“In principio era la Favola. E vi sarà sempre”. Paul Valéry aveva ragione. Ha sempre avuto ragione. E chissà come avrebbe descritto la splendida...

“In principio era la Favola. E vi sarà sempre”. Paul Valéry aveva ragione. Ha sempre avuto ragione. E chissà come avrebbe descritto la splendida Favola del Nottingham Forest. No, non stiamo parlando del Principe dei Ladri, e nemmeno della foresta di Sherwood (Urca Urca Tiruleroo oggi splende il soool). Signore e signori, benvenuti negli anni ‘70, tra crisi economica, borchie, minatori e scioperi. Signore e signori, questa è la Favola del Nottingham Forest.

LE ORIGINI – La squadra prende il nome dal Forest Recreation Ground, il primo campo a nord di Nottingham, in cui la squadra si allenò e giocò nei primi anni dalla sua fondazione (1865, tra i più antichi club d’Inghilterra). Siamo a metà tra Manchester e Londra, nel bel mezzo dell’isola. Liverpool non è lontana. L’anno del signore in cui si materializza il miracolo è il 1975. Siamo in Second Division (serie B inglese): i Reds (i primi ad indossare nel calcio il colore rosso) vivacchiano.

Sono retrocessi di categoria nel 1972, dopo 15 anni consecutivi nella massima serie. L’uomo venuto da lontano, mica tano, appena esonerato dopo un’esperienza mistica e provocatoria di 44 giorni col Leeds United, si chiama Brian di nome e Clough di cognome. L’esordio è un replay del terzo turno di FA Cup contro il Tottenham: 1-0 con gol dello scozzese Neil Martin. La promozione arriva nel 1977, dopo il terzo posto in campionato.

LEICESTER? NO, NOTTINGHAM – Ma nulla faceva intuire quello che sarebbe successo di lì a pochi mesi. Nella stagione 1978-79 il Nottingham riuscì a stare in testa, arrivando a fine campionato con 7, ripeto sette, lunghezze di vantaggio contro i colossi del Liverpool, vittoriosi nella Coppa Campioni negli ultimi due anni. Maggior numero di vittorie, minor numero di sconfitte e miglior difesa. Un miracolo, l’ultimo a realizzarsi prima del Leicester di Ranieri: vincere la Premier un anno dopo essere stati promossi dalla Second Division.

IL SOGNO EUROPEO – Ma è in Coppa che bisogna darsi da fare. Il Nottingham è chiamato a fare bella figura, a partire già dei sedicesimi. Di fronte, ancora loro, i campioni in carica del Liverpool. La partita è a eliminazione diretta: andata e ritorno. Tra le mura di casa, contro ogni pronostico, ci pensano Barrett e Birtles a fissare il risultato sul 2-0. Al ritorno ci pensa il portiere Shilton a completare l’impresa: 0-0 e passaggio del turno. I ragazzi di Clough, che ha costruito una squadra a immagine e somiglianza della città, piccola, unita, mineraria, lavoratrice, stakanovista, avanzano clamorosamente contro AEK Atene e Grasshopper, fino alla storica semifinale vinta per 1-0 nel freddo di Colonia.

Il Forest è in finale di Coppa dei Campioni, e la Favola comincia a delinearsi. All’Olympiastadion di Monaco di Baviera si gioca il 30 maggio del 1979. Il campo è tagliato da sottili strisce orizzontali. Centinaia di bandiere crociate di rosso sventolano sulle gradinate. Di fronte c’è il Malmoe. I Reds, con una partita tutta corsa, gambe e sacrificio, vanno in vantaggio dopo una sgroppata memorabile sulla sinistra di Robertson. Ad insaccare, di testa, è Trevor Francis, punta di riferimento e astro nascente del calcio inglese. Tuffo, capriola, e tutti ad esultare. Nel secondo tempo è lo stesso Robertson a colpire un clamoroso palo, sempre su azione sulla sinistra. Ma il risultato non cambia. Al fischio finale è festa grande per Brian Clough, per i suoi ragazzi e per l’intera contea di Nottingham, per la gente, per la città messa a dura prova dalla crisi, dagli scioperi, dalla resistenza del partito conservatore guidato da Margaret Thatcher. La Favola, però, è scritta.

È lì che nasce il Cloughisms. È lì che capitano braveheart John McGovern, fedelissimo di Clough, trova le parole giuste per spiegare tutto: “We were like one of those comets you see flying across the night sky. We burned brightly, but it was all too brief. But, boy, did we burn brightly for a while”.

BRUTTI, SPORCHI E CATTTIVI – I cinque anni in cui Clough vince tutto, da quel 6 gennaio ’75, col Nottingham in 13esima posizione in Division Two alla finale di Coppa dei Campioni vinta a Monaco, si fanno con Anderson, Martin O’Neil, Ian Bowyer, Tony Woodcock e John Robertson. Questi ragazzi, dai campi fangosi della seconda divisione inglese, furono capaci di strappare applausi in Spagna, al Camp Nou, davanti a 80.000 persone, in Supercoppa.

