Fin da piccolo ti insegnano ad accettare la sconfitta. Ti dicono che è parte dello sport, che non si possono assaporare a pieno la...

Fin da piccolo ti insegnano ad accettare la sconfitta. Ti dicono che è parte dello sport, che non si possono assaporare a pieno la gioia e il trionfo della vittoria se prima non si ha avuto modo di sperimentare il sapore amaro delle lacrime derivanti da una disfatta.

Te lo dicono e continueranno a ripetertelo ma tu, no, non ti ci abituerai mai. Il giorno della sconfitta ti sembrerà sempre il più brutto mai mandato dal Signore su questa terra, ti domanderai perché proprio a te doveva capitare un destino simile, sempre dalla parte dei perdenti e mai, dico mai, da quella dei vincitori, quelli che scrivono la Storia.

Poi un giorno, forse per caso o più probabilmente per la passione malata che coltivi per questo sport, ti imbatterai nella storia di Hector Cuper, allenatore ed ex giocatore argentino, che è riuscito nella tremenda impresa di elevare a nobile arte la sconfitta.

Allora tutto ti sembrerà incredibilmente più leggero, tirerai un sospiro di sollievo e ti farai forza pensando a chi, come lui, non si è mai arreso al destino, anche quando questo sembrava voler prendere il sopravvento, anche quando forse, qualcuno più in alto di te, voleva farti capire che era meglio farsi da parte, ma tu non lo hai mai voluto ascoltare.

Perché il tuo soprannome è hombre vertical, l’uomo tutto d’un pezzo, che non si fa scalfire dagli eventi, che rimane sempre fedele ai propri principi anche quando questi ti portano sempre e solo a sfiorare il traguardo, mai a tagliarlo.

Perché una storia di fallimenti, come quella di Hector Cuper, è difficile anche solo da immaginare, figuratevi da vivere.

Hector Cuper nasce a Chabàs, in Argentina, ed inizia la propria carriera agonistica come difensore centrale, nel Ferro Carril Oeste. In questa squadra gioca per 10 anni, è un giocatore che potremmo definire onesto, dotato di un buon fisico, stacco aereo imponente e buon fiuto per il gol.

Con questa squadra ottiene due titoli nazionali prima di trasferirsi all’Huracan, selezione con la quale disputa gli ultimi 4 anni della sua carriera da calciatore prima di dedicarsi alla sua vera occupazione, la panchina.

Proprio la sua ultima squadra da calciatore gli da l’opportunità di mettersi in mostra come tecnico, affidandogli la panchina nel 1992. Chi lo conosce bene dice che da allenatore è esattamente la diretta emanazione di ciò che era sul terreno di gioco: poche parole, personalità forte, attitudine allo studio maniacale.

Nel 1994 arriva il primo schiaffo dalla sorte: il suo Huracan è in testa al campionato di clausura, con 2 punti di vantaggio sull’Independiente che è secondo, e manca una sola partita al termine, da disputare proprio contro i secondi in classifica. Basterebbe quindi un pareggio per alzare il primo trofeo in carriera, a due soli anni dall’esordio. Arriva invece un tonfo, fragoroso e senza appello, con la sua squadra che soccombe per 4 reti a 0 in casa dei rivali. Può capitare, ci sarà tempo per rifarsi.




Nel 1995 passa al Lanus dove, un anno più tardi, riesce a conquistare la coppa Conmebol. Tenetela bene a mente in quanto rimarrà un’eccezione, non un unicum in quanto vincerà altri trofei minori in Spagna, all’interno della regola che vorrà l’ombre vertical sempre beffato sul più bello. In ogni occasione, sempre e comunque.

Le sue doti da allenatore sono comunque innegabili, almeno per gli addetti ai lavori; le sue squadre mostrano un’attenzione difensiva maniacale e una condizione atletica al limite della perfezione.

La personalità di Cuper è rappresentazione perfetta di ciò che saranno sempre le sue squadre: ermetico, indecifrabile, impenetrabile. Lavoratore infaticabile, sacrificio e dedizione sono sempre stati i principi non sindacabili del suo lavoro – Marcelo Calvente, giornalista

Approda in Europa, al Mallorca, dove per i tifosi è un perfetto sconosciuto mentre la stampa lo bolla come un allenatore ultra-difensivista.

Los Bermellones ya tienen a su Capello”, questo titolo campeggia sul principale quotidiano sportivo di Palma de Mallorca, dove Los Bormellones è il soprannome della squadra di Mallorca e Capello è quel Don Fabio che sta allenando e vincendo a Madrid, senza essere apprezzato per via del suo gioco poco spettacolare.

Le prime due stagioni in Spagna non fanno altro che confermare quello che si diceva sul suo conto: la squadra è preparatissima da un punto di vista tecnico e atletico, difensivamente risulta quasi insuperabile basti pensare che, nella prima stagione, l’unica squadra a segnare più di due gol al Mallorca è il Valencia. Conclude il primo anno da squadra rivelazione della Liga, aggiudicandosi il quinto piazzamento.

