroi quando sappiamo che tutti se lo aspettano da noi, è bello. Ma diventare eroi quando nessuno sa chi siamo, quando abbiamo riscaldato la panchina a forza di starci seduti su, bè, ragazzi, quello è davvero meraviglioso.

Valerio Nicastro
twitter: @valerionicastro

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