A questi si aggiunsero Kenny Burns, che dalle parti di Birmingham City era conosciuto come un “hard-drinking pub-brawler”, e che al Forest diventò un predatore d’area di rigore. Larry Lloyd, beccato a rubare una lavatrice in un superstore. Franck Clark, svincolato sul limite di firmare con una squadra di quarta divisione, il Doncaster Rovers. Garry Birtles, che arrivò per 2.000 sterline: faceva il tappezziere e al Nottingham diventò uno dei giovani migliori d’Europa. Peter Shilton si presentò come il portiere più pagato del campionato, un milione di sterline, ma rientrava in un giro di scambi e affari incrociati tra più club. Un assortimento improbabile, insomma, di trasferimenti gratuiti, affari, ladri e disadattati, alla conquista dell’Europa.   

La storia non si ripete, ma – allo stesso tempo – ti fa vivere cose per la prima volta, mai accadute. La stampa li raccontava così: “Un mix di facce fresche e sdrucite, che dovrebbero sgobbare nella parte bassa della classifica”

MOMENTI MAGICI – Dicono che la squadra si preparò alla semifinale decisiva contro il Grande Ajax, ad Amsterdam, passeggiando tra le vie del “Red District”, passando la notte tra bar, fumatori e turisti del sesso. Dicono che il portiere, Shilton, si allenò per la finale di Madrid, la seconda consecutiva, in un pezzo di prato a lato della carreggiata, circondato da auto e passanti (che spesso gli facevano le corna, sì). Perché vincere è bello, ma ripetersi è ancora più difficile. E la Favola, quella, voleva un’altra pagina storica. I Reds si presentarono alla competizione da campioni in carica. Agli ottavi riuscirono a battere i campioni di Romania dell’Arges Pitesti per 4-1. Ai quarti toccò ai tedeschi della Dinamo Berlino, che vinsero a sorpresa in Inghilterra per 1-0, ma furono battuti in casa, al ritorno, per 3-1. In semifinale arrivò l’Ajax, autore di 20 gol fino ad allora nel torneo. Vittoria in casa, ad Amsterdam, per 1-0. Ma secco 2-0 a Nottingham, al City Ground. È ancora finale. È ancora storia.

ANCORA STORIA – Di fronte c’è l’Amburgo, dopo un’impresa mica da poco in semifinale. A fare fuori il Real Madrid, che già pregustava la finale tra le mura di casa, ci pensò un roboante 5-1 rifilato in terra tedesca, dopo la sconfitta all’andata per 2-0. Finale, anche per l’Amburgo, per la prima volta nella sua storia. Al Bernabeu una partita non bella, imbrigliata, proprio come la voleva Clough. Il bomber Trevor Francis è fuori dopo la rottura del tendine d’Achille. Decisiva, ancora una volta, ancora per 1-0, l’azione corale al 20’ del primo tempo, partendo da Llyod, passando per Gabby Birtles che serve l’assist a John Robertson, ancora lui, col numero 11 appiccicato sulla maglia rossa, per la rete decisiva. A difendere strenuamente il vantaggio ci pensò Peter Shilton, maglia verde, guanti neri, calzoncini rossi, parò di tutto. Memorabile una respinta con la mano destra, su un tiro dal limite dell’Amburgo dopo un uno due di petto. “Robertson? È come Ryan Giggs, ma con due piedi buoni, non uno”, scrissero i giornali. Clough (festeggiando con una memorabile tuta rossa dell’Adidas, insieme all’inseparabile Peter Taylor, stavolta anche lui vestito di rosso) lo chiamava “il Picasso del nostro gioco”. Il corrispondente del De Telegraaf, un anno prima, si rivolse a Shilton in questi termini, dopo la straordinaria vittoria in semifinale col Colonia del Nottingham. “A parte lei, questa è una squadra di sconosciuti”. “Bene, ora conoscete tutti i nostri nomi”, replicò Shilton.

UNA STATUA, UN SORRISO – Quello che rimane, 35 anni dopo, è una squadra che ha messo insieme in 5 fantastici anni 1 campionato, 2 coppe d’Inghilterra, 4 coppe di Lega, 1 Community Shield, 2 Coppe dei Campioni e 1 Supercoppa Europea. Quello che rimane è l’odio, imperituro, per i vicini del Derby County. Quello che rimane è una squadra di una città mineraria, a metà tra Londra e Manchester, capace di vincere più volte la Champions League che Londra, Parigi, Berlino, Mosca e Roma messe insieme. Quello che rimane, di quei “Glory years” (75-80) è un gruppo vincente nato dal nulla, un collettivo senza prime donne, una squadra guidata da uno sbruffone, antipatico, visionario, dinamico, allenatore politicamente scorretto. Ma eroico. Quello che rimane è la retrocessione, nel 2005, in League One (la Terza Divisione inglese), quando il Nottingham si certificò come primo club al mondo ad aver vinto la Coppa dei Campioni (anzi due) ed essere scivolato fino alla terza categoria del proprio Paese.

Quello che rimane, oggi, è una statua appena fuori l’Old Market di Nottingham. È stata piazzata lì, in centro città, e non vicino lo stadio, dopo una raccolta fondi guidata dalla moglie Barbara. Ritrae Brian Clough con le mani al cielo. Magari dopo una vittoria. Lui, Brian, non l’ha mai vista. Se n’è andato un lunedì di settembre, nel 2004, per un cancro al fegato, dopo aver guidato per 18 anni la panchina dei Reds. In molti arrivano qui solo per farsi una foto. Qualcuno gli mette una sciarpa al collo. A volte una maglia. Rossa, rosso Nottingham. Lui, sprezzante, accenna un sorriso. Le Favole non sono mai state così vere.

Raffaele Nappi
twitter: @RaffaeleNappi1