Fa addirittura meglio il secondo anno, dove il Mallorca chiude al terzo posto, porta a casa la Supercoppa di Spagna e arriva in finale di Copa del Rey e di Coppa delle Coppe.

Due finali prestigiose, contro Barcellona e Lazio, due possibilità di scrivere il proprio nome con il pennarello indelebile nella storia calcistica di Spagna e d’Europa. Due appuntamenti in cui il destino si presenta animato di pessime intenzioni, desideroso come poche altre volte di mettere i bastoni tra le ruote e recidere, con due colpi d’ascia, i propositi di gloria del tecnico argentino.

Contro il Barca Cuper manda in campo una formazione agguerrita, attenta e determinata, pronta a lottare su ogni pallone. Finiscono i tempi regolamentari, con il risultato in parità, e la squadra maiorchina che affronta il secondo tempo supplementare addirittura in 9 uomini. Nonostante ciò riesce a portare la gara ai rigori dove, però, sarà la squadra di Van Gaal ad imporsi.

Quella che sarebbe potuta essere una vittoria eroica si trasforma nel peggior incubo, Cuper incassa ma non va al tappeto. C’è un’altra finale da disputare.

L’avversario è la Lazio allenata da Eriksson , lo squadrone di Nesta, Nedved, Almeyda Salas e Bobo Vieri tanto per citare qualche nome piuttosto illustre. Inutile dire chi parta favorito. Eppure c’è partita, al gol iniziale di Bobo Vieri risponde Dani Garcia fissando il punteggio suol’1-1, risultato che durerà fino a 10 minuti dalla fine quando Pavel Nedved segnerà il gol decisivo per la conquista della Coppa.




Un’altra batosta, ormai gli indizi cominciano a diventare tanti, non ancora sufficienti per formare una prova. Il bello, anche se a definirlo bello bisogna proprio essere stronzi, deve ancora venire. Il bilancio del tecnico argentino a Mallorca è comunque ultra-positivo, arriva infatti la chiamata da Valencia. Il rapporto con i tifosi non è subito dei più facili, difficile innamorarsi di quel suo calcio ostico, ermetico, tutta attenzione e dedizione.

Mi corazon es tu corazón” , una pacca sul petto e i giocatori in campo si trasformano, sembrano trovare energie che nemmeno loro pensano di potere avere. Canizares, Angloma, Djukic, Pellegrino e Carboni. Farinos, Mendieta, Kily Gonzales. Ilie, Gerard e il Piojo Lopez. Una macchina perfetta: solidissima dietro, talentuosa nel mezzo e spietata davanti.

Una squadra, il Valencia guidato da Hector Cuper, in grado di raggiungere due finali consecutive di Coppa Campioni, una sorta di miracolo avvenuto tra il 1999 ed il 2001. Una squadra che gli regalerà l’ultimo momento dolce della sua carriera, la Supercoppa spagnola, e le due delusioni più cocenti.

Se la prima finale di Champions League, giocata e persa 3-0 a Parigi contro il Real Madrid, complice anche l’inesperienza della squadra di Cuper a certi livelli, non ha proprio storia diverso è invece l’esito della seconda, disputata contro il Bayern di Monaco. La partita, giocata a Milano, è molto equilibrata con gli spagnoli che giocano meglio e passano subito in vantaggio grazie ad un rigore realizzato da Mendieta. Al 50’ arriva il pareggio dei bavaresi e, ancora una volta , il destino di Hector Cuper verrà deciso dai calci di rigore.

Il suo volto, come incesellato nella pietra, è imperscrutabile, mentre il corpo, protetto da una corazza via via sempre più spessa, si prepara a ricevere l’ennesimo colpo. Pellegrino sbaglia il Bayern è campione d’Europa. Di nuovo corto all’appuntamento con la Storia, non può essere vero.

I tifosi lo incolpano della sconfitta: non digeriscono la sostituzione di Aimar, a fine primo tempo, per inserire Albelda. Un segnale di paura che la squadra non doveva assolutamente dare, captato immediatamente come farebbe uno squalo alla minima traccia ematica subacquea.

Dopo questo uno due da KO molti, al suo posto, avrebbero mollato, sprofondati in una depressione senza possibilità di uscita. Ma chi ha fatto del dogma “trabajo, suerte y silencio” (lavoro, fortuna e silenzio) la metafora della propria vita non può mollare proprio adesso. Non ci pensa minimamente a farlo.

L’hombre vertical lascia Valencia, non può più stare in un ambiente così ostile che solo più tardi, non arrivando più nemmeno lontanamente a competere per certi traguardi, lo rimpiangerà.

