Non così, Leo Non così, Leo
Non così, Leo. Lo so, non è facile. Non è nemmeno bello. Perché così farebbe male a chiunque. Perché dopo l’ennesima volta che arrivi... Non così, Leo

Non così, Leo.

Lo so, non è facile. Non è nemmeno bello. Perché così farebbe male a chiunque. Perché dopo l’ennesima volta che arrivi a un passo da quel trionfo, vederlo ancora sfuggire è qualcosa di tremendamente crudele. Crudelmente tremendo. Ti capisco, e capisco che quella maglia albiceleste con la numero 10 sopra, dopo quel rigore, sia la cosa più pesante da portarsi addosso.

Lo so, non è facile. Portarsi sulle spalle il peso di un popolo intero, doversi sentire colpevole di alto tradimento, lasciare l’amaro in bocca a così tanta gente. Solo uno stupido, o uno che non se ne frega niente, sarebbe rimasto indifferente. Le tue lacrime, Leo, sono la cosa più normale del mondo. Sono quasi un atto dovuto. Ti capisco, e capisco che quella di domenica è la serata più brutta della tua vita, sportivamente parlando. Ma anche non sportivamente, forse. Perché quello che è successo domenica non è solo sport, non può essere solo sport.

Lo so, Leo, lo so. La frustrazione di provare e riprovare e fallire. L’impotenza di continuare a dare il massimo -perché, anche quando non sei stato il migliore in campo, il massimo lo hai sempre dato- e ritrovarsi sempre lì, a terra, con una medaglia al collo che non vuoi, la gola che punge e la testa che vorrebbe essere da un’altra parte. Ti capisco, e le ho provate anche io, nel mezzo del mio petto, al centro del mio stomaco, quelle stesse sensazioni. Fuori dal campo, forse, ma ti assicuro che erano forte.

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Lo capisco, hermano. A fine partita, a caldo, con il cuore ancora in pezzi, avrei detto esattamente le stesse parole. Avrei reagito esattamente così. Avrei mandato affanculo il calcio, il pallone, tutti gli stadi di questo pianeta, tutte le cose visibili e invisibili. E’ comprensibile. Ma ora ti chiedo di tornare a casa, di staccare un attimo la spina, e di ripensarci. Di aspettare qualche giorno, alzare la cornetta, twittare qualcosa, mandare un piccione viaggiatore, qualsiasi cosa.

Ammetti di esserti lasciato trascinare dall’emozione. E annuncia al mondo di essere pronto a tornare, pronto a rimettere quella camiseta albiceleste e pronto soprattutto a rimetterti di nuovo in gioco. Pronto anche a prendere ancora uno schiaffo in faccia all’ultimo atto di una competizione. Pronto a farti male di nuovo. Perché se non sei disposto a correre dei rischi, se non sei disposto a rischiare di finire ogni volta in fondo ad un burrone, bé, caro Leo, lasciami dire che del calcio non hai capito proprio niente.

Ripensaci, Leo. Umilmente tuo, un innamorato deluso (per ora).

Valerio Nicastro
twitter: @valerionicastro

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