Approda a Milano, sponda Inter, dove Massimo Moratti sta cercando di dare un senso a tutti quei miliardi sperperati in campagne acquisti perlomeno discutibili. In lui Moratti rivede quello che era stato il mago Helenio Herrera per papà Angelo: entrambi argentini, entrambi fieri sostenitori del risultato in favore dell’estetica del gioco, entrambi, almeno apparentemente, guidati da principi saldi e incrollabili. Una sola cosa li differenziava, e sarebbe stata chiara di lì a poco: uno era un vincente nato, l’altro l’esatto opposto.

Cuper, come se il passato non fosse mai esistito, inizia a lavorare a testa bassa. Allena campioni affermati ma li tratta esattamente come tutti gli altri, non risparmia a nessuno i classici 3 km di corsa in ogni allenamento prima di poter sfiorare un pallone. Entra in conflitto con alcuni giocatori, in particolare con Ronaldo, che non fa nulla per nasconderlo fino ad arrivare alla completa rottura e alla richiesta formale alla società di essere ceduto al termine dell’anno.

La stagione per l’Inter inizia bene, nonostante il fenomeno brasiliano sia infortunato. Kallon e Vieri, con le loro reti, spingono la squadra in testa alla classifica fino all’ultima giornata, quel fatidico 5 maggio 2002, giorno che ogni tifoso nerazzurro vorrebbe cancellare per sempre da tutti i calendari.

Cuper era terribile, senza dubbio il peggior allenatore che abbia mai avuto. In allenamento ci faceva correre per delle ore prima di farci toccare un pallone- Ronaldo

Non vogliamo girare ancora una volta il coltello nella piaga, non ce n’è bisogno ora. Quella data, oltre che essere impressa nella memoria dei tifosi, segna sostanzialmente la fine di Hector Cuper come allenatore ad alto livello. Le lacrime del fenomeno in panchina segnano la fine inevitabile di un rapporto, nato fin da subito sotto la stella sbagliata. Cuper rimane a Milano, l’altro vola a Madrid lasciando intendere che tornerà, un giorno, solo nel caso in cui il tecnico fosse andato via.

Ronaldo torna se Cuper va via? Cuper a vita” , così recita uno striscione esposto a S. Siro.

L’anno successivo l’Inter arriva nuovamente al secondo posto in campionato ma il tormento di Hector Cuper non è ancora finito. C’è uno storico derby da affrontare che, se vinto, porterebbe l’Inter a giocarsi la finale di coppa dei Campioni.

L’andata, in casa del Diavolo, si conclude con il risultato di 0-0 si deciderà tutto al ritorno. Il Milan passa in vantaggio ma negli ultimi minuti l’Inter pareggia con Martins e ha l’occasione per vincere la partita sul destro di Kallon, che incredibilmente si infrange sulla gamba di Abbiati. Il modo più brutto e beffardo, in quanto difficilmente accettabile, per uscire da una competizione: un gol subito in trasferta, in quella che è comunque la tua casa.

L’uomo tutto d’un pezzo inizia a dar segni di cedimento. Prima prova a tornare in Spagna, alle origini nel suo Mallorca, poi di nuovo in Italia, nella sfortunata parentesi di Parma. Nulla sembra più essere come prima, finisce a girovagare per il mondo, tra una panchina e l’altra, senza un preciso scopo.

Nel 2011, come se non bastasse, viene anche coinvolto in uno scandalo legato al calcioscommesse, in cui gli viene contestato di essersi intascato 200.000 euro provenienti da un clan di Castellammare di Stabia per combinare il risultato di 4 partite, una delle quali non va a buon fine.

Potrebbe essere la definitiva pietra tombale sulla sua carriera da allenatore. Lo sarebbe per tutti, probabilmente.

Hector Cuper non ne vuole sapere di gettare la spugna. Non è ancora il momento. Prova a rimettersi in gioco in Georgia, Russia, Turchia e negli Emirati Arabi, senza il benché minimo risultato.

Il 2 marzo 2015 viene annunciato il suo ingaggio da parte della federazione Egiziana che, sfidando il destino, assume l’allenatore perdente per eccellenza con l’obiettivo di tornare a vincere la coppa d’Africa, che per l’Egitto inizierà proprio oggi.

Ai gironi di qualificazione il suo Egitto si è piazzato al primo posto. Chissà che chi governa dall’alto le sorti di questo gioco non voglia, per una volta, premiare l’eterno secondo. Chi ha saputo soffrire, lottare, cadere e poi rialzarsi. Sempre e comunque. Chi non si è voluto arrendere ai tanti moniti del destino, sparsi lungo tutto il suo cammino.

Chiamateci pazzi, sognatori, illusi o come diavolo volete voi: le mani dell’hombre vertical che si allungano e agguantano quel trofeo, per non mollarlo mai più, sarebbero l’immagine più romantica di questa coppa d’Africa.

Paolo Vigo
Twitter: @Pagolo